Castelbasso - Progetto Genesi
Mostra Eleonora Bona, 2025 Ph. Marzio Santoro

Ri-vedersi. Pittura, archivio e memoria affettiva nel lavoro di Eleonora Bona a /f urbä/

A partire da fotografie ritrovate e archivi sconosciuti, l’artista restituisce corpo e presenza a immagini marginali, interrogando il diritto di apparire, il ruolo dell’archivio e la possibilità della pittura di riattivare relazioni dimenticate.

Un giorno, per caso, una scatola di fotografie riemerge. Non è un archivio ordinato, né un fondo storico riconoscibile. È un insieme di immagini disperse, provenienti da album familiari smembrati, mercatini, archivi sconosciuti. Tra quelle fotografie compare un nome, scritto sul retro di una stampa: Clotilde. Di lei non si conosce nulla, se non questa traccia minima e le immagini di persone che le sono state accanto, colte in momenti di festa, di celebrazione, di condivisione. Clotilde non è il soggetto della mostra, ma uno dei suoi punti di accensione: la prova che un archivio abbandonato può ancora generare relazioni, senso e immaginazione. È da qui che prende forma ri-vedersi, il progetto di Eleonora Bona, a cura di Simone Marsibilio nello spazio /f urbä/ di Guardiagrele.

Come sottolinea il curatore nel testo di sala ri-vedersi non coincide semplicemente con l’atto del guardarsi di nuovo, ma con un processo più complesso che intreccia tempo, affetto e riconoscimento. Rivedersi significa ritrovarsi dopo l’assenza, esistere nel ricordo di qualcun altro, oppure apparire per la prima volta in uno sguardo. In questo slittamento semantico si colloca l’intera ricerca di Bona, che affronta l’immagine come luogo di ritorno e di possibilità, mai come dato stabile.
Le fotografie da cui nascono le opere non vengono trattate come documenti da interpretare o ricostruire. Eleonora Bona non adotta un approccio archivistico in senso tradizionale: non classifica, non ordina, non stabilisce gerarchie. Al contrario, come si legge dal testo di sala l’artista si muove come un’archivista anomala, che non conserva per possedere, ma per restituire. Le immagini selezionate spesso considerate marginali, irrilevanti, dimenticabili: vengono sottratte alla logica dell’accumulo e rimesse in circolo attraverso la pittura. Ogni dipinto nasce da una fotografia. L’immagine non viene copiata, bensì attraversata.

Eleonora Bona lavora su dettagli minimi: un gesto laterale, un vestito, una postura, un
oggetto secondario. Come accade nella memoria, ciò che permane non è il centro dell’evento, ma una sua deriva. Questi frammenti diventano, per usare le parole del curatore, veri e propri varchi temporali, fessure attraverso cui il passato torna a chiedere spazio nel presente. La pittura non ricostruisce una storia, ma ne riattiva la presenza. Il tema della celebrazione, intesa non come evento solenne ma come momento di relazione, occupa un ruolo centrale in questo processo. Le immagini che ruotano attorno a Clotilde, così come molte altre presenti in mostra, restituiscono contesti di festa, incontri collettivi, situazioni in cui l’identità individuale si costruisce sempre in rapporto agli altri. È un aspetto che attraversa in modo più ampio la ricerca di Eleonora Bona: l’attenzione per le dinamiche relazionali, per i legami, per il modo in cui i corpi abitano uno spazio condiviso. La pittura diventa così uno strumento per interrogare non solo la memoria individuale, ma anche quella affettiva e collettiva. Nel testo critico, Mattia Cleri Polidori sottolinea come le opere di Eleonora Bona non accontino gesti storici o eminenti, ma momenti marginali, che resistono al senso comune proprio perché non sono memorabili in senso tradizionale: l’artista non documenta eventi rilevanti, ma descrive situazioni che trovano senso solo attraverso un’esperienza estetica. In questo risiede la forza del lavoro: i gesti misteriosi e apparentemente insignificanti diventano tanto più eloquenti quanto più sfuggono a un’interpretazione univoca.

Il processo pittorico apre infatti un varco nell’immagine, uno spazio che lo spettatore è chiamato ad abitare. Come osserva ancora Cleri Polidori, le opere non offrono narrazioni chiuse o pronte al consumo, ma lasciano qualcosa non detto, richiedendo un’attenzione lenta, empatica, paziente. È in questo spazio sospeso che l’osservatore può riconoscersi, rivedersi, trapiantare i propri ricordi dentro quelli altrui.
Il dialogo con il pensiero sulla fotografia è esplicito. Susan Sontag ha scritto che “fotografare è un modo per appropriarsi della cosa fotografata”: nel lavoro di Eleonora Bona, la pittura sembra operare un gesto inverso: per lei dipingere una fotografia (soprattutto una fotografia dimenticata) non significa appropriarsene, ma restituirle la possibilità di parlare. Dove la fotografia registra e archivia, la pittura introduce durata, corpo, esitazione. Rende l’immagine nuovamente vulnerabile allo sguardo e le figure dipinte non sono più collocabili in un tempo o in un luogo preciso.
Il modus operandi che la contraddistingue è la rimozione dei connotati specifici, la sintesi formale, la leggerezza del gesto pittorico che producendo un disorientamento richiama il funzionamento stesso della memoria. Come nei ricordi, l’immagine perde risoluzione e, proprio per questo, torna attuale: inserisce un sistema di relazioni sommerse che dal passato riaffiorano nel presente.
In un’epoca che archivia tutto e ricorda poco, ri-vedersi propone una riflessione sulla responsabilità dello sguardo e sul diritto di apparire. La pittura di Eleonora Bona si afferma così come un atto di memoria affettiva e di giustizia visiva e diviene gesto che restituisce spazio a esistenze non celebrate.

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