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Nuova Gestione: delega e riscrittura nel dialogotra Vincenzo D’Argenio e Fabrizio De Cunto

Dal 21 marzo al 2 maggio 2026, alla Project Room della galleria Mondoromulo, sarà ospitata la mostra Nuova Gestione, con due artisti: Vincenzo D’Argenio (Benevento, 1982) e Fabrizio De Cunto (Benevento, 1987).

Se cercate un’esperienza diversa dal solito, vale la pena fare tappa alla Project Room della galleria Mondoromulo a Castelvenere, in provincia di Benevento. Qui l’arte non è solo esposta: si respira, si ascolta, si tocca attraverso le storie degli artisti che vi sono passati.

Busso al citofono e ad accogliermi c’è Flavio, il gallerista, che mi sorride e mi invita a salire le scale, conducendomi all’interno del suo universo. Lungo il percorso percepisco già l’atmosfera particolare del luogo: le sale, punteggiate da quadri, installazioni, fotografie e tracce dei passaggi creativi, testimoniano il continuo dialogo e le connessioni che nascono tra le persone. Flavio mi fa strada come un Cicerone, raccontando aneddoti e il dietro le quinte delle opere, fino ad arrivare alla Project Room. Qui l’atmosfera cambia leggermente: lo spazio è più raccolto, pensato per dare visibilità a progetti emergenti o a percorsi che deviano dal consueto. Nuova Gestione di Vincenzo D’Argenio e Fabrizio De Cuntoè questo. Tra installazioni e sperimentazioni multimediali, le loro opere dialogano con lo spettatore, intrecciando biografia, immaginazione e linguaggi inediti. 

Nuova Gestione nasce a distanza. D’Argenio a Bologna, De Cunto a Benevento: il loro dialogo si è sviluppato per invii, attese, rielaborazioni. Un processo lento che ha trovato nel sonno il suo dispositivo perfetto. Appena si varca la soglia della stanza, il nostro sguardo viene immediatamente catturato dall’installazione video di Vincenzo D’Argenio: è una polisonnografia che ci restituisce il corpo dell’artista registrato, tracciato e decodificato mentre dorme. Il corpo è disteso sul letto, avvolto dalle lenzuola, con elettrodi e sensori applicati al volto e al torace, rendendo visibile il sistema di monitoraggio che registra respiro, battito e attività cerebrale. L’immagine fredda richiama l’estetica clinica delle registrazioni mediche, ma allo stesso tempo conserva un’intimità domestica: il sonno, momento privato per eccellenza, viene trasformato in scena osservabile e condivisa. Lo spettatore si trova così a osservare un momento in cui l’artista non agisce, non performa, ma semplicemente esiste, affidato alla macchina e al proprio inconscio. Accanto, un archivio imprevisto: centinaia di riprese fatte dai suoi figli con il suo telefono che mostrano una serie di frame disarticolati. Se la polisonnografia mostra il corpo fragile, monitorato e ridotto a tracciato medico, questo archivio visivo rappresenta invece il ritorno alla vita e al movimento. Il passaggio da una stanza clinica, fatta di elettrodi e silenzi, a una superficie satura di immagini colorate e caotiche, suggerisce simbolicamente una traiettoria che va dalla malattia alla rinascita. Lì il corpo è immobile, controllato, osservato; qui la realtà torna a essere fluida, imprevedibile. I frame, spesso imperfetti o sfocati, non cercano la bellezza formale ma raccontano la vitalità del quotidiano. Di fronte all’installazione video, abbiamo un grande pannello che riproduce la galleria del suo cellulare, mostrandoci ciò che vediamo scorrere in sequenza, creando una sorta di mosaico visivo disordinato e pulsante: frammenti di vita quotidiana, giochi, dettagli domestici, volti e oggetti ripresi senza una regia precisa, secondo una logica spontanea e infantile. Gli eventi biografici di D’Argenio – ricorrenti nella sua ricerca – diventano materiale creativo e narrativo. Non è più solo un fatto privato, ma linguaggio visivo e strumento di indagine sulla fragilità umana. 

Lo sguardo di Fabrizio De Cunto — alias Faffiffio — registra e modifica le opere di D’Argenio, rimettendolo in gioco con ironia e precisione. Il lavoro di De Cunto si distingue per un approccio ludico e al tempo stesso concettuale: le sue opere trasformano oggetti comuni o materiali di recupero in forme nuove e impreviste, creando mondi sospesi. È quello che De Cunto fa in Rotolacampi. L’opera si presenta come una grande struttura metallica, leggera ma intricata, che occupa lo spazio come una presenza organica e al tempo stesso instabile. Realizzata con sottili aste di metallo intrecciate, la forma ricorda una sfera irregolare, quasi un groviglio tridimensionale che sembra sul punto di rotolare o collassare su sé stesso. La superficie è punteggiata dai tipici cestelli forati per la ricotta, segno distintivo della pratica dell’artista, che interrompono e frammentano la continuità delle linee metalliche. L’opera dialoga direttamente con l’ambiente circostante: sul pavimento, una dispersione di coriandoli colorati crea un contrasto visivo tra la freddezza del metallo e la leggerezza giocosa dei materiali. L’opera dissemina frammenti della polisonnografia come semi, esattamente come fa la pianta del rotolacampo. Nelle sue installazioni gli oggetti sembrano perdere la loro funzione originaria per assumere significati simbolici o narrativi, invitando lo spettatore a partecipare al “gioco” dell’artista e a mettere in discussione le proprie certezze percettive. Questa dimensione ludica non è solo estetica, ma rappresenta un modo per riflettere sulla realtà e sui meccanismi con cui costruiamo il senso delle cose. L’ironia e la fantasia presenti nelle opere di De Cunto non sono solo elementi estetici, ma strumenti per affrontare la complessità e l’assurdità della realtà contemporanea, offrendo allo spettatore un modo diverso di guardare ciò che lo circonda. L’elemento ludico è maggiormente presente nell’opera Topogallery: un microspazio espositivo, dove vengono ospitate still dai video dei figli di D’Argenio, distorcendo le immagini e rendendole caleidoscopiche. Qui il materiale originale diventa mostra nella mostra. De Cunto ci mostra come l’arte può diventare uno spazio di libertà, di esplorazione e di interpretazione del reale. Come se fosse una sorta di pista delle macchine, l’artista utilizza degli elementi di cartone da assemblare, per ricreare questo spazio, dove convergono storie ed immagini.

In questo spazio raccolto, lontano dai grandi circuiti espositivi, la project room è anche, concretamente, il luogo in cui un cambiamento di vita prende forma e si dichiara. Nuova Gestione non è soltanto un titolo, ma una dinamica operativa ed esistenziale. Racconta una delega, una trasformazione e un dialogo costruito nel tempo e nella distanza.

Vincenzo D’Argenio / Fabrizio De Cunto
Nuova Gestione
Project room, galleria Mondoromulo
Castelvenere (Bn)
21 marzo – 2 maggio

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