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Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delitto Veduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026 Courtesy Settore Musei Civici Bologna | Musei Civici d’Arte Antica

L’ornamento non è più un delitto

L’ornamento non è più un delitto è il titolo della mostra di Alessandro Moreschini, a cura di Raffaele Quattrone, al Museo Civico Medievale di Bologna

Nel lavoro di Alessandro Moreschini l’ornamento non coincide mai con un gesto accessorio o decorativo in senso tradizionale. Al contrario, diventa una modalità di pensiero e di relazione con il mondo, una pratica che agisce sulla superficie per trasformare la percezione profonda degli oggetti e degli spazi. La mostra L’ornamento non è più un delitto, ospitata al Museo Civico Medievale di Bologna in occasione di Art City 2026 e curata da Raffaele Quattrone, si inserisce con naturalezza in questo percorso di ricerca, proponendo una riflessione articolata sul valore culturale, etico e sensibile del decorativo nel contesto contemporaneo.

Il titolo riprende una celebre affermazione di Renato Barilli, che già alla fine degli anni Novanta aveva riconosciuto in Moreschini una voce autonoma e rigorosa all’interno del panorama italiano. Oggi quella formula, più che una provocazione teorica, assume il carattere di una dichiarazione di metodo: l’ornamento viene sottratto tanto all’accusa di superfluità quanto alla retorica del puro abbellimento, per essere restituito come dispositivo critico e come forma di attenzione verso ciò che ci circonda.

La ricerca dell’artista si è sviluppata nel tempo lungo una traiettoria coerente e appartata, distante sia dalle rigidità del minimalismo più ortodosso sia dalle promesse di smaterializzazione legate all’ipertecnologia. Le sue opere si fondano su un lavoro lento, meticoloso, quasi meditativo, in cui la superficie diventa il luogo privilegiato di una stratificazione paziente. Pattern vegetali, trame fitte, segni ripetuti fino a generare microcosmi visivi trasformano oggetti e supporti in presenze sensibili, dotate di una vibrazione interna che modifica il rapporto tra forma e funzione. In questo processo, l’ornamento non “riveste” l’oggetto, ma lo attraversa e lo rifonda. Le superfici lavorate da Moreschini sembrano respirare, trattenere il tempo del gesto e restituirlo allo sguardo sotto forma di ritmo, luce, densità. È un’operazione che invita a una fruizione rallentata, opponendosi alla logica del consumo visivo rapido e alla perdita di attenzione che caratterizza gran parte dell’esperienza estetica contemporanea.

L’incontro con il Museo Civico Medievale amplifica ulteriormente questa dimensione. Le collezioni storiche del museo — costituite da armi, oggetti quotidiani, bassorilievi, sculture, oggetti votivi e preziosità orafe — offrono un contesto in cui il valore simbolico e il potere evocativo delle superfici sono da secoli elementi centrali. In questo scenario stratificato, gli interventi di Moreschini non cercano il contrasto né la sovrapposizione spettacolare, ma instaurano un dialogo silenzioso e profondo con i reperti, basato su affinità percettive e risonanze formali. Il percorso espositivo si articola in diversi ambienti del museo attraverso opere concepite come presenze integrative, capaci di insinuarsi negli interstizi architettonici e narrativi del luogo. L’artista non introduce un “nuovo” museo, ma ne rivela uno latente, emotivo, fatto di dettagli, riflessi e variazioni luminose che invitano a riscoprire il tempo dell’osservazione. Le opere crescono come una sorta di edera visiva sulle strutture esistenti, stabilendo legami inattesi tra passato e presente senza interrompere la continuità storica dello spazio.

In questo dialogo tra epoche, l’ornamento emerge come linguaggio “glocale”: radicato in una manualità consapevole e insieme aperto a culture visive non egemoniche, al desiderio, alla dimensione affettiva dello sguardo. Dopo essere stato a lungo marginalizzato dal canone occidentale — spesso associato al superfluo, al femminile o all’esotico — il decorativo riacquista qui una centralità critica, mostrando la sua capacità di mettere in relazione corpo, oggetto e ambiente. Si tratta di un’arte che rinuncia deliberatamente alla monumentalità per agire nella prossimità, nella scala quotidiana, nella relazione intima con le cose. Apparentemente “debole”, perché priva di gesti eclatanti, la pratica di Moreschini rivela una radicalità sottile ma persistente, che si manifesta nella cura, nella ripetizione e nella responsabilità del fare. In questo senso, l’ornamento diventa un atto politico nel suo significato più ampio: una presa di posizione contro la standardizzazione percettiva e l’automatismo dello sguardo.

Nel contesto attuale, segnato da una crescente delega dell’immaginazione alle tecnologie e da una smaterializzazione dell’esperienza, L’ornamento non è più un delitto si configura come un invito a ristabilire un rapporto diretto e sensibile con il mondo materiale. La manualità, il tempo lungo del lavoro, la densità delle superfici non sono nostalgie, ma strumenti critici per ripensare il modo in cui abitiamo gli spazi e attribuiamo valore agli oggetti. La mostra si presenta così come un progetto che va oltre la semplice esposizione di opere, proponendo una riflessione più ampia sul ruolo del museo come spazio abitato, attraversabile, capace di accogliere pratiche contemporanee senza perdere la propria memoria. L’ornamento, da elemento marginale, diventa qui un ponte tra epoche e sensibilità diverse, un linguaggio che cresce, si insinua e si fa luogo. La mostra è visitabile fino al 22 marzo 2026. 

Roberto Sala

Editore, graphic designer e fotografo d’arte, dal 2012 è docente di Metodi e tecniche dell'arte-terapia presso l'Accademia di Brera nel corso di laurea specialistica di Teorie e pratiche della terapeutica artistica. Direttore della casa editrice Sala Editori specializzata in pubblicazioni d’arte e architettura, affianca alla professione di editore quella di grafico, seguendo in tempi recenti l’immagine coordinata delle più importanti manifestazioni culturali della città di Pescara fra le quali si segnalano: Funambolika e Pescara Jazz. Dal 1992 al 2019 è Art Director della Rivista Segno per la quale dal 1976 ha ricoperto diversi ruoli e incarichi. Dal 2019 è Direttore Editoriale di Segnonline. Dal febbraio 2024 è Direttore Editoriale delle riviste Segno e Segno.es per le quali traccia la linea politica e di sviluppo. roberto@segnonline.it

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