Castelbasso - Progetto Genesi
Wang Yuxiang
Il cavallo sogna la nave, 2024, grafite su tavola, 35x60 cm.

Navigare in acque mobili, in un mare di possibilità

Lungo il peso che ho perduto, mostra di Wang Yuxiang a cura di Niccolò Giacomazzi presso lo spazio Supernova, in piazza Santa Maria in Trastevere, a Roma, fino al 27 ottobre 2025.

I colori, con una prevalenza di tenue azzurrato, non sono colori. La piccola tavola esposta in fondo allo spazio Supernova non ospita un dipinto ma un disegno a matita su fondo biaccoso. Tratti di grafite esatti, squisiti, che rivelano un cavallo e a distanza, in secondo piano, un battello. Il colore, se abbiamo pensato di vederlo, viene forse dai riflessi della luce sulle pareti rustiche e sulla volta ad arco del locale in piena Piazza Santa Maria in Trastevere, o magari è un processo di pareidolia, il prodotto del nostro cervello che riempie il vuoto.

La tavola è di Wang Yuxiang, un artista cinese molto giovane, nato nel 1997 ad Anhui, in una provincia interna, che vive da alcuni anni a Roma e che qui mette in mostra, oltre all’unico piccolo disegno, due installazioni di enormi proporzioni. Al piano terra, prima di arrivare alla tavoletta, sulla destra si erge un vagone che non è un vagone: è una replica a dimensioni reali di una carrozza della metropolitana, in vetro e metallo e dunque aperta alla vista, e con al suo trasparente interno una pioggia di polvere biancastra che si è depositata ovunque, sul pavimento, sui sedili, sui finestrini. Si tratta di cristalli di mica, un minerale adoperato sia nella costruzione di strutture in vetro e metallo che come isolante termico ed elettrico, e che qui è smosso continuamente da un sistema di ventilazione che conferisce al vagone di vetro una luminosità vaporosa e scintillante. 

Il cavallo sogna la nave è il duplice titolo sia dell’installazione che del disegno. Wang Yuxiang ci sta conducendo in uno spazio di possibilità, qual è il mondo terribile e avventuroso che ormai ci attende o che già ci ospita: un luogo nel quale non tutto è ciò che appare ma tutto può essere qualcosa, una metamorfosi continua dinanzi alla quale non vale la pena spaventarsi – non servirebbe a nulla – ma piuttosto indagare, cercare di comprendere, di decifrare. 

In questo spazio raccontato da Wang Yuxiang le lingue e le culture si sovrappongono, più che banalmente incontrarsi, ma non si annullano: l’interferenza, ci insegnano i fisici quantistici, non necessariamente annulla, e dal vuoto o nel vuoto di un mare di Dirac continuiamo a sperimentare la presenza di oggetti solidi e reali. Tutto sta a imparare a leggerne la mutevole fisionomia. Anche accettando l’ingombrante presenza della memoria, che può caricarsi di rimpianto o di sogno, senza per questo renderci inetti alla vita.

Così, nel sottosuolo di Supernova, quasi invisibile all’inizio finché gli occhi non si abituano alla semioscurità, un carciofo che non è carciofo, come il vagone non è tale, la polvere è cristallo di minerale, il dipinto è un disegno senza colori. Questo è infatti un Epiphyllum, o Regina della notte, un fiore dell’America tropicale, qui riprodotto sbocciante in bronzo a testa in giù dalla vota della cripta. Un sistema di deumidificazione fa sì che dal bronzo, inizialmente congelato, goccioli sul pavimento creando una pozza d’acqua, a replicare l’appassire del vero fiore durante le giornate tropicali, dopo la fioritura notturna. 

C’è molto di acqua nell’attività di Supernova, uno spazio culturale e soprattutto creativo che Gabriele Giugni dirige con intelligenza e attenzione, e dove Niccolò Giacomazzi cura mostre ed eventi con raffinata e coraggiosa creatività. Spesso l’acqua ritorna in un luogo in fondo figlio del Tevere e degli acquedotti, e scegliere spesso artisti che all’acqua si ispirano o all’acqua ricorrono quale fattore ispirativo o strumento espressivo vuol dire proprio ricercare il moto perpetuo della trasformazione.

Lungo il peso che ho perduto è il titolo non soltanto della terza opera, l’installazione sotterranea, ma anche della mostra nel suo complesso. L’artista cita un termine cinese, Yuanfen, «avere il destino senza un destino». Qui il concetto di destino va anche inteso quale meta, e dunque nello Yuanfen orientale si riconosce l’idea europea del wandern, andare senza meta, in contrapposizione al fahren o gehen, che indicano il muoversi per raggiungere una destinazione – un destino. In questo Wanderlust si perdono e si trovano oggetti, persone e loro qualità, mescolandosi e trasformandosi senza sosta – perché, ci piaccia o no, sostare oggi è l’ultima cosa che dovremmo e potremmo permetterci.

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