ArtVerona 2026
photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Mark Rothko | Rothko a Firenze, il ritorno

L’esposizione presenta oltre settanta opere allestite in un percorso affascinante nelle dieci sale del Palazzo, alcuni lavori presentati per la prima volta in Italia e molti provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private internazionali. 
L’articolo è consultabile anche sul numero 306 di Segno.

Grandi visioni dell’ineffabile, perché sembrano racchiudere così poco. Colori immediati eppure evocativi dell’infinito. Superfici profondamente saturate che rimangono diafane e fragili. Queste parole di Christopher Rothko, dedicate alla pittura di Mark Rothko, suo padre, ci servono per introdurre la grande mostra Rothko a Firenze aperta fino al 23 agosto a Palazzo Strozzi e nel Convento di S. Marco, nonché nel vestibolo di Michelangelo della Biblioteca Laurenziana.

Curata da Cristopher Rothko e da Elena Geuna, l’esposizione presenta oltre settanta opere allestite in un percorso affascinante nelle dieci sale del Palazzo, alcuni lavori presentati per la prima volta in Italia e molti provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private internazionali. 

Attraverso l’ingente numero di dipinti, disegni, opere su carta  e bozzetti per commissioni pubbliche,  tutta la vicenda artistica di Rothko è ripercorsa cronologicamente e nella particolare prospettiva dell’incontro con l’arte e l’architettura rinascimentali, aspetti che hanno fortemente ispirato la sua ricerca. 

Tre sono i viaggi che l’artista compie in Italia, nel 1950, 1959 e 1966 con soste ad Arezzo per Piero della Francesca, ad Assisi per Giotto, a Roma e a Venezia, ma soprattutto a Firenze, meta principale e sogno auspicato da tempo. Ed è qui che egli è profondamente colpito dalla pittura di luce del Beato Angelico nelle celle di S. Marco nonché dal clima di meditazione e di silenzio del convento, luogo dove oggi sono state collocate cinque sue opere; contemporaneamente, a ricordare l’intenso coinvolgimento di Rothko nel Vestibolo di Michelangelo, di fronte al monumentale scalone sono stati posti due suoi dipinti che sembrano continuare il dialogo allora iniziato.

Indubbiamente il rapporto con Firenze era già implicitamente presente fin dagli esordi della sua pittura, acquisito con lo studio e ampliatosi  poi con l’incontro diretto. Rothko fin dagli anni Trenta evidenzia  un forte interesse per la luce e per l’architettura, di cui, fra le altre, è segno l’opera Interior del 1936  esposta, appartenente alla prima esperienza figurale e surrealista del pittore, dove gli elementi architettonici e strutturali hanno un ruolo centrale rispetto alle figure. Nelle opere della serie Multiforms datate al 1946 e oltre, collocate successivamente, la figurazione si dissolve in astrazioni fluide a livello cromatico e compositivo, già specifiche della personale cifra pittorica che l’artista sta maturando. Ma è davanti alle opere dei primi anni Cinquanta, al giallo, all’arancio e al rosso, distesi nelle ampie superfici dalle campiture all’interno del bordo lievemente sfrangiate, quali Untitled del 1952-1953 e Orange and Tan del 1954, che si comprende come il colore sia un veicolo essenziale di emozione; sono quadri che come ‘finestre’ sembrano aprirsi sul dramma e sul vuoto. Lo spettatore percepisce oltre i bagliori cromatici, una sorta di horror vacui, un apparente nulla che lo coinvolge. Compaiono poi i verdi e i blu fino ai dipinti della fine del decennio, quadri dalle tonalità rosso scure e brune in cui la luce si fa compressa nei perimetri dai rettangoli “nebulosi”, a detta di Cristopher Rothko. Emblematici di questa stagione, sono fra gli altri, Four Darks in Red del 1958, Browns over Dark del 1963 e Browns on Red del 1964 in un bilanciamento di equilibri formali che non muta nella grande e nella media dimensione.

È infine nel richiamo alla Rothko Chapel e a superfici pittoriche sempre più essenziali, quali alcuni dipinti della serie dei diciotto Black and Gray del 1969, caratterizzati dalle ampie pennellate di acrilico e da inediti bordi bianchi, che il percorso espositivo si avvia alla conclusione, lasciando al visitatore l’eco di un dialogo fra luce e tenebra, fra espressione vitale e buio che commuove.

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