Il programma parte dal territorio, dall’incanto celato nei maestosi e intricati palazzi del fitto centro storico genovese, nei cui appartamenti sono invitati a intervenire artisti di alcune delle più importanti gallerie d’arte contemporanea internazionali.
Gli spazi, fortemente caratterizzati, tra decoro barocco e decadenza “À rebours”, serbano traccia delle alterne vicende cittadine, dal fasto del Siglo de Oro – quando i patrimoni dei nobili genovesi furono il sostegno finanziario della Corona di Spagna – fino alle recenti fatiche per il restauro e il mantenimento di così tanti gioielli nascosti, per la gran parte, in mani private. È in questi luoghi che si articola una delicata connessione tra storicizzato e contemporaneo, dove le nuove sperimentazioni artistiche eludono la fissità espositiva, riuscendo ad abitare luoghi memori di altri fasti.




La prima galleria invitata, Ciaccia Levi, con sede principale a Parigi, è entrata in punta di piedi con un progetto fine nell’approccio, ma di impatto deciso e puntuale. I Quattro esercizi di presenza proposti si sono rivelati, infatti, altrettante modalità che gli artisti – Zoe Williams, Ibuki Inoue, Francesco Gennari e Kenny Dunkan – hanno scelto per intersecare un ambiente, come quello del piano nobile di Palazzo Gio Batta Grimaldi, ben lontano dalla zona di interesse di ciascuno.

L’intervento manuale sulla materia è ciò che caratterizza il lavoro di Zoe Williams, le cui intriganti sculture, che oscillano tra antiche simbologie ed elaborazioni fantascientifiche, si interfacciano con lo spazio, potenziandosi; a queste sono accostati i delicatissimi ed eterei disegni di Ibuki Inoue, che riportano stratificate proiezioni di ciò che ci sfugge, attraverso un lavoro compiuto con una rapida scioltezza che sfiora l’automatismo. Francesco Gennari, invece, si muove in sottile equilibrio tra leggerezza e poesia, con opere che giocano sul limite dell’essenza artistica, generando fini vibrazioni emotive nell’animo di chi guarda, al cui sentimento è affidata la quadratura del cerchio. È Kenny Dunkan, però, che più si impone con la politica di un linguaggio che si fa scultura, testo o declamazione e che, nell’opera THANKS TO THAT!, 2026, si riverbera come un’eco nelle sale del palazzo.
L’unione tra spiriti così diversi non ha solo lo scopo di generare facile stupore e non deve apparire come un tentativo di fortificare e legittimare nuove idee, facendo leva su quanto è già stato accettato e assorbito dal gusto collettivo. Al contrario, i saloni secenteschi, intrisi di allegorie e idee – frutto di un’attenta e stratificata elaborazione, tra arte, religione, mitologia e letteratura – non sono di chiara decifrazione come suggerirebbe una prima osservazione delle limpide pennellate compiute dalle celebri maestranze genovesi dei Carlone, dei De Ferrari o dei Semino. Non è pertanto solo la figurazione a mettere al sicuro da una cattiva interpretazione, seppur basata sull’analisi delle fonti e sullo studio della storia: lo spirito con cui l’arte del passato è stata creata sfugge a una profonda comprensione ed è solo con fatica e dedicata attenzione che riusciamo a leggere qualche brano tra le righe della storia. D’altra parte, benché anche il contemporaneo necessiti di essere approfondito per poter essere compreso, la sua spinta ideativa è senz’altro più vicina alla nostra sensibilità di uomini iperconnessi. È quindi proprio l’arte a noi coeva che può riattivare un dialogo fattivo con quelle splendide decorazioni barocche, arricchendole di nuove sfumature e permettendo una più viva interpretazione di ciò che è stato pensato per stupire altri occhi.

Se una forte spinta del contesto accademico cittadino ha permesso l’apertura al pubblico di molti dei più bei palazzi storici genovesi, i cosiddetti “palazzi dei Rolli” – un tempo dimore private prestate all’accoglienza delle Visite di Stato – con una sistematicità e un impegno senza precedenti, il progetto Pop-up Gallery Genova si prefigura di rimuovere la patina di torpore sul passato, auspicando germogli futuri attraverso l’innesto di distanti universi creativi.

Picture courtesy Alice Moschin
Invitare gallerie internazionali e creare una rete all’interno del contesto cittadino, permettendo la scoperta di ciò che è fuori dai percorsi museali, può davvero essere un cambio di passo per incentivare lo sviluppo di un circuito contemporaneo che – salvo alcuni virtuosi esempi, in un fiume che scorre controcorrente – si è progressivamente sfaldato. Se la chiusura dell’unico museo contemporaneo genovese, Villa Croce, e le conseguenti mostre “chiavi in mano” che si sono avvicendate negli anni non hanno certo contribuito alla ricreazione di un vero dibattito fruttuoso, al passo con altri centri italiani, alcuni segnali, come la recente nomina di Ilaria Bonacossa – ex direttrice di Artissima e curatrice di Villa Croce tra il 2012 e il 2016 – alla direzione di Palazzo Ducale e alcune iniziative diffuse, come Pop-up Gallery, hanno dato nuova speranza in un vero e proprio “wind of change”, capace di smuovere l’asfissiante “macaia” ligure. Il gigante con i piedi di argilla che ha rappresentato la città negli ultimi anni può forse trasformarsi nuovamente in un polo di sperimentazione e creatività, come è stato negli anni Sessanta, attraverso l’impegno congiunto di un forte apparato accademico – rappresentato dal docente Giacomo Montanari, oggi assessore alla cultura – e di un energico sistema contemporaneo, soprattutto privato. Solo così si può sperare che la sensibilità venga educata alla comprensione e alla valorizzazione del nuovo, oltre all’ammirazione per le vestigia di un passato di cui solo per vie traverse possiamo essere spettatori consapevoli. Serve, infatti, sempre ricordare che, per citare Maurizio Nannucci, “All art has been contemporary” e che non solo una prospettiva storica può conferire legittimità a una forma artistica. Ma, si sa, “è il banale, di solito, il difficile”.


