Castelbasso - Progetto Genesi
ZIO ZIO tutto a posto
ZIO ZIO tutto a posto, Installation view (opere di Andrea Frosolini, Chiara Fantaccione e Guendalina Urbani), Spazio In Situ, Roma, 2026. Ph. Chiara Fantaccione

Lessici e famiglie. Spazio In Situ in mostra con “ZIO ZIO tutto a posto”

ZIO ZIO tutto a posto” mostra visitabile fino al 4 settembre, raccoglie i nuovi lavori degli artisti e delle artiste di Spazio In Situ, presso la sede in zona Malatesta, satellite espositivo dello storico artist-run space romano di Tor Bella Monaca, dove ancora oggi si trovano gli studi. La mostra si configura come l’appuntamento annuale in cui “In Situ” presenta al pubblico le ricerche più recenti di Alessandra Cecchini, Marco De Rosa, Chiara Fantaccione, Andrea Frosolini, Daniele Sciacca e Guendalina Urbani, quest’anno concepita insieme al curatore Fulvio Chimento.

Già dalla vetrata che affaccia sull’area espositiva emerge una forma di coesione stilistica, la cui forza risiede nel preservare l’unicità di ciascuna ricerca espressa. In maniera implicita, in questo aspetto è già presente una dichiarazione relativa al principio fondante del progetto stesso, ovvero quel senso di familiarità, che passa attraverso il linguaggio, e i linguaggi, che mette in luce cosa significa praticare arte in una realtà condivisa come Spazio In Situ. Da questa premessa, il titolo non poteva che portare con sé un riferimento al suo quartiere di riferimento e in particolare a un messaggio in codice, composto da botta (“zio zio”) e risposta (“tutto a posto”), utilizzato alle sentinelle della piazza di spaccio di Tor Bella Monaca per segnalare un potenziale e, in ultimo, scongiurato pericolo.

Se nel caso appena citato c’è una intenzionalità nella trasmissione di un messaggio, in altri casi la parola può avere origine da un mittente inconsapevole, che diviene tale dal momento in cui esistono dei destinatari. Questo è quanto accade con l’opera ambientale di Marco De Rosa dal titolo “Lo spione”. Un grande tubo in PVC mette in relazione l’esterno dello spazio con il suo piano inferiore; così il vociare della strada si insinua nello spazio, raggiungendo un eventuale e non visibile orecchio. Ma è vero anche il contrario, così anche chi ascolta può essere a sua volta ascoltato, e “lo spione” e lo spiato potrebbero in fin dei conti essere la stessa persona.

Che si tratti di una comunicazione verbale o meno, esistono codici entrati a par parte della sfera pubblica mediante un passa parola di informazioni spesso non verificate e che tuttavia si accettano come veritiere. Correlata a questi temi è la video installazione “Dolly Dance” di Daniele Sciacca. Qui l’artista mette in relazione il “ballo della pupa”, in cui lo spettacolo pirotecnico è parte di un rituale collettivo, con i fuochi d’artificio comunemente associati a l’arrivo di un carico di droga. Difatti, visti in questo modo, i fuochi d’artificio rappresentano un significante il cui significato varia in base al contesto. Per qualche ragione, quando si manifestano al di fuori di una festività, vengono interpretati come un messaggio in codice, che tuttavia appare come universalmente compreso. Dietro questo paradosso, si afferma qualcosa che somiglia a una verità e che, in realtà, altro non è che una congettura condivisa.

Fin qui è stato fatto riferimento alla comunicazione umana, mentre nell’opera di Chiara FantaccioneSentinel” lo spunto iniziale è conferito dai segnali sonori che emettono le marmotte per avvertire i propri simili. L’installazione si presenta come una composizione di più elementi, che vanno a creare un paesaggio-giardino, delimitato da dei blocchi di schiuma floreale. In questo ambiente aleggia la presenza della marmotta, che tuttavia non è mai visibile. L’idea di fondo dell’artista infatti non è tanto quella di riportare l’esempio animale, quanto piuttosto di evidenziare dei punti di convergenza tra il fischio della marmotta e altri fischi che ricoprono la medesima funzione, seppur in contesti diversi come l’alpinismo e l’escursionismo. Dal video CGI trasmesso sul monitor emerge un latente senso di allerta, accentuato dall’andamento discontinuo del punto di vista che attraversa l’immagine e dall’alternarsi irregolare del fischio che accompagna la visione. A essere costante è il senso di pericolo che si reitera, senza trovare mai fine. L’impossibilità di trovare una parvenza di pace e rassicurazione, si presenta così come un ragionamento più ampio sulla condizione di vulnerabilità del vivente.

Insieme all’opera di Chiara Fantaccione, nello stesso ambiente troviamo “Ritratto (senza consenso)” di Guendalina Urbani. Una scultura, in argilla e gesso che riprende nella forma e nella texture un passamontagna. Pur essendo un copricapo pensato per celare il volto e mantenere l’anonimato, in questo caso l’oggetto presenta delle forti connotazioni che in qualche misura rendono la figura potenzialmente riconoscibile: delle orecchie animali e un piercing. La neutralità del passamontagna viene compromessa non solo dalla presenza di questi dettagli, ma in particolare dall’apertura per gli occhi, emblema dell’espressività. Dunque l’immagine che si viene a delineare ha una carica comunicativa, che tuttavia preserva il segreto dell’identità, la cui manifestazione è negata al fruitore poiché il ritratto c’è, ma è ‘senza consenso’.

In mostra il riferimento al “lessico famigliare” si presenta in varie forme. “ALL THE THINGS SHE SAID (this is not enough)” di Andrea Frosolini, riprende il tema del segnalamento all’interno di una comunità in una chiave diversa. Infatti, se nella maggior parte dei casi si pensa al segnale come all’avvertimento di un pericolo imminente, ora è il desiderio a veicolare un messaggio. L’opera consiste in un’installazione sospesa al soffitto composta da tre poltroncine, ognuna delle quali è stata foderata con delle bandane di un colore riconducibile al “codice Hanky” (anche conosciuto come “codice del fazzoletto”). Quest’ultimo ha le sue origini negli anni ’70, nella comunità gay statunitense, dove le bandane venivano utilizzate sia come simbolo di appartenenza sia come indumento-codice per esprimere inclinazioni verso determinate pratiche sessuali. Le tre sedute sono legate tra loro da delle catene e da altri accessori che rimandano al bondage e conferiscono dinamismo all’opera, sostenuto dalla scelta della disposizione delle poltrone, ognuna delle quali segue una direzione differente.

In tutto lo spazio – e persino al di fuori di esso – interviene Alessandra Cecchini con la serie “(not your story)”. Si tratta di piccole sculture disseminate in vari punti dell’area espositiva, realizzate dall’artista in cemento, con una basetta in legno, che richiamano l’estetica del souvenir. Dal punto di vista semiotico, il souvenir è un segno che rimanda, in maniera stereotipata, a un luogo ormai distante nello spazio e nel tempo, capace di riattivare ricordi in chi lo osserva. Funge da dispositivo narrativo di un’esperienza vissuta e, per assolvere a tale funzione, è generalmente iconico, facilmente riconducibile a qualcosa. Cecchini gioca su queste caratteristiche del souvenir, sovvertendo la sua vocazione turistica andando a prelevare degli elementi visivi dal quartiere di Tor Bella Monaca, familiari a chi conosce il quartiere, come le torri di viale Santa Rita da Cascia; o ancora degli oggetti che evocano particolari legami, momenti autenticamente condivisi, che non possono che sfuggire a una lettura universale, come invece vorrebbe il tradizionale souvenir.

In ultima analisi, la mostra declina al plurale il concetto di “lessico famigliare”, aprendo la riflessione a varie forme di linguaggio e di famiglia, mettendo in luce la dimensione relazionale del linguaggio, che ne costituisce la qualità fondamentale. 

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