Iconografie femminili: Anita Crispino

Aperta dal 26 marzo al 26 luglio 2022, la mostra di Joana Vasconcelos non sarebbe stata realizzabile senza il grande lavoro dei curatori: l’instancabile Demetrio Paparoni, specialista in contaminazioni, che ha reso possibile l’incontro con l’artista, e Anita Crispino, che si è occupata della sezione archeologica, di cui abbiamo parlato nel nostro colloquio. Un’intervista alla Vasconcelos apparirà invece, prossimamente, sul numero cartaceo di Segno.

Non esistono tante arti. Ne esiste una sola. È un’arte eterna, antica e nuova, che nasce dalla meraviglia, dalla commozione o dalla nostalgia. La prima volta che me ne resi conto fu osservando, sul mio libro del Liceo, i grandi occhi di un polipo che mi fissavano attoniti dalla pancia di un vaso. Il vaso era stato plasmato e dipinto a Creta qualcosa come tremilacinquecento anni fa. Ma sembrava fatto ieri. Quel polipo era vivo. Qualcuno lo avevo imprigionato lì, nella brocca, come in un acquario, magari in attesa di cucinarsi un bel pranzetto. E lui, come presagendo il suo destino, sgranava gli occhi, agitava i tentacoli. Un altro piccolo sforzo e si sarebbe affacciato su dal bordo. Oppure, qualora avessimo allungato la mano ad afferrarlo, avrebbe dato fondo alle sue scorte di inchiostro, trasformando l’acqua linda della brocca in una pozza di petrolio. Solo una civiltà avanzatissima, che avesse già consumato il suo distacco dalla natura e bramasse ardentemente ritrovarla, poteva concepire un oggetto di tal fatta: come l’amore, la natura si scopre solo quando il coltello ha già reciso il cordone ombelicale. È allora che, schiacciati dal lavoro e dagli obblighi sociali, sogniamo il mare, gli uccelli, le foreste. Ma è troppo tardi. Il bel sogno non dura. Un terremoto, la guerra, una feroce epidemia ci restituiscono agli orrori della veglia. Riapriamo gli occhi, come il polipo, e ci troviamo in padella. L’anima del vivace invertebrato è tuttavia ancora desta; spiritello scherzoso, si è incarnata poco lontano da Creta, a Siracusa, in un’installazione di Joana Vasconcelos: un immenso polipo – volevo dire una corona: la mostra si intitola appunto Crowned Idols – che distende le sue caleidoscopiche propaggini su un idolo cicladico nella varietà Spedos in prestito da Atene e su altre opere del museo di Siracusa che, pur distanti cronologicamente, hanno in comune con la statua il sesso femminile. L’idea di partenza della mostra è appunto questa: la salvezza viene dalle donne. Il loro corpo, così spesso profanato sugli altari del consumo, va rispettato e onorato. Il loro lavoro – l’opera è assemblata con tecniche, come il cucito e l’uncinetto, tipicamente femminili –, celebrato. Solo così la donna, che è dimora della vita, potrà esercitare il suo benefico ascendente sull’intera società. Non a caso, sebbene l’idolo cicladico sia minuscolo, la corona della Vasconcelos è enorme: troppo grande per la stanza che la ospita, che non potrà trattenerla più di tanto. Dopo aver rianimato le ancelle attorno all’idolo, donando loro un po’ del suo colore, finirà per riversarlo sul mondo circostante. La padella non è dunque l’unico possibile finale, per il polipo-corona: c’è anche il mare. Vasari raccontava di come Leonardo amasse acquistare uccelli in gabbia per liberarli, per ridar loro il cielo. Joana Vasconcelos è la donna che ha liberato nello Ionio il polipo della Brocchetta di Gurnià. 

L’idolo cicladico attorno a cui è costruita la mostra non fa parte della collezione del Paolo Orsi di Siracusa.

La presenza di quest’idolo è il frutto di uno scambio con il Museo di arte cicladica di Atene. Lo scorso anno un pezzo “siracusano”, il Kouros di Lentini, è stato chiesto in prestito per un’esposizione in Grecia; in quella circostanza, è stato siglato un accordo per cui il Museo di arte cicladica avrebbe a sua volta concesso in prestito a Siracusa un idolo della sua raccolta, risalente al 2700 avanti Cristo. Costruire una mostra attorno a un pezzo unico, sebbene così raro, sarebbe stato riduttivo. Si è perciò deciso di presentarlo insieme al lavoro di una grande artista contemporanea.

Questa, però, non è solo la presentazione dell’idolo cicladico e di un’installazione della Vasconcelos. Negli angoli della stanza sono collocati vari pezzi del museo siracusano.

L’idolo cicladico è una figura femminile e, in quanto tale, è archetipico di altre figure femminili più vicine a noi, del mondo greco, romano e medioevale.

Quindi quest’idolo è davvero una donna? Non mi pare che i cicladici fossero particolarmente attenti nella definizione del genere.

In realtà una statua maschile esiste. Le altre sono tutte donne. Il nostro idolo, in particolare, è riconoscibile dai seni e da una linea che indica il sesso.

Evidentemente, nel suo mondo, le donne contavano parecchio. Quella cicladica era una società matriarcale?

Tutte le società preistoriche sono fortemente connesse alla natura; è normale che le figure di riferimento siano femminili.

La civiltà minoica, per dirne una, non sarà una civiltà patriarcale, ma di sicuro in essa la donna ha un ruolo che non è quello occupato presso i greci.

La donna è colei che riproduce: è la grande madre, la genitrice universale. Perciò sta al centro di tutto e le si dedicano statue.

Ecco spiegato il perché i greci uccidevano le Amazzoni: rifiutavano la prole.

Sì, ma le Amazzoni non erano donne, erano semi divinità. Indubbiamente nel Pantheon greco è Zeus a comandare. E tuttavia le donne, da Era ad Atena ad Afrodite, restavano al suo fianco, in una posizione niente affatto secondaria.

Che le donne comandino ancora, lo comprendo dal piglio con cui Anita Crispino mi prende metaforicamente per mano e mi conduce a visitare le nicchie che, come nel vicino santuario della Madonna delle Lacrime, si dispongono a raggiera attorno al vano centrale in cui troneggia l’idolo cicladico, incoronato dalla Vasconcelos. La prima figura in cui mi imbatto, procedendo in senso orario, è probabilmente Demetra. Risale al sesto secolo avanti Cristo, viene da Grammichele ed è stata trovata all’interno di un deposito votivo. La seconda, un po’ più tarda, è sempre Demetra e deriva dalla medesima fonte.

Immagino vi siano tante statue simili.

Esatto. Ci siamo orientati verso figure statiche, stanti: le più vicine all’idolo cicladico. Sono tutte bloccate come in un fermo immagine. 

In origine, dovevano essere tutte colorate.

Esatto. I colori però si sono persi nel tempo.

Anche l’idolo cicladico era dipinto?

Non lo sappiamo, ma è possibile.

Di sicuro lo erano queste statuette votive in terracotta.

Venivano deposte all’interno dei recinti sacri delle divinità, in questo caso Demetra e Kore. Sono rappresentate con le fiaccole, quasi stessero partecipando a una processione. Tengono in mano o un porcellino, l’animale da sacrificare, o una cesta di frutta: alimenti per gli dei.

Seguono busti di donne con uno strano copricapo.

Li abbiamo selezionati per analogia con la scelta di Joana di incoronare l’idolo cicladico.

In questo, ad esempio [una statua di Demetra, N.d.R.], il colore si vede.

Sul petto si scorge ancora una scena di danza attorno a una divinità velata.

Quell’altra, lì in fondo, con due volti contrapposti, sembra invece una statua di Giano.

Rappresenta madre e figlia, Demetra e Kore. I due aspetti al femminile di un’unica entità.

L’ultima è una santa. Un reperto bizantino?La statua è un po’ più tarda: risale al 1200 circa. Viene da una chiesa rupestre di Pantalica e il soggetto è probabilmente Santa Barbara.

Divinità, offerenti e sante si susseguono dunque senza interruzioni, legate da un fil rouge: i colori di Joana Vasconcelos