ArtVerona 2026
Renzogallo. "Oltre le ceneri", Mattatoio, Roma, ph. Giulia Barone

Renzogallo. La poetica dello sguardo che scrive lo spazio

È terminata il 2 agosto 2026 la personale “Oltre le ceneri” di Renzogallo, a cura di Aldo Iori, negli spazi suggestivi della Galleria delle Vasche, presso La Pelanda, al Mattatoio di Roma, termina oggi domenica 2 agosto 2026.
L’esposizione è realizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo, in collaborazione con Latitudo e promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio – Città delle Arti.

Uno sguardo che scrive denota l’azione profonda in cui la percezione visiva si fa parola, unendo l’osservazione del reale, il rispetto della sua storia, la creazione di un punto di vista e la rivelazione interiore, dettata da un’epifania di insorgenza di dettagli.
È necessario poter affinare l’occhio oltre la superficie delle cose visibili, arrivando a scrivere, nella materia, la possibilità di una narrazione di una rinnovata significazione.
Così opera Renzogallo, artista che lavora da sessant’anni sullo spazio tra scultura e pittura, formatosi sotto la guida degli artisti Capogrossi, Turcato, Afro e Novelli – all’interno degli spazi della Galleria delle Vasche, luogo espositivo in cui interviene, recuperando l’estetica fedele del suo perimetro, tramite la scelta di uno spostamento temporaneo, al di fuori dello spazio, di quei pannelli che celavano le grandi vasche, ridisegnando la morfologia interna per poterla riattivare con la luce di una scrittura attuale e di nuovo senso.

La scelta della pratica del site-specific risulta inevitabile per la grande installazione centrale Oltre, memore del vissuto industriale. L’opera si compone di strutture scatolari in ferro zincato e verniciato di rosso, un segno che non si pone come mero tratto geometrico ma come tracciato di un pensiero, grembo che accoglie una fertile energia vitale, scevra dall’essere preda di facili seduzioni e capace di porsi con un tempo di ascolto prolungato, per accogliere la misura del proprio tempo.
Oltre attraversa l’area, dividendola nettamente in due parti, situandosi come sua spina dorsale divisa in tre parti e corpo attraversabile da altre entità corporee, designando unitamente la fragilità degli elementi e la loro pervasività nello spazio. Il ferro e gli altri materiali adottati, come la carta e la cenere, evocano un’archeologia del presente che tende a interrogare l’osservatore ontologicamente sulla consistenza del reale. Il rosso domina anche nella percezione dell’installazione in legno e giornali dipinti, Ombra delle idee, realizzata tra il 2018 e il 2026, in cui il modulo del rettangolo, figura che simboleggia lo spazio organizzato dall’uomo e l’equilibrio razionale e armonico, si dispone variabilmente, creando un volume di altezza irregolare che mette in crisi la certezza di una linearità dialogica per costruire nuovi orientamenti. Il rosso, da gamma cromatica associata alla distruzione e alla fine di una vita spezzata, diviene tono, secondo il connubio con la tradizione orientale, legato all’energia costruttiva.

LC: Giungendo in questa parte testuale, mi preme il fermarmi a riflettere proprio sulla valenza del rosso, a partire dall’installazione monumentale Oltre per poi tornare sulle altre opere come l’Ombra delle idee

R: Il rosso, sì il rosso. Utilizzo di rado altri colori in particolar modo quando esco dalla superfice per invadere lo spazio, per raccordarmi con lo spazio, meglio. Raccordarmi con lo spazio e insieme produrne uno nuovo, non fisico, intimo. Se vuoi una violenza all’esistente, per trasformarlo, per restituirgli una nuova dignità sensibile. Qui la forza espressiva del rosso diviene l’arma della modificazione, la sua decisione di stimolare emozioni, anche contrastanti ma vitali, perché il rosso è vitale e indica vitalità anche quando si esprime nel sangue perché crea modificazione, nuovo modo di essere. Amore, passione, attenzione, azione, vitalità. Pericolo, azzardo, regalità e tanto altro viene suggerito da questo imponente colore da sempre. Non si può rimanere indifferenti davanti ad esso anche se non lo si ama perché impone la sua presenza e impone l’attenzione.
Nei miei lavori la sua presenza assorbe lo spazio esterno e, con esso, spinge l’opera ad espandersi, a proseguire un percorso al di là della sua forma, toccando sfere di attenzione più intime, oltre il visibile.
In “L’ombra delle idee” il rosso copre i giornali alla base dell’installazione ma non li nasconde ma li svela velando. Costruisce memoria, accende curiosità, attenzione, voglia di superare la presenza fisica del lavoro e spingersi più avanti, più dentro, aprirsi di più e accettare la provocazione inevitabile.

LC: Nell’opera Oltre #2 del 2023, si va oltre la tautologica autoreferenzialità della materia dell’opera che diviene metafora di un linguaggio che sopravvive alla distruzione. La cenere rimembra il limite del corpo e la fine di una fase, aprendo la via del cambiamento interiore. Si fa traccia di ciò che è stato consumato dal fuoco, come sostanza purificata e identitaria di un prima che prepara le fondamenta per una riscrittura, ponendosi da allegoria della fragilità contenente l’informazione del suo DNA, ad ampolla in grado di originare un passaggio a una dimensione metafisica e spirituale di trasformazione. Potremmo affermare che, come nel saggio “Cechant” di Jacques Derrida, la cenere sia come la scrittura, una traccia effimera, il resto anonimo silenzioso di un testo o di un pensiero che si sottrae alla presenza assoluta…

R: In “Oltre1” e “Oltre2”, come in tutti i dipinti con la cenere, la spinta a utilizzarla è nata dalla reazione nei confronti dei contenuti espressi nella narrazione dei quotidiani, dal rifiuto emotivo di quanto narrato dalla carta stampata che, per sua specifica qualità deve essere (speriamo) fedele alla realtà. Le lettere che compongono i fatti narrati si presentano più nere e inaccettabili dei fatti narrati e più neri del colore con cui sono stampate. lo, come nessuno individualmente, posso modificare gli eventi comunicati, ma posso esorcizzare la realtà da loro espressa spostando l’attenzione verso una comunicazione diversa attraverso le stesse lettere che li compongono bruciando i giornali in cui vivono e dando loro una presenza diversa in modo da esprimere un senso differente. La cenere non è segno di morte ma di rigenerazione, nuova vita, nuovo spazio, nuovo tempo, nuove possibilità di futuro. La Fenice risorge dalle sue ceneri.

LC: Il percorso della mostra ragiona sulla memoria, sull’identità e sul tempo come continuum spaziale…

R: Penso che la memoria sia lo strumento indispensabile per costruire futuro, costruire nuova memoria. Frequentarla con il dovuto rispetto è un atto esperienziale da noi usato come strumento indispensabile di crescita. La nostra stessa identità è costruita da una somma di memorie che, consapevolmente o inconsapevolmente, sono i mattoni con cui si è edificata. Questa si modifica con il tempo attraverso l’acquisizione di nuove memorie e costruendone di proprie. Di per sé l’identità stessa è costruita sulla somma delle memorie acquisite ed è soggetta ad influenze che intervengono nel tempo modificandosi conseguentemente. Ma non è il tempo l’autore di questa modifica ma lo spazio in cui nuovi eventi si presentano e si impongono ristrutturando il disegno precedente e il tempo non è altro che la misurazione dello spazio del percorso della vita. Nuovi elementi si aggiungono continuamente alla nostra esperienza, nulla è fermo e stabile e la modificazione è inevitabile. Mi sembra che da quanto detto emerga l’obbligo di una profonda attenzione responsabile in ogni atto, consapevole e aperta.

LC: Vorrei concludere il nostro dialogo, tornando al principio dell’esposizione e alla valenza che attribuisci al site-specific

R: Come sai mi muovo su più territori e, ogni volta in ognuno di questi, agisco con ordini mentali diversi ma con una costante attenzione allo spazio, tenendo collegata quello dello spazio fisico con quello mentale. L’ambiente, lo spazio, sia esso naturale che artificiale determinano una grande risposta emotiva su ogni essere vivente. Basti pensare alla natura, bosco, mare, montagna, campagna, o, nel caso dell’artificiale, Palazzi, case di campagna, piazze, ponti ecc. Ognuno di questi elementi possiede una propria connotazione su cui non è facile imporre un’opera d’arte senza tenerne conto e pensarla in relazione. È inaccettabile che un’opera d’arte abbia la presunzione di essere totalmente indipendente e possa vivere solo di sé stessa. È necessario che questa si esprima, pur essendo realizzata con materiali inerti, come una pianta o un animale, cioè in un territorio adeguato, in un terreno fertile, in una situazione ambientale adatta e ricettiva. Spesso purtroppo si incontrano luoghi di raccolta di cimeli esteticamente privilegiati che osano chiamarsi “Parco di scultura” malgrado le opere esposte siano collocate col principio con cui si colloca una statuina di Bambi in ceramica sul comò del salotto buono. Nessuna relazione con il luogo in cui sono collocate, nessun progetto in relazione al sito. In realtà un recinto, un ghetto in cui avrebbero buona accoglienza anche le note sculturine in cemento dipinto di Biancaneve e i sette nani. Fortunatamente esistono anche meravigliosi parchi scultura in cui le opere e i luoghi della loro installazione si parlano e, insieme, costruiscono un viaggio estetico di grande bellezza. Si, come nel nostro glorioso passato, una installazione o una scultura non possono evitare di dialogare con il luogo che le accoglie. La nostra presenza è giustificata solo se accettata dal luogo ospitante.

RENZOGALLO. OLTRE LE CENERI
A cura di Aldo Iori
Mattatoio di Roma – La Pelanda Galleria delle Vasche
Piazza Orazio Giustiniani 4, Roma
9 giugno – 2 agosto 2026
Sito Web: www.mattatoioroma.it

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