Il titolo Fantastica è un richiamo a quello stupore che l’arte dovrebbe essere sempre in grado di generare. Ma non è facile in questi tempi digitali e iper-comunicativi riuscire ancora a meravigliarsi. La diciottesima edizione della Quadriennale d’arte ci prova e si propone come l’epicentro dell’arte contemporanea italiana, trasformando il Palazzo delle Esposizioni in una vera e propria coreografia di linguaggi visivi. Con la sua apertura, l’esposizione ha subito evidenziato un filo rosso inaspettato quanto avvincente: la danza. Intesa non solo come il movimento espressivo del corpo in scena, ma come metafora potente dell’energia, del ritmo e della relazione dinamica che anima l’opera d’arte e il contesto sociale stesso.
Fantastica celebra l’atto del danzare come principio ordinatore e narrativo, un motivo conduttore che ha guidato i cinque curatori, Luca Massimo Barbero, Francesco Bonami, Emanuela Mazzonis di Pralafera, Francesco Stocchi e Alessandra Troncone, nell’orchestrare un percorso che esplora il concetto di spazio, corpo e performance. E questo approccio trova riscontro anche nella sezione storica I giovani e i maestri, curata da Walter Guadagnini, dimostrando che una tale pulsazione non sia nuova per l’istituzione romana. Lo stesso tema, infatti, fu centrale già nella seconda Quadriennale del 1935, quando la scultura “Danza” di Pericle Fazzini catturò l’attenzione critica, testimoniando come il movimento e il corpo danzante siano da quasi un secolo un elemento fondante e ricorrente dell’arte italiana.
Questa chiave di lettura ritmica e cinetica si manifesta nelle opere dei 54 artisti invitati, di cui 45 alla loro prima Quadriennale e 16 di età inferiore ai 35 anni. In molti dei lavori esposti la forma non è mai statica, ma è sempre sul punto di dissolversi o trasformarsi. Un esempio “fantastico” di questa sinfonia cinetica è l’opera di Roberto Pugliese, che eleva la cibernetica a linguaggio artistico: due bracci robotici eseguono una meticolosa, quasi ipnotica, danza nello spazio, un balletto meccanico che traduce le vibrazioni e le frequenze ambientali in un incessante dialogo sonoro. Sono due bracci armati, l’uno di un altoparlante, l’altro di un microfono, che si corteggiano senza mai toccarsi, in un Equilibrium precario quanto magico.
A questo rituale erotico si contrappone la “danza” aggressiva dell’acciaio di Arcangelo Sassolino, la cui opera cinetica Hunger è un fragoroso artiglio metallico in un movimento violento e ripetitivo che esplora i limiti fisici della materia e l’energia primordiale. Una “danza macabra”, dunque, che si è andata quasi a contrapporre, nel momento della preview per la stampa, alle performance che hanno visto vibrare il corpo, più umano dell’umano, con tutta la sua energia e armonia. È accaduto per Know Not to Be di Antonio Della Guardia, che ha correlato la sua installazione fotografica a parete con la ritmica esibizione delle due performer realizzata sul monumentale scalone interno. Ed è accaduto, esplorando sempre l’identità e la relazione con l’altro attraverso il movimento corporeo, anche nelle performance realizzate da Alessandro Sciarroni, incentrate sulla resistenza fisica, decostruendo e riproponendo gesti della danza e della pratica circense come atti scultorei.
Fa scalpore la grande installazione corale di Shafei Xia, ricca di ironia, con le tigri che fanno uno sberleffo alla loro natura felina, mostrando irriverenza a chi le guarda. È una coreografia della materia che riflette dinamiche di gruppo e di massa, fantastica perché spinge la fantasia oltre i confini di ogni razionalità, proponendo una inverosimile moltitudine di elementi in formazione. Ed è bravo chi scorge l’intruso in scena.
È facile immaginare che le due grandi opere pittoriche di Paolo Bini siano state realizzate “danzando” intorno alla superficie. Questi paesaggi cromatici sembrano fermi nell’attimo immediatamente successivo a un gesto, bloccando una carica dinamica, quasi a voler fermare la musica. In questo contesto di energia e trasformazione si inserisce anche il lavoro di Luca Gioacchino Di Bernardo, che esplora la relazione tra l’uomo e lo spazio con opere che suggeriscono narrazioni incompiute e dinamiche sospese.
Non va dimenticato che Diego Cibelli nel 2021 realizzò nel museo di Capodimonte a Napoli la mostra L’arte del danzare assieme, ponendo l’accento sulla forza cinetica e relazionale dell’arte. Alla Quadriennale espone una maestosa opera dove il disegno impresso sulla superficie si fa materia, si fa porcellana, in una tensione scenografica che diventa palcoscenico dell’immaginario.
C’è danza anche nelle “rivoluzioni” di Francesco Jodice, che indaga il movimento collettivo e la “coreografia” involontaria della vita urbana e degli elementi naturali. Mentre le opere del duo Vedovamazzei sfidano la gravità e l’immobilità, proponendo una vita performativa dell’oggetto.






Ma la storia di Fantastica non si ferma qui, potrebbe continuare nel segno e nel disegno di un movimento palese, cercato o negato, perché nel 2025 corpo e immagine hanno l’obbligo di interagire incessantemente, anche solo guardandosi. Questa Quadriennale diventa così un grande saggio visivo sulla capacità dell’arte italiana di muoversi, di tessere relazioni complesse e di stabilire un dialogo ritmico con il visitatore, confermando la danza come il suo più profondo e stimolante comune denominatore, la pulsazione segreta che connette l’atto creativo al corpo esposto.




