La ricerca di Lorenzo Aceto (Pescara, 1985) affonda le sue radici nella natura, in una dimensione catartica in cui ogni elemento sembra far parte di un equilibrio cosmico estraneo a qualsiasi tipo di azione antropocentrica. La sua è una visione in grado di scavare oltre la fragile architettura concettuale, edificata nel corso dell’evoluzione, che separa l’essere umano dal resto delle forme viventi. Nelle sue opere si legge il desiderio di esplorare la relazione con la natura, vincendo la paura archetipa della morte e dell’ignoto.
Nel suo grande dipinto Bucaneve (2022), una composizione equilibrata di colori prevale sulla centralità del soggetto. Sotto un cielo indaco, circondata da dune scarlatte, una carcassa di zebra giace su un terreno arido, alla flebile ombra di un albero spoglio. I resti dell’animale sono circondati da delicati fiori bianchi, i bucaneve, creando un’apparente contraddizione tra la potenza della vita e la fatalità della morte, tra il calore del deserto e i freschi fiori invernali.

In questo ossimoro visivo la terra diventa un elemento generativo e rigenerante, in cui il ciclo della vita rappresenta pacatamente l’ordinario scorrere dell’esistenza. I fiori scelti da Lorenzo Aceto, con la loro simbologia radicata nell’iconografia della pittura, offrono una riflessione sulla caducità della vita e sull’inevitabilità della morte. Nelle sue opere non si evince la pretesa di superiorità che caratterizza gli esseri umani, piuttosto l’autentico desiderio di comprendere, o quantomeno accettare, le trame biologiche della vita. La terra è intesa da Lorenzo Aceto come un paradosso, in cui gli esseri viventi da lui tratteggiati con pennellate rapide e nervose, trovano rifugio.

Nella serie recente di disegni, per mezzo dell’ematite rossastra della sanguigna, trasforma la terra in un portale metafisico capace di ricondurre costantemente alla vita, in un ciclo vitale senza fine. La mostra prende il titolo dal libro per bambini Etwas von den Wurzelkinder, che si può tradurre come “Qualcosa dei bambini delle radici”, scritto e illustrato da Sibylle von Olfers. Le figure di Aceto ricordano i ”bambini radice” che si risvegliano dalle viscere della terra ogni primavera, dopo il lungo letargo, portando insieme a sé insetti, fiori e frutti. I corpi da lui disegnati, con un tratto che pur mantenendo la tensione del gesto pittorico rivela un desiderio di leggerezza, rievocano la mostruosità grottesca dei grilli gotici. Gli esseri ibridi, appartenenti ad un immaginario incantato, si confondono con la terra, dipinta da Lorenzo Aceto come un luogo di riposo, di pace e di rinascita.




