Lavinia Cestrone

Lavinia Cestrone intervistata da Lorenzo Kamerlengo per The Hermit Purple, Luoghi remoti e arte contemporanea su Segnonline.

Parlami di un tuo maestro, o di una persona che è stata importante per la tua crescita.

Poco tempo fa ho distrutto una mia opera perché ho sbagliato fissativo. Gli errori, quindi? Maestri indiscussi. Sono una di quelle persone che impara anche, ma non solo, sbagliando e che non va a dormire la sera tranquilla se non è certa di aver fatto qualcosa che la faccia sentire cresciuta, diversa, migliore anche di un minimo rispetto al giorno prima. Viene da sé che non saprei scegliere tra la lista di persone (e ce ne sono state tante davvero di fondamentali: dai maestri di professione agli affetti più cari a certa gente che maledici il giorno di aver incontrato) o di situazioni, o attimi che riconoscerei come importanti per la mia crescita. Però ci tengo a ricordare la presenza di un grande maestro nella vita di tutti noi: negli ultimi anni grandi lezioni le ho imparate dal mio corpo, inteso come sistema vivente e senziente. Chi mi ha guidato in questo mi ha insegnato proprio ad usare una bussola che ho sempre avuto con me, da sempre, è bastato trovare il mio modo di osservare l’esterno ascoltando costantemente cosa succede dentro.
Sembra che si inizi ad imparare per una piccola necessità, per scegliere, rischiando, e si finisce a ringraziare anche le pareti per aver insegnato qualcosa. E sì, si impara anche ad essere curiosi ed imparare

Quali sono secondo te il tuo lavoro/mostra migliore ed il tuo lavoro/mostra peggiore? E perché?

Sono la stessa cosa. Il migliore lo finisci per odiare se gli altri non ti soddisfano. E il peggiore è quello che ha più possibilità di essere migliorato, quindi è sacro. In linea di massima evito di giudicare, piuttosto cerco di capire. Posso però dire con certezza che c’è una delle mie opere che ho sempre in mente quando lavoro: è del 2016, ai tempi ero ancora in Accademia ad Urbino, quella è stata la prima volta che ho sentito di affrontare un progetto con la giusta dose di entusiasmo, impazienza, lucidità e puro piacere per il creare stesso. Da allora cerco di ricostruire quell’atmosfera anche solo ascoltando la stessa musica, sembra stupido in effetti. Se non provo lo stesso forse quel lavoro non vale la pena di essere portato avanti, o non per il momento. Ad altri progetti sono affezionata perché nascondono un indizio autobiografico o in qualche modo simboleggiano un periodo della mia vita che ha avuto la sua risonanza, quelle opere a volte mi chiedo se sia giusto o meno esporle al giudizio altrui.
Il lavoro peggiore? Facciamo che è quello che vi ho inviato e vediamo che succede

Se ti ritrovassi su un’isola deserta, proseguiresti la tua ricerca artistica? Se sì, in che modo?

Domanda sadica. La verità è che non lo so. Immagino un disastro aereo alla Grey’s Anatomy e non posso prevedere se in una situazione così estrema avrei modo di produrre materialmente qualcosa che abbia un valore artistico condivisibile, questo mi renderebbe forse meno artista? Se, invece, mettiamo il caso io ci sia andata volontariamente su un’ isola deserta, credo sarebbe proprio per cambiare totalmente gli indirizzi della mia ricerca artistica attuale o addirittura quelli della mia vita, quante volte l’ho pensato! Ma in realtà sono fiduciosa che non ci sia bisogno di un evento simile a giustificare uno stravolgimento in arte come nella vita.

In che modo sta influendo l’isolamento di questo periodo su di te?

Ho messo su degli addominali di ferro!