Richard Artschwager
Richard Artschwager, Sliding Door, 1964, Formica su legno e maniglie in metallo. Courtesy Gagosian Roma

Il minimalismo pop di Richard Artschwager

Una nuova mostra alla Gagosian Gallery di Roma, che segue l’importante retrospettiva organizzata da Germano Celant al MART di Rovereto nel 2019, presenta quindici opere di Richard Artschwager (Washington, 1923 – Albany, 2013) le quali risalgono al periodo tra il 1964 e il 1987.

I lavori, appartenuti ad un privato vicino al gallerista Leo Castelli, il primo a scoprire il talento dell’artista negli anni Sessanta, ricadono nell’ambito di una Pop Art minimalista e spuria, e si caratterizzano per un eccesso di informazioni che si scontra con una grafica minima e distaccata, quasi come volessero negare la loro presenza apparendo inaspettati alle pareti. Nel 1962 l’artista inizia a utilizzare la Formica, dando alle opere una dimensione fortemente astratta; segue l’utilizzo del Celotex, materiale ruvido utilizzato come base per dipinti in grisaille. Appaiono successivamente opere di carattere maggiormente concettuale, che prevedono l’utilizzo della fotografia e del collage, ma anche materiali meno convenzionali quali setole di nylon e crine, in struttura ambientali e di piccole dimensioni. Pop, minimalista, concettuale, abile nell’ evocare l’idea del prodotto industriale pur nell’unicità del lavoro, Artschwager ha cercato come spunto di partenza sempre un’indagine puntuale della forma, chiamata a riconfigurare, nella traccia minimale, le istanze tipiche dalla Pop art: “Ciò che m’interessa più di tutto è quella linea di demarcazione fra cose ordinarie e cose che riconosciamo come opere d’arte”.

Il problema che l’artista cercò di risolvere nella sua lunga carriera è stato sempre strutturale, ancor prima che concettuale: ‘’La forma inizia sempre con un qualcosa – ebbe a spiegare -E poi, se quel qualcosa si manifesta in un altro luogo, vi è uno scarto e il risultato che si crea sviluppa un’esistenza parallela rispetto all’originale”. Lo illustra bene anche Pepi Marchetti Franchi, direttrice della galleria, ricordando come per Artschwager gli oggetti sono reali ma impossibili da utilizzare e per questo imponderabili. 

Negli splendidi spazi della galleria progettata dall’architetto Firouz Galdo, dall’ingresso fino all’ovale, le 15 opere, tra tutte Sliding Door del 1964 e Double Color Study del 1965, dialogano silenziosamente tra loro, evocando forze e tenzioni, lievissime eppur estremamente ricche di energia progettuale.