Flavio Caroli
Flavio Caroli visto da Momò Calascibetta

L’arte felice: Flavio Caroli

Nel suo ultimo libro (I sette pilastri dell’arte di oggi. Da Pollock alle bufere del nuovo millennio, 2021, Mondadori, euro 28.00) Flavio Caroli, storico dell’arte, critico militante e divulgatore tra i più noti racconta con la chiarezza dell’esperienza e della lunga riflessione le sette rivoluzioni che hanno segnato l’arte dal dopoguerra ai nostri giorni. Rivoluzioni che, nella sua lettura, non sono affatto moti incontrollati, ma passaggi necessari, vincolati da una logica stringente, e hanno la loro sorgente – checché lui stesso ne dica, il terminus a quo è indicativo di una scelta ben precisa – nell’avventura eroica, totalizzante della pittura. “Capisci l’evoluzione mentale, sentimentale, espressiva di Pollock e avrai già capito tre quarti dei meccanismi creativi dell’arte d’oggi”, dichiara sin dalla prima pagina, rivolgendosi a una “esploratrice” immaginaria. Potevamo aspettarci una posizione diversa dall’inventore del “Magico primario”?

I sette pilastri. Perché – e per chi – ha scritto questo libro?

Per tutti coloro che vogliono capire in profondità che cosa succede nel mondo dell’arte contemporanea. Un mondo, come lei sa, su cui aleggia un discreto sospetto, dovuto alla differenza oggi sempre più evidente tra i valori “di anima” e quelli mercantili. Il gemello del quadro di Basquiat che è in copertina è stato venduto a giugno a novantadue milioni di dollari: una cifra da capogiro, che fa strabuzzare gli occhi, di cui però a me non importa nulla. Io mi occupo della dimensione artistica.

Ci vuole pure qualcuno che lo faccia. Molti ritengono l’arte contemporanea radicalmente diversa dalla classica. Lei è d’accordo?

Certo che no. L’arte non cambia. L’arte è una. È l’avanguardia di ogni tempo, il tentativo di rispondere alle sue domande ed esigenze più vere.

Se il futuro si inoltra dal passato, i “pilastri” saranno il collegamento, il trait d’union.

Una precisazione: non siamo dei nani sulle spalle di giganti. Kiefer non è un nano, anzi. Ma i pilastri su cui poggiarci devono essere solidi, altrimenti si rischia di cadere.

Il primo di questi pilastri è dedicato a Pollock, non a Duchamp.

Da qualcuno dovevo cominciare!

Per carità, il sottotitolo del libro, da Pollock alle bufere del nuovo millennio, parla chiaro. 

Retrodatando ancora, la linea di partenza potevano essere Les demoiselles d’Avignon. C’è però un altro mio libro, Elogio della modernità, che finisce esattamente con Guernica di Picasso. Inizio dal punto in cui mi ero fermato.

Volevo solo suggerire che iniziare da Pollock si spiega pure con la sua grande passione: la pittura. 

Le racconto un episodio cui nel libro faccio solo un breve cenno. Il giorno in cui Pollock deve collocare nell’atrio di Peggy Guggenheim un suo quadro, il famoso Murale del 1943, non sa a che santo votarsi. Era di sicuro un grande artista, non certo un bricoleur. Non ci riesce, si rende conto di aver sbagliato le misure. Chiama Peggy, ma la padrona di casa non lo ascolta: alle diciannove ha un party. Party cui l’artista si presenta così ubriaco da orinare nel camino. A quel party è invitato anche Duchamp, che si fa avanti: a sistemare la tela pensa lui. Bene, il dipinto che rilancia indefinitamente la pittura nel tempo moderno è stato appeso da chi ne ha poco prima celebrato il funerale.

In fondo anche Duchamp era un pittore.

È vero. Il Nudo che scende le scale è un dipinto geniale.

Lo vede? La sua passione per la pittura sprizza da ogni poro.

Mica solo per la pittura: la musica, il cinema, la poesia, la narrativa, l’architettura. Amo l’arte in tutte le sue forme.

Negli anni trenta la chiamavano collaborazione artistica. Da questo punto di vista il libro è anche un diario. 

Certo. La maggior parte degli interessati li ho conosciuti di persona.

Ma con la presa di distanza del critico…

No guardi [ride], il critico l’ho fatto quarant’anni fa. Questo è il libro di uno storico dell’arte. Tra l’altro con un margine di specialismo di cui non si può fare a meno, pena cadere nella banalità. 

Contemporaneamente bisogna divulgare, farsi comprendere da tutti.

Non esageriamo: solo da chi intenda sobbarcarsi la fatica necessaria.

Sì, ma del libro ha parlato persino Striscia la notizia!

Antonio Ricci è un uomo molto intelligente.

Non ne dubito. In corrispondenza di ogni pilastro, lei segnala un artista vivente, su cui puntare. Chi è, secondo lei, il più grande, il più importante?

Direi Kiefer.

E tra gli italiani?

Mi rifiuto! [ride]

Tanti anni di storia dell’arte, militanza e divulgazione cosa le hanno insegnato? Non dell’arte in sé, ma del sistema, di quel meccanismo complesso che condiziona gli artisti decretandone il successo o il fallimento? 

Tutti i mondi hanno il loro sistema, e le ingiustizie connesse. Io però posso dirle, dopo una vita di viaggi, mostre, libri, di essermi sempre divertito. Come diceva Confucio, fai il lavoro che ami, e non lavorerai un solo giorno nella vita.