Andrew Melville Hall, foto di Willie Miller, https://www.flickr.com/photos/wmud/14492142038/

L’eredità preziosa di James Stirling

Quelle di James Stirling, architetto britannico di fama internazionale, vincitore del Pritzker Price nel 1981, sono opere di architettura eccezionali: radicali, coraggiose, fuori dal coro, a tratti dirompenti, ma incredibilmente radicati ai luoghi con i quali entrano in contatto.

Alla morte dell’architetto, avvenuta esattamente trent’anni fa, nel giugno del 1992, Vittorio Gregotti dichiarò che tutto, dopo quel momento, sarebbe stato più difficile. Eppure, sebbene l’architettura contemporanea, per superare la crisi che l’attanaglia, abbia bisogno più che mai di maestri di tale calibro, oggi il valore di James Stirling non è ricordato come meriterebbe: il mondo sembra sordo rispetto alla voce decisa e vitale della sua architettura.

Nato a Glasgow nel 1923, studiò fra il ‘45 e il ‘50 a Liverpool: Colin Rowe fu il suo insegnante. Fino al 1960 circa, Stirling – che in un primo periodo collaborò con James Gowan -, si occupò di edifici residenziali, lavorando su piccola scala. La grande occasione arrivò nel ‘59: Stirling e Gowan progettarono i laboratori della Facoltà di Ingegneria di Leicester: un meraviglioso lavoro di smontaggio spaziale e contaminazione linguistica – ma non solo. Attraverso questo progetto e insieme alla Biblioteca di Storia a Cambridge (1964-67), il mondo iniziò a meravigliarsi dell’incredibile talento dell’architetto britannico.

Facoltà di Storia dell’Università di Cambridge, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:History_Faculty_University_of_Cambridge.jpg
Facoltà di Ingegneria dell’Università di Leicester, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:University_of_Leicester_Engineering_Building_from_Victoria_Park.jpg

Francesco Dal Co, nel suo omaggio Per James Stirling, pubblicato nel numero 73 di «Lotus» (1992), ricorda come l’architetto avesse sempre mostrato uno sguardo disincantato rispetto al mondo: un’osservazione attenta, senza illusioni e sincera. Inoltre, il testo racconta del fascino che Stirling provava nel “potere esercitato dai luoghi comuni”: egli era persona estremamente curiosa. A dimostrarlo, la mostra “James Frazer Stirling: Notes from the Archive”, avuta luogo presso il CCA di Montreal, nel 2012: furono esposti schizzi, progetti, plastici, fotografie, ma anche ritagli di giornali e documenti, conservati da Stirling e dai suoi collaboratori. L’ordinario, quanto lo straordinario, erano valutati con la medesima attenzione. La mostra volle dar conto della continuità del pensiero dell’architetto, spesso non percepibile a causa delle diverse considerazioni sulla sua figura: Stirling è definito, infatti, postmodernista, neoclassico, brutalista, architetto a metà tra suggestioni costruttiviste e futuriste. In effetti, egli stesso dichiarò di oscillare continuamente fra astratto e figurativo, monumentale e informale, tradizionale e high-tech. Ma quest’apparente instabilità si rivelerà subito una sua preziosa e fondamentale risorsa. Inoltre, l’intero suo operato risulta permeato, nonostante le diverse fasi della sua carriera, da alcuni elementi costanti: ne considereremo due.

Il primo, come racconta Dal Co, si riferisce al più grande insegnamento che, secondo l’architetto britannico, valesse ancora la pena trasmettere: ci riferiamo alla libertà di assecondare il proprio spirito e quello dei luoghi che ci circondano, perché a essi apparteniamo in modo imprescindibile. Stirling, infatti, appartenne a quel gruppo di giovani architetti che, nella seconda metà del XX secolo, misero in discussione alcuni precetti teorici del Movimento Moderno. Fece parte dell’Independent Group e partecipò ad alcuni incontri del Team X: non tradì mai lo spirito genuino di quel periodo, mantenendo integro quel fermento interiore e culturale. Nel ‘79, davanti agli allievi della Rice School, dichiarava come, liberi dall’utopia, ma con crescente responsabilità, era possibile immaginare un futuro più liberale.

Neue Staatsgalerie Stuttgart, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Neue_Staatsgalerie_Stuttgart.jpg
Andrew Melville Hall, foto di Tom Parnell, https://www.flickr.com/photos/itmpa/5860500969/

Verso la metà degli anni ‘70, a Stirling vennero commissionati lavori su larga scala: progettò molti edifici pubblici, fra i quali tre musei in Germania. Fra il ‘77 e l’84, il suo talento darà vita a un capolavoro d’architettura che, secondo alcuni, segnò una nuova epoca. Si tratta della Neue Staatsgalerie di Stoccarda, la nuova galleria da integrare a quella risalente al periodo neoclassico. Stirling instaurò un dialogo molto intenso con il passato, senza mai imitarlo, ma interpretandolo con assoluta libertà: questa monumentalità informale e il grande continuum spaziale tra interno ed esterno daranno forma a un universo conturbante, che sorprende e intensifica le contraddizioni. Nel discorso d’apertura del Museo, nel 1984, Stirling usò la parola astratto, intendendo “quello stile formale che fa riferimento al Movimento moderno, ai linguaggi desunti dal cubismo, dal costruttivismo, dal neoplasticismo, della nuova architettura”. Ma parlò anche della volontà di costruire un edificio rappresentativo, in grado di dare identità, per “poter contare sulla presenza di segni fisici: una città sprovvista di monumenti sarebbe un non luogo”. Lo smontaggio di frammenti linguistici, la riscrittura di elementi desunti dalla tradizione, l’apparente disomogeneità dell’impianto risultano, infatti, quasi contraddetti dalla stabilità che le masse volumetriche acquistano nel loro insieme e dall’identità che esse generano nei luoghi e nelle persone.

Ed ecco il secondo elemento costante nelle opere di Stirling: la sua architettura riflette esattamente la sua grande capacità di osservare il mondo, con quello sguardo disincantano. I suoi edifici sintetizzano la complessità del nostro mondo fisico, reinterpretandolo: nelle sue opere, infatti, ogni cambiamento risulta pieno di significato e intelligenza; non vi è traccia della casualità che invade la nostra società. E così, la complessa articolazione compositiva e lo smontaggio che denuncia eterogeneità, contraddizione, giustapposizione, convivono con l’unitarietà organica, osservabile da uno sguardo lontano. Le parti costitutive del progetto non potrebbero dialogare fra loro se non attraverso quegli elementi che, per primi, le separano.

L’eredità che ci ha lasciato Stirling è preziosa e molto vasta: riteniamo necessario riconsiderarla per imparare da essa. A partire dallo sguardo dell’architetto, così attento e curioso, e dal suo amore incontenibile per il mestiere che aveva scelto, al quale dedicò la sua intera vita.