Capita, alle volte, che il titolo di una mostra possa dichiarare il falso, o quantomeno abbozzarlo, lasciando riposare la verità sotto uno strato di non detti, fraseggi troncati ad arte, punteggiature che aprono al possibilismo delle ipotesi. Davanti al bivio, si può scegliere di cedere all’istinto, far riemergere memorie apprese, come di sottoporre un insegnamento, un motto o uno slogan, a una revisione critica anche minima.
A primo impatto, però, rinunciare alla fiducia nei confronti del folklore, cavillare sulla bontà della saggezza popolare, può apparire come una scelta eccessiva, fastidiosa, se non addirittura controproducente. Non sempre, però.
Nel caso di Con i se e con i ma…, bipersonale di Gianna T e Ricardo Aleodor Venturi, curata da Giulia Pontoriero presso Studio con Finestra, spazio indipendente aperto dallo stesso Venturi nella periferia di Pesaro, occorre infatti resistere alle tentazioni dello statement per rivalutarne le premesse e per insistere sulla validità complessiva del progetto.
Realizzata con il supporto di Festina Lente ODV APS, aperta al pubblico dallo scorso 28 giugno fino al 6 settembre 2026, la mostra prende la scia alla concretezza e a una certa propensione al pragmatismo: nella formulazione originale, l’espressione sospesa suggerita dal titolo, “Con i se e con i ma”, viene infatti completata da una constatazione amara, da una vena di cinismo disilluso: “lontano non si va”.
Ma è davvero così? È vero che ogni what if racconta una storia di certezze potenziali, non verificate e per questo semplicemente irreali?
Certo è che l’interrogativa ipotetica sollevata dalla curatrice e dai due artisti non è tra le questioni più facili a risolversi. Ponendosi il problema dell’altro da sé, la mostra approfondisce le modalità di approccio a un’alterità troppo vicina per essere davvero considerata tale, quella della nonna. L’operazione condotta da Venturi e Gianna T, dunque, procede in direzione di un rapporto, quello con il diverso ma familiare, che nega la pagina bianca, la tabula rasa, come premessa iniziale. Figure centrali per i due artisti, le nonne – Ada per Venturi, Ida per Gianna T – li hanno seguiti nelle fasi più delicate di crescita e sviluppo individuale, lasciando loro in eredità un capitale di posture, gestualità, proverbi e rituali quotidiani poi andato a sedimentarsi nella memoria dei ragazzi: “nella sua indagine sulla memoria sociale (How Societies Remember, 1969) – così la curatrice nel testo critico – Paul Connerton dimostra che la memoria non abita nei documenti né nei racconti, ma nei corpi in movimento, nella postura, nel gesto ripetuto, nel ritmo con cui si compie un’azione quotidiana. E quando quel ritmo si interrompe, rimane la traccia”.
Al cuore dell’intero progetto, dunque, la memoria corporea è tema di omaggio e celebrazione, pur acquisendo i toni del commiato e dello scarto tra presenza e assenza, tra vita e morte. Se Anna infatti è viva e partecipe, Ida è venuta a mancare pochi mesi fa, sopravvivendo nel campionario di azioni, di immagini, di consigli impartiti al nipote e nella maschera in papier-maché firmata dall’artista britannico Charlie Goodall – che per l’occasione ha realizzato anche il volto di Anna.
Le due maschere, che si fanno compagnia in prossimità dell’ingresso – a pochi passi dall’accordo, formalizzato da Venturi e Gianna T nel dicembre dello scorso anno ed esposto in mostra – precedono i primi due spazi, fortemente connotati a simulare un’abitazione dismessa, o perlomeno in procinto di essere abbandonata in via definitiva.
Nel primo ambiente, Gianna T predispone scatoloni da trasloco, vecchi pezzi di mobilio e un divano che permette la visione di un video, Via Baracca 43, Pesaro (2025-2026): qui, l’artista veste gli abiti che furono di Ida, attraversando le stanze di una casa venduta, “camminando con le sedie” come la nonna gli ha insegnato a fare, indossandone la maschera e assimilandone così la prossemica e le fattezze.
Nella medesima stanza, un fornello acceso manda a cottura lenta una salsa di pomodoro, che amplifica l’attivazione dell’olfatto “in sostituzione” di un corpo che non c’è: “non c’è stata una volta, tranne nell’ultimo periodo della sua vita, in cui non poteva più badare a se stessa – spiega Gianna T – in cui non ci fosse, in cucina, un buon profumo di sugo”.
Il discorso sul trasloco continua poi nell’ambiente adiacente: in un bagno, rivestito interamente di plastica da imballaggio, l’artista posiziona delle cuffie attraverso le quali è possibile ascoltare un documento audio, la registrazione della voce di Ida della durata di pochi secondi (Vedo con il tuo sorriso ad occhi chiusi, 2026).
Opponendosi alla gerarchia dei sensi, e al primato della vista, il ritratto di Ida presentato da Gianna T è dunque il prodotto di un’addizione di stimoli olfattivi, perfettamente in linea con l’alterità presa in esame: Ida era una donna non vedente, che ha dovuto far ricorso per necessità ad altre forme di percezione, e ogni tentativo di contatto empatico con la sua persona non può prescindere dal rispetto delle modalità con cui lei ha fatto esperienza della vita.
Nel corridoio che conduce alla stanza più grande, una serie fotografica di otto immagini – comprensiva dello scatto che intitola la mostra – immortala invece due artisti nei contesti più disparati, da punti più certi e stabili come l’androne di una casa a zone di passaggio – boschi, parchi e tratti di litorale. Se lo scenario è variabile dell’equazione, la costante sta ancora una volta nel volto, nella maschera, e nel rito di appropriazione che testimonia la volontà di proseguire una storia nel solco della continuità ideale: “la maschera – scrive Giulia Pontoriero – non agisce come strumento di occultamento o di negazione del sé, ma come supremo atto di appartenenza”, e “indossare quel volto […] significa, per gli artisti, diventare temporaneamente l’altra per ridefinire ed essere più pienamente sé stessi”.
L’ambiente principale raccoglie, lungo il perimetro, altre immagini similari, stampe a grande formato, assieme ad interventi più “classici” di Venturi: le due acqueforti, Oggi si raccoglie quel che c’è e A te, nonna, mettiamo un puntino?, realizzate appositamente per la mostra, aprono la via a una diagonale creata, agli angoli opposti, da due calchi in gesso di fattura recente (La madonna della nonna, 2026) o più datata (l’ultimo saluto?, 2016). A chiusura, un lavoro a carboncino (Misurando con gli occhi, 2018), anch’esso risalente al periodo di formazione accademica dell’artista.
Sfruttando l’ampiezza dello spazio a disposizione, Venturi ha poi concesso alla nonna la libertà dell’azione in prima persona. In occasione dell’inaugurazione, Anna è stata infatti protagonista di una performance in diretta (Era meglio nascere scarpign, 2026): impegnata a cucire scampoli di stoffa residua, Anna staziona sul punto di soglia che separa l’opera dall’artefice, l’oggetto dal soggetto. Quanto al processo di mutazione, è lo stesso artista a offrirci una lente interpretativa di questo passaggio: “mia nonna non ha la consapevolezza di proporre una performance – spiega Venturi – forse le manca l’approccio iniziale, il coraggio, ma nella libertà del movimento è un’artista a tutti gli effetti. Quando accetta di stare davanti a un pubblico, di fare un atto del genere, solo a quel punto diventa un performer vero e proprio”.
Uscendo dalla grande sala, e proseguendo sul lato lungo di destra, il vuoto della parete è puntellato da una sequenza di quattro scatti, due dei quali, già nell’ironia della nominazione, inscenano un breve scambio telefonico tra le due nonne: Anna chiede (Ei Ida cum va?, 2026), Ida risponde (Eh Anna, si tira a campè!, 2026).
La porzione, vasta, dell’immobile adibita a deposito secondario della merce raccolta da Festina Lente – dall’arredo domestico all’oggettistica – funge poi da incubatrice di memorie e al contempo da contenitore di presenze potenziali e future. Il transito ipotetico delle credenze, delle poltrone, delle figurine in ceramica, che camuffano interventi veri e propri – la sequela di camici e manichini posizionata da Venturi lungo una delle pareti lunghe – accentua una sorta di “effetto-casa” ed allarga la riflessione dalle famiglie particolari degli artisti alla vicenda biografica di tutti noi. Particolarmente riuscito, a tal proposito, è il tête-à-tête voluto da Gianna T, che dispone, su due pareti opposte, un gruppo di fotografie in cui Ida veste i panni del trasformista: “mia nonna – racconta Gianna T – si è sempre prestata alle mie operazioni artistiche. Per un progetto svolto in Accademia, basato su Duchamp, le ho addirittura messo una barba e dei baffi. Ma tra noi due c’è sempre stato un grande legame, di gioco”. Il gioco proposto da Gianna T, dunque, ha il merito di mettere in luce il “doppio senso” di marcia della mostra. Se gli artisti si confrontano con l’altro, anche l’altro in questione esce da un ruolo ben definito e circoscritto: Anna vestendo i panni dell’artista, Ida cambiando continuamente ruolo e identità drammatica.
Uno scambio osmotico che, tornando per un attimo ai dettagli minimi di scenografia, estende il raggio d’azione fino a coinvolgere la comunità intera. È la curatrice, in particolar modo, a ribadire il ruolo dei dettagli minimi di scenografia, “frammenti silenziosi che non raccontano ma testimoniano una memoria che esce volutamente dalla soggettività introspettiva per diventare collettiva”.
E la relazione osmotica tra artista e comunità – che proprio a Pesaro sta indiscutibilmente raccogliendo i primi, incoraggianti dividendi, persino nell’immediato – non può che fiorire dalle mura domestiche, dalle pratiche di cura reciproca che offrono un modello utile anche nelle interazioni con i cittadini. Del resto, confessa Venturi, “mia nonna Anna ha amplificato l’esigenza di comunità e di accoglienza. Grazie al rapporto che ho con lei, sto avendo la possibilità di dire qualcosa di diverso al mondo dell’arte”; lo stesso Studio con Finestra, continua, “è una dichiarazione, una presa di posizione, è l’idea che gli artisti abbiano forte bisogno di una comunità” a cui interfacciarsi.
Forse, allora, il titolo dichiara davvero il falso; forse, con i se e con i ma si può anche andar lontano.




