Castelbasso - Progetto Genesi
Installation Views. Oltre l’ultimo cielo, 2025. Casa Sponge Pergola (PU). Foto Michele Alberto Sereni. Courtesy Casa Sponge

Oltre l’ultimo cielo: visioni verticali da Casa Sponge

Fino al 21 settembre a Casa Sponge, nell’entroterra marchigiano, Oltre l’ultimo cielo, mostra collettiva a cura di Francesco Perozzi e Marcella Russo

C’è un cielo che non si vede. Non per mancanza di luce ma per assuefazione dello sguardo. Sta sopra di noi, ogni giorno, eppure abbiamo smesso di attribuirgli senso e affidargli domande. Ridotto a spazio di sorveglianza e dominio, il cielo che ci sovrasta è sempre più attraversato da minacce invisibili e confini imposti dall’alto, segnato da guerre lontane solo in apparenza. Ma qualcosa resiste: un desiderio innato, una tensione verticale che si oppone al disincanto e alla rassegnazione del presente. 

È da questa tensione che prende forma Oltre l’ultimo cielo, mostra collettiva a cura di Francesco Perozzi e Marcella Russo, ospitata negli spazi domestici e naturali di Casa Sponge, nell’entroterra marchigiano, e visitabile fino al 21 settembre. Un attraversamento visivo e concettuale che coinvolge dieci artisti e invita a restituire all’orizzonte celeste uno dei suoi statuti originari. È lo specchio delle nostre contraddizioni e, insieme, del desiderio e della volontà di abitare anche l’invisibile.

Le opere disseminate tra le stanze, il giardino e gli spazi più remoti della casa costruiscono un itinerario che non impone una narrazione ma la lascia affiorare in forma di apparizione, scintilla, indizio. Il cielo – sia esso reale o metaforico – viene interrogato con linguaggi diversi e ogni opera, ciascuna con la propria voce, esigendo tempo e attenzione, chiede di essere abitata.

Fin dall’ingresso I am with you, I have always been with you, don’t be afraid, di Antonello Ghezzi, stabilisce il tono dell’intera esposizione. Una bandiera azzurra, attraversata dall’immagine della Via Lattea, accoglie il visitatore come un segno rassicurante e universale, privo di confini o appartenenze: la soglia di un mondo affettivo e cosmico in cui sentirsi parte di una comunità immaginaria che precede e supera ogni cittadinanza terrestre. È qui che si apre il cammino. 

Subito dopo, all’ingresso del piano terra del casolare, l’opera Oltre l’ultimo cielo di Giovanni Gaggia, un calcio balilla a due aste in cui l’artista sostituisce la superficie di calpestio dei giocatori, sospende il gioco nel momento stesso in cui dovrebbe iniziare. La competizione è abolita, le regole disattivate, resta solo un campo stellato, simbolo di un disarmo poetico, da abitare insieme, senza vincitori né vinti. Un simile principio di sospensione attraversa l’opera permanente di Mario Consiglio che, da una delle pareti esterne dell’edificio, invita lo spettatore a guardarsi allo specchio e a riconoscersi, con un messaggio semplice e decisivo: You are a legend. In questa prima parte della mostra, il cielo appare fin da subito come una dimensione da liberare e il nostro sguardo è chiamato a disinnescarne le logiche conflittuali e a farsi carico del mondo che lo attraversa.

Addentrandosi nelle stanze il percorso si fa più raccolto, più intimo. Le tele di Davide Mancini ZanchiCielus notturnus romanticus e Il cielo in casa, costellazioni realizzate sputando pezzi di carta masticata con una cerbottana rudimentale – parlano del firmamento come costruzione ostinata e corporea. Un’azione giocosa e dissacrante che si trasforma in rituale è evocazione ironica ma puntuale dell’umano bisogno di dare forma all’invisibile. Poco oltre, Marco (I Mark We Mark) di Grazia Toderi raccoglie l’eredità di un dialogo interrotto tra fratelli – lei artista, lui agronomo, recentemente scomparso – trasformandolo in una cosmografia affettiva: una composizione fotografica di mappe e superfici planetarie, craterizzate, che pulsano come realtà lontanissime eppure familiari; che parlano dell’intimità e della distanza, della memoria e della continuità, di tutto ciò che rende abitabile e sacro anche lo spazio più remoto.

In altri ambienti le fotografie verticali in bianco e nero di Michele Alberto Sereni cercano fenditure nel tessuto urbano, lasciando affiorare porzioni atmosferiche intatte. Spazi di respiro sottratti al frastuono metropolitano e interiore. In un silenzioso contrappunto la Sky Polaroid di Nobuyoshi Araki distilla l’infinito in uno scatto essenziale dove la luce stessa si fa immagine, trabocca dal piccolo formato e dimostra che perfino una visione fragile può racchiudere, sia pure per il tempo di un solo istante, la vastità dell’universo.

Nella dialettica di slancio e ritrazione si inserisce anche l’opera di Gedske Ramløv, la quale, attraverso la sua installazione fotografica, Senza titolo (i resilienti), racconta di un orizzonte spezzato, quasi inaccessibile. La vita e il suo dispiegarsi sono raccontati unicamente da ombre di uccelli proiettate su pareti spoglie, tracce fragili di una libertà negata e costretta a lambire i muri. A questa immagine mutilata – che evoca scenari di guerra oggi tristemente familiari – pare rispondere, con un gesto di attenzione sommessa, la seconda opera in mostra di Giovanni Gaggia: Come è il cielo in Palestina? Ricamata in lingua araba con filo d’oro, la domanda attraversa la trama logora di una vecchia coperta, come una costellazione impalpabile, raccogliendosi in un chiaro segno di solidarietà materiale.

Proseguendo verso l’alto Stefania Galegati, con il video Ci credi?, raccoglie nello spazio del sottotetto le voci e le visioni emerse nel tempo sospeso del lockdown. A una domanda leggera “credi negli alieni? Nella vita su altri pianeti?” rispondono amici, conoscenti, sconosciuti. Il risultato è un coro disordinato e tenero che restituisce all’universo la sua dimensione più umana, quella del dubbio, della speranza, del bisogno di credere in qualcosa che ci superi e al contempo ci comprenda tutti.

Dopo l’ultima stanza si esce di nuovo. Sulla terrazza, LUfficio della cittadinanza della Via Lattea di Antonello Ghezzi, chiude il cerchio simbolico aperto dalla bandiera iniziale. Un vecchio banco scolastico, anch’esso avvolto in un cielo trapunto di stelle, invita a compilare e timbrare la propria adesione alla comunità cosmica. Così il gesto burocratico diventa rito poetico trasformando la firma in atto di appartenenza e l’amministrazione dell’immaginario in esercizio di desiderio.

Si lascia così la casa, e in silenzio si sale. In cima al colle di Mezzanotte l’altalena dorata di Massimo Uberti, Found, attende immobile, sospesa tra due mondi, come una soglia da oltrepassare solo con lo sguardo. Qui il cielo non è più metafora ma orizzonte reale. La domanda che pone, muta ma presente, è forse la più urgente: possiamo ancora crederci?

Installation Views. Oltre l’ultimo cielo, 2025. Casa Sponge Pergola (PU).
Foto Michele Alberto Sereni.  Courtesy Casa Sponge

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