Oppio
Installation view

Oppio – Irene Pucci

Oppio come dipendenza fisica, ma anche emotiva, letta in chiave negativa ma con connotazione talvolta positiva. Tutto sta nell’interpretazione, e Irene Pucci espone la sua.

Il concetto di dipendenza ha solitamente una connotazione negativa, perché lo si associa a un “non riuscire a fare a meno di” qualcosa che può essere sia materiale (una sostanza, una medicina, una sigaretta…) sia spirituale (come un rapporto interpersonale). I gradi e gli effetti di questa dipendenza variano e cambiano a seconda della persona in questione, come può variare anche l’esigenza all’origine. È infatti opportuno riconoscere che talvolta possiede connotazione positiva e giovare in modo sano.

Questo breve preambolo ci serve per delineare un possibile percorso intrapreso da Irene Pucci nell’assemblare la mostra intitolata Oppio, sua prima personale presso il Palazzo Oldofredi Tadini Botti a Torre Pallavicina, curata da Carmelania Bracco. L’impressione, infatti, è che a partire da un contatto indiretto con la sostanza stupefacente, la fotografa di origini pugliesi abbia tratto una riflessione personale in grado di restituire al concetto di dipendenza un nuovo volto.

Nella prima stanza sono raggruppati soggetti – immortalati su pellicola in bianco e nero come tutti i lavori esposti in mostra – di diverse età ed estrazioni sociali, metaforicamente posti allo stesso livello anche attraverso la scelta di disporli tutti all’altezza dello sguardo. Con la consapevolezza che in alcune civiltà o gruppi sociali l’oppio è utilizzato per addormentare i più piccoli, l’indagine antropologica che sembra presentare Irene Pucci guida l’osservatore a confrontarsi con degli occhi ricolmi di emozioni senza speranza o con delle scomode realtà che stanno sotto il naso di tutti, ma è più facile ignorarle. I ritratti, infatti, non sono mai totali, ma si concentrano su dettagli che lasciano aperto uno spiraglio di libertà di interpretazione a chi guarda.

Nella seconda stanza, invece, sul filo del rasoio tra sacro e profano, è posta una serie di fotografie incentrate su riti tradizionali di Taranto, sua città natale, che celano in realtà questioni non propriamente pure e sacre. In una di queste, la fotografa concentra l’attenzione su una statua della Madonna, scegliendo però di non includerne la testa. Il concetto di dipendenza, in questa stanza, sembra coincidere più che altro con esigenze culturali e tradizionali dei suoi concittadini, come lo può essere la pesca. Quest’ultima la ritroviamo infatti in secchi pieni di pesce appena pescato o due anguille in negativo.

Nell’ultima sala, come nell’adiacente loggiato, lo stile cambia: da una fotografia di primi piani e dettagli, si passa a una fotografia di paesaggio e architetture. Qui, la dipendenza diventa personale, perché indica il legame che Irene Pucci ha con la propria terra contraddistinta dal mare. Ella in questo caso si mette un po’ più a nudo, permettendo allo spettatore di vedere attraverso i suoi occhi luoghi più intimi e luoghi che le sono rimasti impressi dentro, nonché attimi che rimangono e che hanno un significato che non si può spiegare. Il medium fotografico, per quanto pertinente alla realtà oggettiva, resta comunque uno strumento per aiutarci a ricordare. Un estraneo che si confronta con ciò che abbiamo immortalato non potrà mai comprendere fino in fondo l’importanza di quello scatto, però può sempre proiettare la propria interiorità. In questo senso, il concetto di dipendenza ottiene quella connotazione positiva di cui si faceva accenno all’inizio, perché tutti abbiamo un posto, un momento o un ricordo di cui abbiamo bisogno o nel quale ci rifugiamo quando vogliamo. Ed è un bisogno sano e imprescindibile, che nel caso di Irene Pucci ha giocato un ruolo chiave.

Palazzo Oldofredi Tadini Botti
Via San Rocco, 1, 24050 Torre Pallavicina BG
Oppio – Irene Pucci
fino al 2 ottobre 2022
info: su appuntamento nei giorni feriali, sabato e domenica dalle 16 alle 19