Il teschio che ride. Colloquio con Dario Orphée La Mendola (Parte II)

Questa non è un’intervista con intervistatore e intervistato ma un libero, orizzontale scambio di vedute con Dario Orphée La Mendola, nato in occasione di Cenere, mostra itinerante sua e di Momò Calascibetta di cui sono stato il curatore, dedicata ai protagonisti del sistema dell’arte in salsa sicula. Una mostra satirica e perciò, come rivelano gli argomenti che abbiamo avuto la presunzione di trattare, decisamente seria. Davvero l’arte, quando non ha raccontato il potere, semplicemente non c’è stata?

Andrea: Comincio a intendere meglio il senso dell’affermazione attorno a cui è nato questo dialogo. 
Dicevi che, in un feudo “a condizione familiare”, il padrone è noto (e temuto), nel sistema dell’arte no. Ma non perché non esista. Come Dio si rivela per farsi conoscere e si nasconde per farsi cercare, anche il diavolo si mostra quel tanto che basta a reclamare sottomissione, ma il suo inganno più grande è il farci credere che non esista affatto. 
Solo trasferendosi nella dimensione fluttuante del “rimosso” può agire indisturbato. 

Dario: Anche senza chiamare in causa il diavolo, concordo. L’arte è inganno in questo senso: osservando lei, ci inquiniamo e perdiamo di vista l’attenzione per il vero. 

Andrea: Non sto discettando di fede o religione. Mi limito a far mia la convinzione espressa da Von Hajek ne La via della schiavitù, “Chi possiede tutti i mezzi, determina tutti i fini”. 
Dio e demonio appartengono alla medesima sfera del signore feudale: sono icone del potere, che si esprime attraverso il controllo dei beni immateriali, i primi dei quali sono ovviamente il paradiso e l’inferno, la bellezza e l’orrore. 
Dacché mondo è mondo, l’arte e il potere (e la ricchezza, che del potere è la testimonianza più eclatante) camminano a braccetto. Senza il commercio delle indulgenze Michelangelo non avrebbe mai dipinto la Sistina, né Raffaello le Stanze vaticane. 

Dario: Quello che proprio non afferro è il meccanismo che induce l’oppresso a baciare le mani all’oppressore. 

Andrea: Ti rispondo con un brano del Discorso della servitù volontaria di Étienne de la Boétie: “La prima ragione per la quale gli uomini servono volentieri è perché nascono servi e sono educati e cresciuti come tali. Da questa ne segue un’altra: sotto i tiranni la gente diventa facilmente vile ed effeminata”.

Dario: Con la libertà si perde di colpo anche il coraggio.

Andrea: Sono le stesse parole di Étienne: “I popoli assoggettati affrontano la lotta senza alcuna gioia né decisione; vanno incontro al pericolo l’uno addossato all’altro, quasi intorpiditi, come per adempiere un obbligo, senza sentire bruciare nel cuore il fuoco della liberazione che fa sprezzare il pericolo e regala la voglia di conquistare, con una bella morte in mezzo ai propri compagni, l’onore e la gloria”.

Dario: Il potere non morirà mai, lo dico da convinto anarchico. E sono tale perché ritengo che tenersene alla larga sia l’unica via per provare ad estirparlo. 
Dai, per il potere gli uomini farebbero di tutto: dall’adularlo al nasconderlo. Che schifo! 

Andrea: “Nessuno è più schiavo di chi si crede libero senza esserlo”. L’aforisma di Goethe, dalle Affinità elettive, è quanto mai attuale: “La dittatura perfetta”, come asseriva Huxley, “avrà la sembianza di una democrazia, una prigione senza muri nella quale i prigionieri non si sogneranno mai di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù”. 

Dario: Il panem et circenses dei romani!

Andrea: Fosse nato qualche decennio dopo, Marx avrebbe scritto di “oppio dei popoli” riferendosi all’arte: all’arte come strumento di “divertimento” e di “consumo”. 

Dario: Se però gli schiavi si rivoltano, è necessario intervenire.  

Andrea: Certo, con la censura, la gogna, il confino; ma più spesso cancellando gli artisti che provano a sottrarsi alle catene del mercato.

Dario: In che modo? 

Andrea: Non occorre una gomma, e neppure un tribunale. Basta creare bisogni, lanciare nuove mode. 
La tecnica migliore è affidarsi ai saltimbanchi, specialisti nel trafficare coi pupazzi, i coriandoli e gli animali impagliati. 

Dario: Stai parlando di tutti i contemporanei.  

Andrea: Non di tutti, o almeno non sempre. Talvolta anche i giullari, come il fanciullo che, nella favola di Andersen, esclama “il re è nudo”, sono attendibili e sinceri. Ma il fanciullo rimane fanciullo e il re, per quanto nudo, è sempre re.

Dario: In ciò ti do ragione. Io e Momò siamo fanciulli. Fanciullini!

Andrea: Perciò non lesinate carezze ai padroni del villaggio. 

Dario: Non so se li abbiamo carezzati sul serio: a me toccarli fa senso. 

Andrea: Dico solo che non si può dichiarar guerra al potere senza aspirare a prendere il suo posto, a diventare potere.

Dario: Davvero credi non vi sia alternativa tra essere servo ed essere padrone?

Andrea: Sì che c’è! Si può essere morti.

Dario: E se, per una volta, morissero i cattivi?

Andrea: Nell’affresco di Palazzo Abatellis col Trionfo della morte, la Mietitrice a cavallo sembra realmente accanirsi sui potenti, mentre gli umili, sotto lo sguardo dell’artista e del fido assistente, pare trovino scampo. Ma chi ci assicura che la simpatia per gli oppressi, oggi così evidente, lo fosse agli occhi dei contemporanei?

Dario: Col passare dei secoli le opere vanno un po’ per conto loro. 

Andrea: Pensa, che so, al dipinto coi Reali di Spagna di Goya, decisamente elogiativo, che già a pochi decenni dalla nascita appare al solito francese di passaggio il ritratto di famiglia di un salumiere che ha vinto alla lotteria. Che strano paradosso: l’arte nata per celebrare il potere gli si rivolta contro. 

Dario: Vabbè, l’arte fa parte del mondo; e il mondo è viscido. 
Nella vita tutto ti volta le spalle, tutto può prenderti in giro o abbandonarti: la gattina, la moglie, la luna… La vita stessa, che prima ti apre le labbra e poi ti soffoca. 
Anche l’arte si scaglia contro il potere come un’amante ferita… Lui prima le mette le corna, e poi se le ritrova sui capelli. 
L’arte in realtà non lo desidera, ma non può fare a meno di combatterlo aspramente. 

Andrea: E se ciò accadesse soltanto perché, morto il sovrano, un altro si è insediato?

Dario: È una fissazione, la tua.

Andrea: Le cose non sono come sembrano. La maggior parte dei capolavori del passato racconta fatti che i committenti neanche si sognavano. 

Dario: Vuoi dire che già allora i soggetti erano Cenere, un guscio da scartare.

Andrea: Chi mai, tra qualche anno, saprà intuire quale “padrone” si celi dietro una tua macchietta, o dietro una maschera dipinta da Momò? 
Verosimilmente, come nel caso dei Reali di Goya, qualche fraintendimento ci sarà. A meno che, come è accaduto a Dante, schiere di critici non si affannino a dipanare la matassa. 
In tal caso non saranno le battute di spirito, quanto “le glosse degli scoliasti” di cui scriveva Montale a farvi rivoltare nella tomba.

Dario: La coscienza non ci accusa. Non abbiamo mai pensato di insultare nessuno, men che men di battagliare. 
Le provocazioni e le rivoluzioni (lo dice Panikkar nella sua Ecosofia, l’unico libro veramente intelligente che abbia letto insieme a Il linguaggio dei fiori di Charlotte de Latour) producono reazioni distruttive. Io per me credo nella metamorfosi, nostra e del mondo (dell’arte, mi auguro).

Andrea: L’hai detto. La Cenere non è polvere da sparo, ma l’esito di una combustione. 
Il cambiamento che in essa si opera è l’antefatto di un rito. Un rito penitenziale.

Dario: Che cosa c’è di più puro della cenere? Una volta Cenere, e cioè metabolizzata da chi vedrà i dipinti o leggerà il mio testo, la nostra opera con noi non avrà niente da spartire.

FINE SECONDA PARTE (continua)