Art Basel Paris
Stefania Pennacchio

Elmo di Archia di Stefania Pennacchio

Il 20 luglio scorso presso la Porta Marina di Ortigia a Siracusa è stata inaugurata la scultura Elmo di Archia di Stefania Pennacchio. L’opera, nata da un’idea di Giuseppe Rosano, intende rendere omaggio alla memoria, alla storia e all’identità della città di Siracusa.

Se l’arte, come voleva Picasso, è uno strumento di offesa e di difesa, il bronzo di Stefania Pennacchio sceglie decisamente la seconda: una strenua, poetica difesa dell’interiorità e dei suoi valori. Tra tutte le armi, l’elmo è la più nobile: non offende, né nuoce. Suo unico scopo è proteggere colui che lo indossa nella sua parte più preziosa: il capo, vale a dire la capacità di sentire e di pensare. Posto alle soglie di Ortigia, Elmo di Archia si fa altresì monumento alla memoria. Con le sue orbite vuote, la sua materia vissuta, segnata da scontri e da avventure, pare invitarci ad affrontare le magagne del presente facendoci scudo del passato. A tal proposito l’artista accosta idealmente ad Archia, mitico fondatore di Siracusa, le figlie Syra e Akousa, da cui la città ha preso nome. Il suo elmo non poteva essere meno grande e monumentale, a giudicare dalla posterità che ha generato. E tuttavia il carattere più profondo del lavoro non risiede nel simbolismo di difesa o nel confronto con la storia. Abituata a plasmare forme piene e telluriche, compatte come uova primordiali, l’autrice qui va oltre la superficie delle cose, lasciando in vista, e quindi, in un certo senso, abbandonando al suo destino, il guscio, l’armatura difensiva. All’apparenza l’elmo ospita il nulla, il vuoto. Ma a ben vedere il vuoto vero – quello degli uomini vuoti, senza patria né nome – alberga altrove. Per chi lo guardi con occhi disincantati, il monumento si rivela, al contrario, un ricettacolo di luce, materno e femminile. “La nostra grande e terribile colpa”, scriveva la Yourcenar nelle sue indimenticate Memorie di Adriano, “è quella di non essere riusciti a essere, per la nostra anima, altro che un guscio. E tuttavia, in quel guscio, abbiamo custodito tutto ciò che di umano ci è stato dato: la luce, la memoria, la capacità di vedere oltre le rovine”. L’Elmo di Archia di Stefania Pennacchio io lo ritrovo soprattutto in queste righe, nel loro slancio assoluto e disperato. E non si tratta, credetemi, di un complimento da poco.

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