Il teschio che ride. Colloquio con Dario Orphée La Mendola (Parte I)

Questa non è un’intervista con intervistatore e intervistato ma un libero, orizzontale scambio di vedute con Dario Orphée La Mendola, nato in occasione di Cenere, mostra itinerante sua e di Momò Calascibetta di cui sono stato il curatore, dedicata ai protagonisti del sistema dell’arte in salsa sicula. Una mostra satirica e perciò, come rivelano gli argomenti che abbiamo avuto la presunzione di trattare, decisamente seria.

Dario: Che strana giornata. 

Andrea: Cos’ha di stano? 

Dario: Il solito. Il solito trascinarmi in lei. Senza che io lo voglia. Bella, la tua mostra, ieri.

Andrea: Grazie. Detto da te non so se è un complimento o una revolverata. 

Dario: Oggi sto male e sono sincero. Stanotte ho fatto un incubo. Ero nel mondo dell’arte. Ma era un mondo troppo simile al nostro, e cioè perverso. Ho pensato tanto, mentre piangevo (ma perché piangevo?). Ho pensato, a questo ho pensato… Come il feudo aveva il suo signore, anche l’arte ha il suo. Ma con costumi differenti. Perché nel feudo il signore era la vita del feudo stesso, ciò che esso produceva, e anche la sua immagine. Nell’arte, invece, il signore, seppure approfitti della vita dell’arte, non è ciò che essa produce – poiché si serve di delegati –, e nemmeno la sua immagine – poiché questa è celata ironicamente –. Il signore del feudo, insomma, era un essere presente; quello dell’arte è un essere dissimulato, che esiste soltanto nella sua trasparenza: come quando, da bambini, spegnendo la luce prima di dormire, avvertivamo qualcosa che ci inquietava, e che di lì a poco, in forma di incubo, ci avrebbe tormentato.

Andrea: Poveri signori dell’arte… Ma è normale che il datore di lavoro sia un “incubo” per i dipendenti, a cominciare dagli artisti. Per noi che ti leggiamo o ammiriamo le ironiche figure di Momò Calascibetta dedicate ai caporioni – critici, galleristi, collezionisti, curatori –, la relatività della corrispondenza tra l’immagine del “signore” e una persona reale non rimanda, o rimanda in modo secondario, a una sua presenza dissolta, fantasmatica: è più che altro il minimo di spersonalizzazione necessario per specchiarci, e riconoscere in lui le nostre colpe. Da quando un’opera d’arte, o una sua riproduzione, si vende sui banconi, suo signore è chi la cede, ma pure chi l’acquista. In definitiva, siamo noi.

Dario: In questo momento l’arte ha raggiunto la sua perfezione. Non è più sé stessa, né il suo contrario. 
Riesce a riprodursi, e poi a dissimularsi. Crea il suo sistema morale, si immagina morta e prepara il suo funerale. Somiglia a un rifiuto; o forse a un fossile, che ha tutta la vita perduta nella sua forma incancrenita.

Andrea: Caro Dario, me lo ripeteva mio nonno: “Chi nasce è morto”. La morte fa parte della vita, ne è il coronamento, il limite. Forse persino la ragione. Se un’opera non muore, non può rivivere in chi la riceve in dono. 

Dario: L’arte è affascinante. Non ne comprendo il perché. E non comprendendo, mi affascina ancora di più. Non sopporto però che si faccia dell’arte un che di separato dalle questioni più umili della vita. Quando l’arte diventa Arte, mi vien voglia di distruggerla. Perché la trasformazione cambia anche noi: in meglio. E tale “meglio” è la morte del “vero”.

Andrea: Esistono vari tipi di fascino. C’è quello dell’uomo che non deve chiedere mai, e quello dell’ignoto. Se, come sostieni, un oggetto d’arte sembra un fossile, un relitto del passato, la prima delle sue grazie sarà la vetustà. 

Dario: La bellezza e l’arte sono due vicine che non si sopportano, per me. Si odiano a morte. Se potessero, si ucciderebbero. La bellezza non è esclusiva dell’arte; è esclusiva dell’uomo: che è cattivo e desidera affidarsi ai sentimenti per non sentire il male. 

Andrea: Sono d’accordo sulla bellezza. Pure una foto brutta ma vecchia – parlavi di “rifiuto” – è in grado di commuoverci o esaltarci. Ma questo “effetto pietà” dell’arte è un semplice ingrediente, neanche il principale. 
È chiaro, ad esempio, che il ritratto di un mio antenato eserciterà su di me un influsso maggiore di quello di un perfetto sconosciuto. 

Dario: E perché mai? 

Andrea: Perché mi è prossimo, mi riguarda da vicino. Anche l’artista tira acqua dal fosso della sua storia personale per poi filtrala, renderla potabile, vale a dire comprensibile a chiunque. Ciò non significa che egli debba separarsi dalla vita. Il suo è un lavoro da artigiano.

Dario: Direi da contadino, che produce cultura dalla natura. 

Andrea: Anche sulla morte del vero avremmo tanto da discutere: “cos’è il vero” è la domanda di Pilato. Chi ebbe il coraggio di risponde-re “sono io, che ti parlo”, è morto, ma per risorgere subito dopo.
Proprio come il seme gettato dagli amici agricoltori. 
La verità non muore mai, semmai a morire è la menzogna: cioè l’arte, a cominciare dalla pittura.

Dario: Forse la forma è un’invenzione della natura per contenere la sua energia. Solo in minima parte la forma è opera dell’uomo, perché l’uomo non ha altra forza che il suo assoggettamento all’ambiente. Per questo motivo la forma è vita: essa è verità e menzogna insieme, e anche bellezza e bruttezza.

Andrea: Non c’è dubbio che la forma ci informi. Siamo necessitati da così tante cose! I genitori, la scuola, gli amici, i luoghi frequentati. Sarebbe sciocco immaginarci come puri soggetti sensienti e pensanti. Eppure è ciò che sistematicamente accade: hai presente Second Life, il gioco online di moda anni fa in cui i concorrenti interagivano attraverso un avatar

Dario: Un gioco senza alcun obiettivo: non c’erano nemici da sconfiggere né regni da salvare. 

Andrea: Esatto. C’era soltanto il piacere di rivivere la propria quotidianità – esplorare, conoscere, fare sesso, creare, esibirsi, commerci-are, costruire case e arredarle, nuotare in piscina, pagare le tasse – in un contesto totalmente inventato. Una simile virtualizzazione dei rap-porti riguarda anche l’arte.

Dario: Che diventa spettacolo.

Andrea: Le opere tradizionali non sono forse percepite come cadaveri insepolti? Avvezzi a vivere cento vite irreali, non sappiamo più vibra-re difronte a uno sguardo. Figuriamoci difronte a un quadro o a una scultura. 

Dario: È proprio tale “morte” a risvegliare in noi il senso del sacro. 

Andrea: Ci accorgiamo che qualcosa manca quando non la posse-diamo più. Nel giorno – non lontano – in cui l’ultimo artista avrà smesso di dipingere, anche la peggiore delle croste ci farà provare un tuffo al cuore. 

Dario: Immagina il sussulto difronte a un quadro di Momò. 

Andrea: E dire che, specie quando la satira è un pizzico pungente, sei spesso in disaccordo.

Dario: Non certo per la qualità del suo lavoro. Mi sembra che a volte esageri: perciò sono dubbioso. Eppure, pian piano, socchiudo gli occhi. 

Andrea: Secondo me il motivo è un altro. Hai detto che “l’uomo non ha altra forza che il suo assoggettamento all’ambiente”. Ma la sua grandezza sta proprio nella sua incapacità ad assoggettarsi! 
Qualora l’umanità abbracciasse il ciclo naturale della vita senza opporre resistenza, parole come arte, religione, progresso sarebbero bandite. 
In questo senso Momò e i veri artisti sono eroici: creano un mondo altro ma, a differenza dei programmatori di Second Life, lo serrano a chiave. 
Mettono cioè in salvo la distanza, tessuta di desiderio o di rimpianto, tra chi contempla un sogno e il sogno contemplato. 
Che poi sia bello o brutto, vero o falso, importa poco. 

Dario: Dall’ambiente non possiamo sottrarci. Esso è la nostra scena, la nostra prigione, il nostro soggiorno obbligato. E infatti, lo stiamo distruggendo, perché in fondo lo odiamo (qui non posso essere contraddetto), odiando qualsiasi cosa di cui non conosciamo nulla (o no?). 
La nostra tragica ed eterna bellezza sta proprio nel distruggere una realtà fragile, in equilibrio precario. 

Andrea: Tu e Rilke non vi ingannate: “il bello è il principio dell’orribile”. Ma “bellezza” rimane concetto vago e relativo… Ogni epoca ha la propria. Anzi, ciascuno di noi ha di bellezza un’idea particolare. E ciò per non parlare delle oscillazioni dovute alle circostanze contingenti. Un gelato in una giornata di calura non sarà solo buono, ma anche bello. E tuttavia, smarriti in un deserto, per entrarne in possesso potremmo ucciderci a vicenda. 

Dario: Certo che ci uccideremmo. Lo facciamo anche per meno di un gelato o per la sete. Lo facciamo anche per un bacio. Perché non sappiamo cosa farà soffrire chi ci sta di fronte, e della sua vita ce ne fottiamo alla grande. La nostra storia è nient’altro che il resoconto dei nostri omicidi. 

Andrea: Dici sul serio?

Dario: L’uomo non può fare a meno di far male; e ci riesce benissimo. Pensaci: l’umanità considera buono, bello e normale il presente, il suo stato attuale. 
Non basta questo a farci comprendere quanto sia pervertita? Lo so: la pensi diversamente, il tuo umore è l’opposto del mio. Però uguagliare bontà e bellezza a me fa ridere. 

Andrea: Ti riferisci a Platone, ritengo. Forse si sbagliava meno San Tommaso, che del Trascendentale Pulcrum contemplava la natura misteriosa. 
La bellezza a me sembra piuttosto una bomba da maneggiare con cura. Come si fa ad affermare – cito un famoso enunciato di Gombrich – che il ritratto di una vecchia avvizzita e deforme possa essere più bello di quello di una fanciulla avvenente? Tutto dipende dalla forma, ma per accettarne il dominio siamo costretti a compiere un sacrificio espiatorio: la rinuncia al nostro libero giudizio. 

Dario: Una volta mi hai detto una parola che non mi ha fatto dormire: noi siamo esseri trascendenti. Ho avuto i brividi. Questa è una frase bella. Una frase adatta all’età contemporanea (sono sarcastico). Comunque è vero, ogni epoca ha la sua bellezza. Bello è ciò che è triste, triste è ciò che è trascendente. E come dici tu, noi siamo esseri trascendenti (scusa, mi contraddico e mi diverto tanto). 

Andrea: In ciò il bello è simile al buono: è difficile da conquistare. Oggi neppure ci proviamo e, smarrita la speranza dell’altezza, barattiamo le aspirazioni ultime con libertà particolari. Ci è consentito, per dirne un’altra, di sentirci “senza limiti”, ma a patto di sottoscrivere un contratto con quel tale operatore. Se vogliamo, visto che siamo in estate, possiamo superare la “prova costume”, ma non senza acquistare quelle pillole che ci faranno star male, e ci costringeranno a prendere delle altre medicine, e via di questo passo. Solo i potenti, come i farisei del tuo racconto, e come i protagonisti grassi, giocosi e sessualmente appagati dei dipinti di Momò, non muovono neppure con un dito i fardelli che impongono ai comuni mortali. 

Dario: Difatti, a mio avviso, la storia dell’arte non è altro che la storia del potere. Non il potere – puntualizzo – ma la sua storia. Al presente è anche la storia della criminalità umana. Quando l’arte non ha raccontato il potere, semplicemente non c’è stata. 

FINE PRIMA PARTE