Giulio Paolini
Giulio Paolini Et in Arcadia ego, Palazzo della Ragione, Verona. Galleria d’Arte Moderna Achille Forti. Foto Roberto Sala

Giulio Paolini. Tutto e niente

Fino al 17 febbraio, ai Musei Civici di Verona, la personale di Giulio Paolini, Et in Arcadia ego in collaborazione con ArtVerona.
In contemporanea fino al 13 febbraio, a Milano alla Galleria Christian Stein, la personale dell’artista Tutto e niente.
Riproponiamo il testo di Marta Michelacci apparso su Segno 293.

Il dialogo con Giulio Paolini è sempre un’esperienza arricchente. La sua vicenda personale e soprattutto la continuità nel tempo di un impegno creativo che non ha avuto flessioni, dal ’67 ad oggi, sorprende e fa riflettere. La sua formazione avvenuta all’Istituto di Arti Grafiche Bodoni di Torino trapela dal suo fare artistico per il rimando frequente agli strumenti e ai metodi della prassi grafica. Fogli, compassi, squadrature, molto spesso sono parte integrante dei suoi lavori.

Una chiave importante per comprendere il contributo di Paolini all’arte contemporanea è la classicità. Si tratta di un’eredità che l’artista ritiene imprescindibile. Non si tratta di ammirazione formale per l’antico o per la cultura classica ma piuttosto di una profonda riconoscenza, una sorta di debito nei confronti di chi ha saputo studiare le proporzioni, la geometria, per tradurla in concetti.

In mostra sono presenti cinque lavori e tra questi L’anima in posa, del 2023. È un calco contemporaneo in gesso di un originale bronzeo della Venere accovacciata attribuita a Doidalsa, che tiene in mano una matita e osserva ai suoi piedi una serie di fogli bianchi che sembrano essere scivolati dalle sue mani; l’originale, databile intorno al 250 a.C., è stato replicato più volte. Plinio ne descrive una copia nel Portico di Ottavia a Roma ma ne conosciamo svariate versioni conservate in musei diversi, a Palazzo Massimo a Roma, agli Uffizi, al Louvre, al British Museum. La dea scolpita da Doidalsa, artista greco originario della Bitinia, è raffigurata secondo una modalità che rivela una forte componente emotiva: il suo atteggiamento pudico sembra essere la reazione spontanea di chi viene scoperta nella sua nudità. L’anima in posa diventa quindi un titolo intrigante: l’anima coincide con la Venere o la Venere ha una matita in mano perché sta cercando di fermare su alcuni fogli, che si scompaginano ai suoi piedi, ciò che l’anima le suggerisce?

L’opera di Paolini va intesa nella direzione di un valore aggiunto: un’attenzione tutta umana alle problematiche relative alla rappresentazione, forse alla mimesi o all’esplorazione di qualcosa che è difficile tradurre in forme sensibili. Anche Delfo (V) può essere inteso in questo scenario ampio. Più volte Paolini ha utilizzato questo titolo, già a partire dal ’65, ma in questo caso si tratta di un fotomontaggio in cui l’artista è visto di spalle ed il contesto in cui viene a trovarsi è quello della gipsoteca di Monaco.

L’artista, che molto spesso si è servito di calchi per la realizzazione delle sue opere, procede solitario in questo spazio sacrale per l’affollata presenza di calchi antichi, trattenendo dei frammenti di cielo e di prospettiva. Il riferimento è al Santuario di Delfi, sul monte Parnaso consacrato ad Apollo e alle nove Muse, sede dell’oracolo capace di dare risposte su questioni pubbliche e private. La sacerdotessa Pizia era il tramite diretto tra la divinità e gli uomini e in questo senso Delfo è l’artista stesso che assume la funzione di intermediario. In cornice è invece un’installazione in cui una figura femminile attonita, assorta, una Musa nell’immaginario dell’artista, si trova di fronte a cornici di varia epoca e diversa provenienza mentre dietro di lei le stesse sagome si profilano come una sorta di sintesi compositiva. Il tema della cornice è stato profondamente indagato dagli storici dell’arte e, tra questi, da Victor I. Stoichita per affrontare il tema della visione nell’esperienza mistica. È un modo per indirizzare lo sguardo dello spettatore ma la cornice può diventare una finestra, una successione di frame, come nel film “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock.

Il tema della cornice ritorna in Tutto e niente, l’opera che ha suggerito il titolo della mostra e che rivela, ancora una volta, la profonda esperienza compositiva e grafica dell’artista. Come un Bilderatlas l’opera ci presenta dei ritagli che sembrano istanze memoriali, un patrimonio di frammenti, di immagini raccolte e selezionate dagli ambiti più diversi che costituiscono un patrimonio custodito nella mente dell’artista. Il tutto, la memoria, l’esperienza, può anche essere sovrastata o minacciata dal nulla.