Veduta della mostra Milano piano zero. Foto t-space studio

Milano Piano Zero

Il diritto alla città invita ad una rivisitazione dei ruoli, o meglio, di una riconsiderazione dei ruoli che svolgono i membri di una comunità all’interno della stessa, dove talvolta sono proprio questi a sapere come l’urbanistica potrebbe essere più funzionale, e non menti esterne che alla funzionalità forse ci pensano relativamente.

Milano è la metropoli d’Italia per eccellenza e, in quanto tale, aspira a crescere sempre di più, ad espandersi in larghezza e in altezza, mantenendo il centro nel simbolo del Duomo, nonostante la sua veneranda età. La combinazione tra vecchio e nuovo è ormai consuetudine, è addirittura difficile riconoscerne i confini: ogni giorno spuntano nuovi cantieri, vengono buttati giù palazzi interi per ricostruirli, il moderno si infila nel passato, ma per volontà di chi?

All’interno del volume “Le droit à la ville” di Henri Lefebvre del 1968, gli ideatori di Milano Piano Zero hanno trovato una riflessione che spinge il pensiero a guardare l’urbanistica da un punto di vista inusuale: quello del cittadino. Gli abitanti di una città solitamente non hanno voce in capitolo su quanto riguarda l’aspetto urbano, tant’è che laddove prima c’era un manto d’erba bello esteso, ora pullula di cemento e finestre…Ma i membri di quella comunità avrebbero approvato?

Giacomo Pigliapoco e Chiara Spagnol, partendo da questo spunto, hanno voluto estendere la questione alla città di Milano, dando voce ai pensieri attraverso l’arte e un ciclo di talks.
Tra le pareti di Milano Urban Center negli spazi della Triennale, l’allestimento propone un gruppo eterogeneo di opere di Alessandro Calabrese, Giorgio Andreotta Calò, Irene Fenara, Riccardo Giacconi, Elisa Giuliano e Chiara C. Siravo, Francesca Marconi, g. olmo stuppia, Grazia Toderi e Zimmerfrei, oltre ad una selezione consultabile di materiali appartenenti all’Archivio di Triennale Milano e altri di Superstudio, che offrono ulteriori spunti teorici di vario tipo.
Attraverso questi lavori, realizzati appositamente per la mostra o riattualizzati, si è cercato di invitare lo spettatore ad un guardare nuovo, a riflettere su ciò che è stato, a provare ad instillare nella popolazione un dubbio che probabilmente esiste già: cosa ci dovrebbe essere nella “Milano che vorrei”?

Ogni tentativo di novità si basa sempre su una cosa preesistente, perché ormai nel XXI secolo sembra che sia già stato tutto fatto, e c’è una perenne corsa all’innovazione per voler apparire originali attraverso l’idea geniale, ma in quest’ottica è facile dimenticare da dove siamo venuti. Le costruzioni e gli edifici di oggi hanno lo scopo di reinventare il vecchio e quasi trascurarlo, mettendolo in secondo piano, puntando alla realizzazione di un contesto urbano che sia capace di stupire e di suscitare emozioni di stupore, ma è una scelta che parte dall’alto a scapito di chi la città la vive nel proprio quotidiano.

Per fare tabula rasa è dunque necessario ripercorrere la strada che ha condotto all’oggi: Andreotta Calò compie queste tappe osservando la riqualificazione del quartiere Lambrate; il collettivo Zimmerfrei fa un collage di immagini e testimonianze dirette di una Milano di inizio anni Duemila; Francesca Marconi guarda alla multietnicità del quartiere adiacente a via Padova; Calabrese cerca una Milano nascosta agli occhi di Google Street View. Questi sono solo degli esempi di ciò che è esposto in mostra, degli spunti dai quali è possibile partire per ragionare e dare ai cittadini delle possibili chiavi di lettura che, una volta interiorizzati, possono portare a capire le esigenze del singolo. 

Viviamo in una società dove si ha fretta di entrare nel domani, di confermare perennemente una appartenenza ad una realtà che è stata posta dall’esterno, ignorando sempre di più quel “diritto alla città”, a favore di una crescente spersonalizzazione. Ma, come ricordano i curatori, “ogni cittadino è dotato degli strumenti di conoscenza necessari a orientare lo sviluppo della città, in funzione del benessere del singolo e della comunità”, perché alla fine chi vive la città non è il turista di passaggio.

Milano Urban Center – Triennale Milano
via Alemagna, 6 – 20121 Milano
Milano Piano Zero
fino al 12 dicembre 2021
info: dal martedì alla domenica, 11.00 – 20.00