La pratica alla base del lavoro di Elisa Garosi si fonda su una tensione precisa, la volontà di restituire presenza a immagini che, pur essendo patrimonio pubblico, rischiano di rimanere ai margini della narrazione visiva contemporanea. Si tratta di fotografie digitalizzate appartenenti a musei e istituzioni, spesso prive di informazioni complete (titoli, autori, contesti) e proprio per questo aperte a nuove possibilità di lettura. L’assenza di dati diventa uno spazio di ricerca, uno spiraglio piuttosto che una lacuna. Ed è qui che si inserisce la possibilità di effettuare un’indagine, avviata ormai da diversi anni, orientata a comprendere come il vestito abbia accompagnato, e talvolta condizionato, la storia delle donne. Strumento di emancipazione ma anche dispositivo di controllo, la selezione delle immagini non segue una logica cronologica o lineare, bensì si costruisce attraverso parole chiave che orientano lo sguardo. Emancipazione femminile, gruppi di donne, relazione tra corpo e costume. Da deposito statico l’archivio si trasforma in un campo dinamico di possibilità, attraversato da una pratica che unisce sensibilità fotografica e competenze editoriali. Ne emerge una costellazione visiva in cui ogni immagine mantiene la propria autonomia, pur partecipando a una rete di rimandi tematici.
All’interno dello spazio espositivo, questa pluralità si traduce in una costruzione installativa che rinuncia deliberatamente a una narrazione univoca. Le immagini, raffigurate su grandi teli sospesi dalla sorprendente leggerezza visiva, non raccontano una storia lineare ma, anzi, si dispongono come elementi di un sistema relazionale, tenuto insieme dal filo conduttore del rapporto tra donna e abito. La loro organizzazione richiama una dimensione quasi sacrale, una sorta di altare laico in cui le fotografie si distribuiscono nello spazio evocando la struttura di una cupola, suggerendo un’esperienza immersiva e contemplativa. L’assenza di simboli religiosi espliciti lascia emergere una spiritualità sottile, affidata piuttosto al ritmo visivo e alla componente sonora che attraversa l’installazione.
Il titolo stesso, In Her Shoes, introduce una chiave di lettura basata sull’empatia. L’espressione anglosassone, comunemente utilizzata per indicare il mettersi nei panni dell’altro, diventa qui dispositivo critico: le immagini funzionano come superfici riflettenti, capaci di attivare un processo di identificazione e distanza allo stesso tempo. Lo spettatore è invitato a confrontarsi con storie che non gli appartengono direttamente, ma che risuonano attraverso codici visivi condivisi. In questo senso, il vestito assume un ruolo centrale, non tanto come elemento decorativo o dispositivo per esprimere il proprio io, quanto piuttosto come archivio vivente di esperienze, traccia di identità individuali e collettive. L’abito, infatti, si configura come una forma di stratificazione, paragonabile a un album fotografico o a un archivio personale. Indossare significa abitare una memoria, incorporare segni che influenzano tanto chi li porta quanto il contesto sociale in cui si inseriscono. Le immagini selezionate restituiscono questa complessità, mostrando come i vestiti siano al tempo stesso espressione culturale, strumento politico e indicatore di dinamiche economiche ed etiche. In altri casi emergono esplicitamente temi legati al lavoro e alla produzione tessile, come nel caso di campagne di sensibilizzazione messe in mostra sui grandi teli che invitano a un consumo consapevole, evidenziando il legame tra moda e diritti dei lavoratori, fast fashion, consumo, diritti dei lavoratori del settore.
A livello metodologico, il progetto si ispira ai processi di rigenerazione tessile. Così come gli scarti dell’industria vengono scomposti e riutilizzati per generare nuovi materiali, allo stesso modo le immagini d’archivio vengono selezionate, rielaborate e reimmesse in un nuovo circuito di senso. In un’epoca caratterizzata da una produzione visiva incessante, questa operazione assume un valore critico. Elisa Garosi vuole interrogare immagini già esistenti, sottraendole all’oblio e restituendo loro una funzione attiva. Questa attenzione al riuso si riflette anche nelle scelte espositive. Le fotografie in mostra sono presentate attraverso lightbox che richiamano le prime tecniche di visualizzazione fotografica su lastre retroilluminate, stabilendo un dialogo tra estetica storica e linguaggi contemporanei. La luce, elemento centrale dell’installazione, amplifica la presenza delle rappresentazioni, conferendo loro una qualità quasi tattile. Allo stesso tempo, il dispositivo espositivo è pensato in termini sostenibili, attraverso il saggio e riuscito utilizzo di strutture riutilizzabili che permettono una continua riconfigurazione del materiale visivo.
Al centro del percorso emerge una figura emblematica, quella della soprano Frances Alda, pioniera della registrazione musicale in un’epoca in cui la riproducibilità tecnica era guardata con sospetto. La sua presenza introduce un ulteriore livello di riflessione sul rapporto tra immagine, suono e riproduzione, suggerendo un parallelo tra la diffusione della musica e quella della fotografia. Entrambe, in momenti storici differenti, hanno ridefinito il concetto di originalità e accesso, aprendo nuove possibilità ma anche nuove tensioni. L’intervento sulle immagini resta volutamente minimo. L’obiettivo di Garosi non è trasformarle in modo radicale ma, piuttosto, inserirle in un contesto che ne attivi nuove letture. In questo senso, il lavoro si colloca in una zona intermedia tra appropriazione e cura, una zona a metà della ricerca in cui le fotografie vengono rispettate nella loro integrità, mentre il significato si costruisce attraverso le relazioni che si instaurano nello spazio espositivo.
In Her Shoes si configura così come un progetto in divenire, parte di una ricerca più ampia destinata a espandersi attraverso nuove collaborazioni e contesti espositivi. L’archivio, lungi dall’essere un luogo statico, si rivela organismo vivo, capace di generare narrazioni sempre diverse. In questo processo, il ruolo dell’artista consiste nell’attivare connessioni più che nel generarle ex novo, riportare alla luce immagini che raccontano, in modo frammentario ma potente, chi siamo stati e chi continuiamo a essere oggi
In Her Shoes sarà visitabile fino al 4 maggio 2026 negli spazi di Alveare Culturale Studio in Via Imbonati 12 a Milano.
