Castelbasso - Progetto Genesi
Ndayé Kouagou Heaven’s truth 2026 Veduta di mostra /Exhibition view  Ndayé Kouagou Ph. Dario Lasagni
Ndayé Kouagou Heaven’s truth 2026 Veduta di mostra /Exhibition view Ndayé Kouagou Ph. Dario Lasagni

Ndayé Kouagou | Heaven’s truth: Ndayé Kouagou e l’arte del dubbio

Il Festival Fotografia Europea inaugura quest’anno una riflessione sui Fantasmi del quotidiano. Tra le voci partecipanti spicca quella di Ndayé Kouagou. L’artista franco-parigino approda per la prima volta in Italia.
L’articolo si può trovare nel numero estivo della rivista Segno.

Il Festival Fotografia Europea inaugura quest’anno una riflessione sui Fantasmi del quotidiano. Tra le voci Partecipanti spicca quella di Ndayé Kouagou. L’artista franco-parigino approda per la prima volta in Italia con una personale dal titolo Heaven’s truth negli spazi della Collezione Maramotti. Nata per volontà della famiglia fondatrice del gruppo Max Mara e ricavata dalla riconversione di un ex capannone industriale, la Collezione ha costruito la sua reputazione grazie alla capacità di anticipare le traiettorie dell’arte contemporanea, attraverso relazioni consolidate con artisti internazionali. Un contesto che, nel caso di Kouagou, si rivela particolarmente coerente.

L’artista porta con sé un percorso che attraversa alcune delle principali istituzioni europee e nordamericane: dallo Stedelijk Museum di Amsterdam alla Fondation Louis Vuitton, da Transmediale a Berlino al Centre Georges Pompidou. Heaven’s truth è un progetto concepito per questo luogo, co-prodotto con lo Heidelberger Kunstverein che lo accoglierà nella propria sede a settembre. La performance inaugurale ha offerto una prima chiave di lettura. Kouagou si presenta con una postura ormai riconoscibile: il corpo come strumento di enunciazione, la voce come dispositivo retorico, la capacità di formulare affermazioni che appaiono solide.. fino al momento in cui emerge il vuoto. Il pubblico si è trovato indeciso se fosse davanti ad una confessione o ad una parodia. Questa stessa ambiguità attraversa l’intera mostra. Il video centrale, articolato in tre capitoli secondo la grammatica del fotoromanzo, mette in scena quattro figure archetipiche del mondo occidentale. Le creature ibride, metà umane e metà canine, rivelano le proprie architetture psicologiche. Le loro vicende si svolgono in un paradiso che riproduce con precisione le gerarchie e i pregiudizi del mondo dei vivi. Kouagou vi compare come narratore, con la consueta autoironia, mettendo in scena l’impossibilità di sottrarsi a un punto di vista. Considerati insieme, i tre lavori si interrogano e si rispecchiano, costruendo un sistema in cui ciascuno retroillumina gli altri. Il percorso espositivo continua ricostruendo la genealogia di questo lavoro. Here & Elsewhere (2024) simula un broadcast fittizio in cui l’artista, in doppia veste di corpo maschile e voce femminile fuori campo, alterna finti interventi giornalistici a soliloqui. A coin is a coin (2022), già acquisita dalla Collezione Maramotti, è invece un monologo che parte dall’astrazione dei due lati della moneta, per smontare le nozioni di libertà e potere. Un ulteriore livello di lettura attraversa la produzione fotografica. I riferimenti che saltano maggiormente all’occhio si legano immaginari del mondo gay e queer. L’interesse dell’artista non è biografico, ma linguistico nel senso più ampio del termine: posture, codici, gestualità, frammenti di cultura visiva che vengono rielaborati e ricontestualizzati. Ne emerge la figura di un artista che assume il linguaggio come oggetto capace di significare e di portare con sé ambiguità. Il linguaggio di Kouagou funziona perché replica quello che incontriamo quotidianamente: nei titoli dei telegiornali, nei claim pubblicitari, nei comunicati istituzionali, nelle dichiarazioni politiche. Questa grammatica, portata alle sue conseguenze estreme, gira su sé stessa fino a rivelarsi struttura vuota. Ne deriva una critica del presente: la sicurezza di chi parla non coincide con la verità, e il tempo del dubbio è forse l’unico lusso rimasto. Questa oscillazione, tra ciò che sembra autentico e ciò che non lo è, continua a lasciare il pubblico in crisi.

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