“New Origins – Level Unlocked” , una mostra che attraversa citazione, ironia, territorialità e détournement

Fino al 25 marzo la Andrea Festa Fine Art presenta una collettiva di artisti internazionali che indagano differenti tematiche che pongono nuovi interrogativi.

Il 10 febbraio 2023 ha inaugurato New OriginsLevel Unlocked nella home-gallery di Andrea Festa. La collettiva mostra nuovi lavori di dieci artisti emergenti internazionali: Chris Akordalitis, Grip Face, Alya Hatta, Minyoung Kim, Ralf Kokke, Yann Leto, Vanessa Morata, Jesse Morsberger, Taichi Nakamura, Koichi Sato.

Gli artisti in mostra rispondono a un universo di informazioni global oriented ed effimere attraverso, principalmente, due modalità concettuali distinte tra loro. In primo luogo reagendo con la stessa arma, tra appropriazione di immagini e citazioni dal mondo della tv, cartoni animati, riviste, videogiochi, internet. Troviamo poi, in direzione contraria, lavori che accolgono temi quali la territorialità, l’intimità, la memoria infantile, l’immaginario personale, l’idea di confine, la decostruzione ironica e il détournement visivo. Approcci tematici, questi elencati, che non si escludono a vicenda ma possono incontrarsi e convivere sullo stesso piano.

Tra gli artisti in mostra, il giapponese Koichi Sato (1974, Tokyo, Giappone) di base a New York, che lavora sulle reference visive derivanti dall’intreccio di immagini pubblicitarie e televisive, comprendendo un piano temporale di indagine che va dagli anni ‘60 agli anni ‘90, tra serie TV, riviste dell’epoca. In Sato vi è un indirizzo estetico che fugge dal tentativo di identificazione univoca, lasciando che lo spettatore intraveda, nella sua prospettiva piatta, nelle sue composizioni dalla cromia celebrativa e nelle sue foto di gruppo fittizie dai sorrisi tirati, l’analisi di una società occidentale annegata nel disagio e nella non-identità.
La citazione si presenta anche nelle tele di Jesse Morsberger, (1994, Brooklyn, NY) che appaiono come terra di mezzo in grado di mediare tra il mondo umano e quello dei videogame: “nel mio lavoro” si racconta l’artista, “utilizzo personaggi noti dei videogiochi” e continua, “ne dipingo la memoria e li rendo più umani. Cerco di restituire la sensazione di scoperta che ho provato giocando per la prima volta ai giochi da cui provengono, anni fa.”
L’interesse verso l’appropriazione viene nutrito anche da Yann Leto, (1979, Bordeaux, Francia). Leto colleziona immagini che dispone e organizza in un archivio digitale, dal quale prende spunto per le sue narrazioni. Il suo è uno stile che abbraccia la critica sociale, realizzando maxi-cartoline inviateci dalla piccola borghesia, grandi come l’ego che questa proietta, parodie deformate dell’occidente contemporaneo. Un’ironia che invade anche lo spazio delle tele di Minyoung Kim (1989, Seoul, South Korea) in modo subdolo e invasivo, l’artista combina sullo stesso piano elementi che non provengono dallo stesso contesto, creando détournement malinconici. È proprio in questa ambivalenza di memoria dadaista che si trova lo stile di Kim: “voglio creare una condizione contraddittoria in cui la situazione dell’opera è allo stesso tempo seria e non seria, incarnando l’incontro tra elementi disparati, come la combinazione di dolore e ridicolo, di non familiarità e familiarità.”

Vanessa Morata (1992, Málaga, Spagna) dipinge attraverso uno stile infantile e simil-amatoriale, ricco di citazioni dei cartoon anni ‘90 e inizio 2000. “La mia generazione si colloca tra l’analogico e il digitale” commenta Morata, “la televisione era una presenza fondamentale nelle nostre case”. Gli interni casalinghi sono infatti sempre presenti nei dipinti dell’artista, ai quali sovrappone come collage scolastici i ritagli di un mondo televisivo legato al fanciullesco. Spazi domestici, legati in teoria all’idea di dimensione intima e accogliente, qui però asettici e privati della presenza di vita umana. Lo sguardo all’infanzia diventa invece metro di giudizio per capire il presente per Taichi Nakamura (1982, Tokyo, Japan) “quando ero bambino”, si racconta Nakamura, “i fiumi erano sporchi e gli effetti negativi della crescita economica del Giappone erano spesso visibili nel paesaggio.” Nel suo lavoro l’ambiente naturale e il territorio sono sempre presenti ma in una forma alterata, metafisica, surrealista, sognante. “Mi interessano tutti i cicli che si ripetono. Ho iniziato a percepire qualcosa di diverso dall’ambiente e ho creato il mio lavoro mentre vivevo questi cambiamenti tra
territorio urbano e natura”. Il tema della territorialità è presente soprattutto nelle superfici stratificate di Alya Hatta, (1999, Kuala Lumpur, Malaysia) per Hatta la materia è un mezzo con il quale connettersi alle proprie origini. Le sue influenze hanno un denominatore comune, ovvero il sapore di uno sguardo non stanziale, ancora innamorato delle proprie radici: tra il sud di Londra dove vive e il sud-est asiatico, da dove proviene. “Le comunità che mi circondano sono diventate il nucleo investigativo di tutti i miei lavori.” Un’operazione nella quale si intravede la relazione tra materia e diaspora: “la narrazione e la materialità sono i mezzi che scelgo per esprimere la diaspora, in molti modi. Come ad esempio la ricerca dei materiali nei quali cerco la familiarità: tessuti con perline, una catena di bicicletta arrugginita, il colore preferito di mia madre.”
Infanzia, memoria personale e tradizione orale, questi alcuni dei temi cari a Ralf Kokke, (1989, Rotterdam, NL) intenzionato a descrivere ”l’abbandono dei giorni spensierati dell’infanzia”. L’artista interviene sull’idea di nostalgia in una dimensione atemporale, quella delle sue tele, mostrata in chiave fiabesca, come le storie (mitologiche, fantastiche, tradizionali, reali) alle quali si ispira. Il mondo fantastico ha influenzato molti linguaggi artistici e non a caso è una tematica cara all’ultima Biennale d’arte di Venezia, 2022, curata da Cecilia Alemani. “Il mio lavoro” si espone Kokke, “esplora la tensione tra il desiderio di una libertà incondizionata e la necessità di affrontare la realtà così com’è.”
Troviamo infine il lavoro di Grip Face (1989, Spain), il quale si pone come arbitro disilluso di una generazione impaziente, producendo opere dalla tecnica dissimulatoria. Nonostante il risultato finale possa far supporre a una operazione tecnica superficiale e sbrigativa, supposizione che può nascere dall’obsoleta ma sempre presente demonizzazione delle metodologie processuali più veloci, che in questo momento sono l’airbrush e la pittura digitale e a metà ‘800 erano i colori ad olio industriali. Ogni strato delle sue tele viene invece elaborato in modo preciso e meticoloso, e la tecnica è quella di un’opera di ricerca.
Gli artisti in mostra nella galleria Andrea Festa Fine Art fino al 25 Marzo, 2023, si
appropriano del reale in un modo nuovo e intuitivo, dopotutto “la pittura è un modo
straordinario per contribuire a rimodellare il modo in cui comprendiamo la realtà”, racconta Chris Akordalitis (1989, Paphos, Cyprus) presente in mostra con un dittico dall’atmosfera mediterranea, “si utilizzano le informazioni assorbite e si ha la libertà di aggiungere o togliere ciò che si vuole”.

Grip Face. Ph. Cerri Pecorella

Appunto, aggiungere e togliere ciò che si vuole, così, in ugual maniera, gli artisti di New Origins – Level Unlocked mixano riferimenti e citazioni che fanno parte di un immaginario collettivo o personale – tra passato e presente. Scomposizione e decontestualizzazione di immagini, deviazioni e sottrazioni di significato, l’esposizione fa nascere nuove domande e interrogativi: quale sarà quindi, il prossimo livello?

Benedetta Monti

Benedetta Monti (1994, Forlì) è curatrice indipendente, tra le ultime collaborazioni si citano Andrea Festa Fine Art, Fondazione Baruchello, Villa Lena Foundation, Platea-Palazzo Galeano, IRL Gallery, Palazzo Bronzo, è co-fondatrice di Vacunalia.