Castelbasso - Progetto Genesi
Paolo Monti

Money in Space | Paolo Monti

Il Mattatoio di Roma presenta nel Padiglione 9b la mostra Money in Space, a cura di Ada Lombardi. Nell’orbita del Possibile.

«Voglio Proprio» è la premessa ontologica della ricerca di Paolo Monti e del suo orizzonte cosmico. In questa mostra si superano i limiti di ciò che si immagina un artista possa o non possa fare. Paolo Monti rende «l’aspirazione al cielo» dell’Aeropittura futurista non un principio teorico-pittorico, ma realtà. La mostra Money in Space riunisce i cicli di lavori realizzati da Paolo Monti dagli anni Ottanta a oggi. L’allestimento, curato dalla moglie dell’artista, l’architetto Laura Rossi, segue un criterio temporale e tematico. Monti è un artista atipico: lavora al confine tra arte, scienza e tecnologia, manipolando ogni mezzo per dare concretezza alla propria visione. La sua ricerca ruota attorno ad alcuni temi ossessivi, come il dollaro americano. Nel vasto Ciclo del denaro lo altera, lo astrae, ridefinendone il vero Valore: non quello economico, ma identitario e relazionale. Personalizzando l’impersonabile. Il percorso si apre con una serie di lavori in cui scarnisce il dollaro fino all’emersione della sua colonna portante, l’icona di George Washington. Tale effige diventa la base su cui sovrapporre simboli come quelli del coronavirus, della pace o, nel caso di Fuku-Radio-Active Dollar (2011), l’avviso radioattivo, che segnala un pericolo invisibile: quello delle radiazioni, così come la speculazione finanziaria incontrollata contamina silenziosamente il futuro della nostra società. Dematerializza la funzione del dollaro, usandolo come pigmento pittorico, applicando la polvere di dollaro sulla tela e, ironicamente, ricreando il simbolo del dollaro stesso in Dust Dollar Sign (1992). Talvolta lo corrode aggressivamente con gli acidi. Addirittura, fa incendiare le banconote, come nell’opera Take a sniff, it smells good! (2001): basta che lo spettatore sosti per più di due minuti davanti all’opera perché la banconota prenda fuoco. È lo spettatore a decretarne il destino. Materializza il desiderio bruciante del possesso, del potere e del controllo. Ciò che induce al consumo viene esso stesso consumato. Mentre nel Ciclo termico, in particolare nei lavori dei Flottage, esplora la dicotomia tra il caldo e il freddo, mettendo in scena uno “specchio termico”.

Grazie a una telecamera a raggi infrarossi, l’immagine proiettata sullo schermo si modifica in relazione all’aumento del calore corporeo, mostrando come lo stato termico sia profondamente connesso a quello emotivo. Monti rende visibile l’invisibile, analizza il Sé dall’interno. Leon Battista Alberti, nel De pictura, scriveva: «Ma questi movimenti d’animo si conoscono dai movimenti del corpo». Nei Flottage, Monti fa un passo laterale: esternalizza i movimenti termici, le vibrazioni del calore, riflesso di uno stato emotivo interno. Nell’opera Flottage. Specchio Termico (1995), l’artista mette in relazione sé stesso, per mezzo di due ritratti opposti rappresentati su una stampa fotografica su alluminio, in una duplice autorappresentazione. Uno esterno, un normale ritratto di profilo, anonimo; l’altro, interno, nei suoi flussi termico-emotivi. Mostra la dicotomia tra mostrare (esterno) ed essere (interno). Ciò che mostriamo non coincide necessariamente con ciò che sentiamo. Paolo Monti crea un nuovo tipo di ritratto: senza filtri e viscerale. Un ritratto puro, senza protesi emotive. Ma la sua ricerca si muove vertiginosa verso un’aspirazione più grande. Monti sa che ogni gioco ha la sua regola; ma sa che esibire la regola può cambiare il gioco.

Nel Ciclo delle opere da viaggio, l’artista sbianca il dollaro, epurandolo dal suo valore economico-monetario, rendendolo reliquia di sé stesso, che chiama Sindone. Nel 2005, realizza tredici copie delle sue banconote sbiancate e, in occasione dei 700 anni del viaggio di Marco Polo, sulle sue orme, le banconote percorrono il tragitto da Venezia a Pechino. Sbiancate, si colorano di Valore attraverso le firme delle persone incontrate durante il viaggio, nel progetto TazebAu Venezia-Pechino. Moneta Relazionale (2005), dove gli incontri lasciano il segno, la firma, che racchiude il nostro marchio identitario. Monti svaluta il valore, rivalutandolo di significato. Il viaggio procede dove l’inimmaginabile diventa realtà poetica. Nell’altrove. Nello spazio infinito. È nel 2006 che l’astronauta Paolo Nespoli firma una di queste banconote, associandola alla missione Shuttle STS-120. L’anno successivo prende avvio il dialogo con la Scuola di Ingegneria Aerospaziale della Sapienza Università di Roma, che condurrà, nel 2011, al lancio effettivo dell’opera nello spazio. Nasce così TazebAu s’pace, un progetto che trasforma il satellite EduSAT 37788, contenente l’opera Sindone 21’37”, nel primo museo orbitante al mondo. Un’opera d’arte che orbita nello spazio, a bordo di un satellite, «è un satellite che sogna, che ha un cuore». Paolo Monti ha reso possibile l’impossibile. Fino al Tutto, allo spazio del Possibile. La Sindone è tracciata in tempo reale e si può vedere il movimento orbitale del satellite. Per l’artista simboleggia «Un abbraccio intorno a Madre Terra».

L’opera di Paolo Monti si inserisce in un solco tracciato nel secolo scorso da Tullio Crali con il Manifesto dell’Arte Orbitale (1969), nel quale il futurista auspicava un’arte «fuori del pianeta» e immaginava «sfilate-esposizioni rotanti d’immensi complessi polimaterici a gloria dell’arte e della scienza». Se l’Aeropittura aveva espresso l’aspirazione al cielo e «l’ansia di staccarsi da terra e di realizzare una prima estetica del volo e della vita aerea», mentre lo Spazialismo di Lucio Fontana aveva aperto la superficie pittorica all’infinito cosmico, con Monti la teoria diviene pratica. La sua è un’arte letteralmente extraterrestre. Non evoca lo spazio o la tensione nel suo raggiungimento, lo abita. L’orbita, tuttavia, non è soltanto un dato astronomico. Il termine richiama il latino orbis, (‘globo’, ‘mondo’) e il greco kýklos, (‘cerchio’), simbolo, nella cosmologia greca, della perfezione, dell’armonia e del moto eterno del cosmo. «Cerco il concetto di unitarietà, di ritrovare l’unione e la pace», afferma l’artista.

È proprio questa duplice natura dell’orbita, reale e simbolica, a costituire il cuore della poetica di Monti. Il movimento circolare non coincide soltanto con la traiettoria della Sindone attorno alla Terra, ma diviene il principio stesso della sua ricerca artistica: la circolarità dell’unione. Così come il satellite descrive una continua orbita attorno alla Terra, avvolgendola simbolicamente, anche le sue opere tendono a ricomporre idealmente le fratture socio-politiche attuali. Nelle Tassonomie Spaziali, Teleconnessioni di Pace 37788, Gaza (2024), l’artista cerca di riconnettere popoli in conflitto: «voglio ritrovare l’unione, la cosa che manca». Alla luce di questa riflessione, Paolo Monti trasforma l’Arte Orbitale da programma teorico a esperienza diretta. L’orbita, intesa come circolarità, riconnessione, è l’epicentro della sua ricerca. Continuatore diretto dell’Arte Orbitale, o forse dello Spazialismo? Generatore di una nuova corrente artistica? Lucio Fontana scriveva (forse evocando implicitamente Malevič) «oggi, noi, artisti spaziali, siamo evasi dalle nostre città, abbiamo spezzato il nostro involucro, la nostra corteccia fisica e ci siamo guardati dall’alto, fotografando la Terra dai razzi in volo». Paolo Monti, un artigiano astrale.

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