Quando la tipica famiglia italiana si sedeva a tavola, aspettando prelibatezze culinarie e sintonizzandosi su Rai 1 con la propria televisione a tubo catodico (prima oggetto di lusso, poi lontano macchinario obsoleto e retrogrado) sapeva, appena prima del telegiornale delle 20 e dopo il Fatto di Enzo Biagi delle 20:35, di trovarsi una certezza solida: “Dove c’è Barilla, c’è casa”, slogan pubblicitario ripetuto incessantemente come un mantra ascetico, fin dagli anni ‘80 e, per tanti anni, ancora fino ad oggi, l’11 esimo comandamento della cultura italiana. Mangiare la pastasciutta rappresentava la tradizione, simboleggiava gli antichi valori familiari: il padre rigorosamente a capotavola, la madre in piedi con il vassoio in mano pronta a servire, i nonni ai lati del pater, i bambini con il tovagliolo al collo seduti ai lati e gli ospiti nella parte estrema del tavolo. Tutti insieme in armonia in un unico banchetto, scenario idilliaco e sentimentale ovviamente accompagnato dalla natura e dalla campagna come sfondo. Mangiare seguendo la tradizione era l’unico pilastro portante che faceva sentire il cittadino italiano uguale a tutti gli altri proprio attraverso un piatto di pasta, pieno di sogni e di speranze. Soprattutto, la Barilla sapeva come attirare l’attenzione del suo pubblico: servendosi dell’animo passionale e familiare dell’italiano per affermare il suo primato aziendale, attraverso il sogno di una vita ideale e tradizionale, in mezzo ai campi di grano, lontana dalla società della produttività vittima del capitale e della performance.
Senza però limitare il discorso a un fatto esclusivamente nazionale, ma rendendolo primitivo e originario, il cibo è (o era?) il trade union necessario per discutere di politica, di qualunquismi domestici e conviviali; serviva come mezzo per non mettere mai in discussione le relazioni stabili e le sue gerarchie interne, le stesse della domenica a casa da nonna o ad una cena di lavoro. Il cibo è stato “oggetto simbolo” e “iconografia” di tradizioni orali e sacre, ritualità e gesti propiziatori per vittorie belliche, fertilità e nascituri desiderati. E la storia dell’arte lo sa bene. Una pietanza, l’uovo, il pane, un cesto di frutta, hanno una dimensione rituale che l’arte esplora e amplifica o alle volte se ne serve come atto di denuncia. Parlare di cibo oggi è sicuramente un gesto politico e sociale, non tanto per rievocare nostalgicamente la Barilla, quanto per smascherare, rivelare e dichiarare tutti quei mutamenti e quegli –ismi che proprio a causa dello stesso sono stati provocati.



Con fare ironico, la scelta da parte della curatrice è ricaduta sul numero 13: l’ultima cena degli artisti. Nessuno di loro, però, nasconde il coltello alla sua destra; nessun atto di tradimento è presente. Il progetto espositivo ideato da Gulisano si rapporta al suo contenitore con un approccio curatoriale articolato e complesso. Le opere presenti, più che venerare o divinizzare la tematica del mangiare e del cibo – rafforzati grazie al loro abbellimento per mezzo di una luce accecante e fredda dei soliti White cube – sembrano volerne esaltare sia la sua vera natura primitiva e conviviale che la sua semplice crudezza e perturbanza. Quest’ultima viene amplificata anche dalla natura del suo stesso contenitore. Per addentrarsi all’interno della mostra, lo spettatore è invitato ad accedervi da ambiente tutt’altro che caldo e domestico, un seminterrato in cemento armato, vivo, gretto e crudo. È come se tutta la convivialità, la festosità, la relazione, la goliardia, che intorno alla ritualità del mangiare e del cibo si creano spontaneamente, sembrino essere segregate dalla nostra stessa contemporaneità e non considerate più la parte più bella della nostra quotidianità. Mangiare in una tavola imbandita insieme ai nostri legami, da quelli più profondi a quelli più superficiali, non è più oggetto della nostra attenzione – basti pensare che il cucinare qualcosa di prelibato stia via via sostituendosi al delivery, alla consegna a domicilio – ma sembra esserne un lontano ricordo. Ogni opera degli artisti presenti racconta o interpreta il cibo, proprio toccando aspetti e riflessioni che giocano a ping pong fra nostalgia e denuncia.
La percezione che si prova all’interno del percorso espositivo oscilla tra una dimensione lontana e sospesa ed una più attiva e conviviale. Aggregazione e solitudine pareggiano in campo. A raccontarcelo infatti è il continuo confronto non solo fra le pratiche artistiche presenti, ma anche fra gli spunti di riflessione, le dimensioni percettive e visive diversificate che si creano attorno alle opere. Il Nouveau Réalisme dei tableaux pièges di Daniel Spoerri, già citati da Gulisano nel suo testo critico, sembra trovare una sua evoluzione attraverso l’installazione di Margaux Compte – Mergier: la sensazione di fame e di gola, la volontà di celebrazione, che si prova nel vedere una tavola abbellita e imbandita, non trova appagamento, ma rinuncia (Matiére Survivante, 2025, in collaborazione con Studio Orma). I resti di cibo e gli utensili appaiono come fossilizzati, simulacri di momenti vissuti ormai antichi. La scelta scultorea da parte dell’artista di realizzare le opere in materiale polimerico e di inserire come centrotavola il capo del Dio Bacco assopito sembra proprio richiamare la goliardia, l’ebbrezza e la festosità simbolica che il rituale del pasto portava con sé; più che invitare lo spettatore a sedersi e partecipare, l’opera ci chiede di venerarla, contemplarla, ma sopratutto ricordarla.
Il processo di cristallizzazione di un soggetto scelto, riprodotto da Compte con la scultura, a livello plastico, è portato da Flavio Orlando e Luca Grimaldi nel territorio della pittura. La storia dell’arte, ma anche della fotografia, si è sempre servita della natura morta o Still Life per introdurre, come aveva teorizzato Louis Marin, spunti filosofici ben precisi. Vincolare un oggetto, attraverso la pittura, alla visione bidimensionale e verticale proprio della tela, può configurarsi sì come gesto di vanitas, ma ci mette nella condizione di accettare, come parte esistente del reale, il doppio, ciò che è altro da noi. Nella fissità e nella permanenza di una presenza più durevole rispetto alla nostra esistenza fisica, la pittura trova la sua condizione di intelligibilità nel riflettersi originario del mondo stesso, rubandoci l’immortalità. Ma se in epoca moderna la Natura naturans era la protagonista delle opere dei più grandi artisti, oggi nella contemporaneità è l’Artificio ad essere venerato. Ciò che Grimaldi in Still Life (2018) con ironia ci costringe ad accettare è che la nostra realtà, la nostra contemporaneità, non è fatta di paesaggi bucolici o cesti di frutta appetibili o borghesi che mangiano seduti sull’erba, ma di distese chilometriche di scaffali di prodotti e cibi processati, che però l’artista con spatolate ampie di colore non rende definiti ma intuibili.



Raccontare i supermercati che l’artista, come afferma Gulisano, “descrive come wunderkammer, luoghi delle meraviglie adatti ad elaborare l’identikit di uno sconosciuto”, significa però non tanto raccontare la storia di un semplice consumatore, ma la società in cui esso è inserito. La società dei supermercati è la società che ti convince ad acquistare un prodotto, con la scusa del prezzo in offerta, di cui non necessariamente hai bisogno. Se Andreas Gursky in 99 cent (1999) ce lo racconta attraverso una gigantografia di un tipico supermercato americano, dove ogni singolo prodotto venduto a soli 99 centesimi è presente e ossessivamente disposto in serie, Grimaldi, dell’etichetta dei prodotti, non se ne cura, inquadrandoli invece in una visione macroscopica, però frammentati e privi di contorno – come se fossero già essi stessi considerati un lontano ricordo pixelato da parte di uno spettatore appartenente ad un medioevo prossimo venturo.
La lasagna(2026) di Flavio Orlando ci costringe ad osservarla attentamente, creando un dimensione erotica attorno a se stessa. Tutti vorrebbero mangiarla. Se Grimaldi però pone l’accento di riflessione sull’ipermercato del cibo e sulla massificazione dei prodotti, Orlando ci chiede di ritornare nella dimensione del singolo, dove la scelta è unica e non libera. Scegliere di mangiare la lasagna, piuttosto che non avere la capacità di saper scegliere quale prodotto acquistare, è un atto di responsabilità. La lasagna è il simbolo del ricordo affettivo che si crea proprio grazie al cibo. Il cibo amplifica i legami e genera momenti intorno ad esso che diventano essi stessi testimoni della nostra esistenza. Qui la pittura è minuziosa, curatissima nei dettagli, al punto che sembra quasi percepire l’odore della stessa portata. La sua composizione è centrale, intorno non ci sono fronzoli se non il piatto, non sono rappresentati contesti ne figure e, come un quadro dechirichiano, la lasagna è metafisica e atemporale. Lo stesso atto di amore, pur in forma diversa e portata all’estremo del suo significato, è visibile nell’opera filmica di Carola Spina, Se mi offrissi spontaneamente una parte del tuo corpo, lo mangerei (2026). L’artista si serve dell’intervista mediatica, figlia dello società dello spettacolo e dell’intrattenimento, per portare alla luce un aspetto che già Feuerbach aveva espresso nel spiegare la tipica frase “siamo ciò che mangiamo”: «il nostro io “non è attraverso se stesso”, in quanto tale, ma attraverso se stesso in quanto essere corporeo […] “aperto al mondo”. […] Essere nel corpo significa essere nel mondo. Quanti sono i sensi, tanti sono i pori, tante le parti aperte al mondo; […] In esso [nel corpo] sono presenti nello stesso tempo soggetto e oggetto, io e mondo». Il titolo dell’opera di Spina allude alle culture antropofagiche non intese come atto brutale e bestiale, quanto piuttosto come gesto di amore verso ciò che è altro da noi, che sia un altro corpo vivente o ciò che ingeriamo. E proprio di fronte ad una contemporaneità che sta gradualmente idolatrando l’artificio più che la naturalità, mangiare un proprio caro significa acquisire la sua virtù e la sua esistenza, la sua apertura al mondo.
La dimensione osannata e sacra che Orlando e Spina creano con le loro opere deve fare i conti con il suo opposto: la ripugnanza e la perturbanza. La performance di Progetto Fatuo ML (Much Love, Much Laugh, 2026) ci sbatte in faccia una dura verità: ciò che per alcuni è naturale, fisiologico e di sopravvivenza, come il mangiare e il rapporto che si ha con l’atto stesso del mangiare, per altri è disturbante, è disagio. L’atto performativo prende il suo avvio con una Via Crucis, dove le artiste scelgono come indumento iniziale la tunica vescovile viola scarlatta, simbolo di pentimento e colpa. A poco a poco entrambe apperecchiano un picnic di pietanze dalle fattezze semplici, ma che gradualmente rivelano il loro aspetto tragico. In lontananza si sente un brusio che trova la sua traduzione nel ronzio fastidioso di insetti che volano attorno al cibo in decomposizione. Le artiste compiono l’atto del mangiare senza mai distogliere lo sguardo l’uno dall’altro/doppio: con movenze striscianti e quasi primitive, in una danza lenta e silenziosa, compiono così l’atto. Il cibo è subdolo e ripugnante. Il cibo è allegoria della percezione del sé e del corpo. Il corpo si decompone e l’apice della preziosità e del pieno vigore proprio delle nature morte – che gli artisti cercano di riprodurre e cogliere – qui si annulla totalmente. Il cibo diventa rifiuto o accettazione della nostra stessa caducità?
La relazione che si è generata nel momento conclusivo della performance, dove gli spettatori/voyeur, gradualmente si avvicinano alla scena, è delicata ed educata. Di contro però, può diventare goliardica e conviviale come nell’happening di Claudia Evangelista (Bar, 2026). L’opera è un inno alla condivisione, dove sconosciuti fra loro si ritrovano a riconoscersi in unico gesto spontaneo, quello del mangiare e chiacchierare, grazie a quell’unici alimenti ormai archetipi che hanno unito popoli e culture, il pane e il vino.
INFO
IDENTITEAT
Luca Grimaldi, Jacopo Natoli, Collettivo GMRGP, Andrea Frosolini, Carola Spina, Claudia Evangelista, Eliel David Martinez Julian, Margaux Compte, Progetto Fatuo”ML”, Flavio Orlando, Cecilia Mentasti, Ginevra Collini e Gaia Scaramella.
A cura di Gemma Gulisano
22 Maggio – 15 Giugno 2026
Accademia Italiana di Roma

