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Delia Gonzalez, Oro

Oro a 24 Hertz: Delia Gonzalez, l’alchimia diventa un loop

L’eco di un sipario che si alza non emette suono, eppure vibra nell’aria di via Chiaia, dove la Galleria Fonti ha inaugurato Opening Night, la terza personale di Delia Gonzalez.

Nello spazio napoletano della Galleria Fonti, Delia Gonzalez tesse una trama dove l’alchimia antica e la vertigine digitale si fondono in un rito visivo e acustico che rimarrà aperto allo sguardo fino al 2 maggio.

L’ingresso in galleria non è un semplice attraversamento di soglie, ma un’immersione in una mise-en-scène che manipola la percezione stessa dello spazio. Gonzalez agisce con la sapienza di un architetto barocco, piegando le pareti e contorcendone la linearità per indurre una dinamica circolare che avvolge lo spettatore in un’esperienza mistica e drammatica. Due nicchie concave, come quinte teatrali che si chiudono su se stesse, sigillano gli archi d’accesso alla sala successiva, negando il passaggio e trasformando l’altrove in un “dietro le quinte” inaccessibile, dove la realtà si fa fumo e specchio.

Lungo il perimetro di questa scena ritmata, otto dipinti scandiscono il tempo della visione. Ogni opera, dalla sagoma che evoca la forma archetipica delle banconote, reca impressa la parola “Oro”. Ma se a un primo impatto la ripetizione del carattere tipografico suggerisce la freddezza di un logo seriale o di un dispositivo pubblicitario, l’osservazione lenta ne svela la natura profondamente umana. La foglia d’oro applicata su fondi monocromatici brilla di una luce che non appartiene alla macchina, ma alla mano che ripete il gesto in modo circolare, trasformando la stratificazione in un corpo d’opera unitario.

Questa tensione materica trova il suo naturale prolungamento nel tessuto sonoro che pervade l’ambiente, un’impalcatura invisibile che sorregge l’intera installazione. La composizione si muove lungo i binari di una ricerca che affonda le radici nella tradizione minimalista, dove il pianoforte viene spogliato della sua aura romantica per essere riscoperto nella sua essenza meccanica. Lo strumento è trattato alla stregua di un set di percussioni: le note non compongono melodie lineari, ma si aggregano in cellule ritmiche ispirate alla complessità delle poliritmie afro-cubane. Ogni battito funziona come un’unità architettonica minima che, attraverso una ripetizione ossessiva, edifica una struttura circolare speculare a quella spaziale.

Delia Gonzalez, Oro

È un richiamo potente alla Napoli delle scienze ermetiche, alla ricerca alchemica della trasmutazione dei metalli che qui ritrova una nuova, radicale urgenza. In un’epoca in cui la moneta si smaterializza nel bit digitale e il valore fluttua nell’arbitrarietà delle crisi sistemiche, l’oro di Gonzalez torna a essere segno puro, mentre il suono si fa volume solido, una presenza che riempie il vuoto tra i dipinti e le quinte. Proprio come gli architetti del Seicento usavano la prospettiva per dilatare lo spazio, l’artista usa il ritmo per dilatare il tempo, inducendo uno stato ipnotico simile alla trance.

Tutto converge verso quel cerchio perfetto descritto dal titolo stesso delle opere: una “O” che apre e una “O” che chiude, un eterno ritorno dove il riverbero del tasto percosso richiama la lucentezza del metallo prezioso. L’installazione di Delia Gonzalez diventa così un murale di concetti e vibrazioni, un’opera performativa totale dove il teatro della vita e l’illusione dell’arte celebrano, in un loop infinito, il loro perpetuo ricominciare.

Delia Gonzalez, Oro
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