Il progetto invita a porre attenzione ad un sistema di riferimento antico: l’esistenza nel pensiero di chi crea di un modello ideale. L’idea che guida la creazione dell’opera è costituita da più campi di interesse e zone di attività che non sempre, o non immediatamente oggi, viene spontaneo collegare all’arte complessiva e al nome di quella specificatamente connessa con quella visiva.
Nell’infilata degli spazi allestiti nel Palazzo si succedono le due magnetiche esposizioni personali di cui appare evidente che la mobilità d’ingegno, nell’uso della materia lavorata, debba determinare valutazioni controllate anche criticamente. Del giovane Federico Branchetti il tratto distintivo è la tensione gestuale imposta sul mezzo, modulato e conformato con l’andamento del proprio fare dove ogni gesto “respira” nell’altro e mantiene alta la tensione che nasce sull’onda dell’urgenza e della necessità. F. Iemmi ha già potuto stratificare sulle superfici il risultato di tanta conoscenza delle materie selezionate e delle loro caratteristiche, con cui realizza espressioni artistiche come finestre che alludono, sono visione e invitano il pensiero al volo. Entrambi utilizzando più materiali e metodi di lavorazione, raggiungono risultati dagli stili espressivi ricercati: l’uno reso intenso dall’indeterminatezza, l’altro dall’alta raffinatezza formale.
Figure del liminale è il titolo della personale di F. Branchetti che mette a dura prova chi osserva.
L’artista modella l’esistenza rappresentata eletta a corpo, con la propria volontà creativa: i solchi del gesto determinano il suo esistere in potenza della luce. La mano segue l’idea portando dalla forma pensata alla figura, dall’atto a una creazione frammentata. In esposizione un lavoro in argilla cruda, due in alluminio e quattro disegni a china. Nella prima sala accoglie il visitatore l’Uomo del fiume II (2026) in argilla cruda, creato direttamente nelle sale di Palazzo da Mosto. La struttura si ispira alle statue cubo eseguite nell’Antico Egitto, un tipo di scultura comparsa per la prima volta durante il Medio Regno e che sarà presente, a intervalli, nel corso di tutta la storia faraonica. Uomo del fiume IIrappresenta una figura maschile in posizione raccolta, con l’effetto di massa geometrica che gli scultori egiziani utilizzarono in diverse varianti. Il corpo è seduto rannicchiato con le gambe al petto, la testa reclinata in avanti lascia visibile solo una nuca appiattita che si incastra nello spazio tra le gambe ed è protetta dalle braccia piatte poste attorno alle ginocchia. La scultura è risolta entro un’unità geometrica compatta, un insieme raccolto che raggiunge una grande astrazione: dal corpo della persona sporgono solo i piedi. F. Branchetti però dimostra di conoscere la storia e pur nella compattezza di un’insieme, che potrebbe perdere completamente la sagoma anatomica, il suo gesto la rende vibrante e carica di tensione.


cm 180×92
Nella stessa sala il piccolo Il Sognatore (2025) in alluminio, si staglia contro la parete espositiva a lui interamente dedicata per valorizzarne la particolarità. L’effetto è riuscito! Ci si deve avvicinare per poterne osservare le caratteristiche; la sensazione è quella di vedere una forma ottenuta da materia impressa lavorata, affinché diventi il luogo di una figura che accolga il mistero. Nella mitologia greca gli Oniri sono dei minori generati da Notte (Nyx) che inviano i sogni ai mortali attraverso due porte: una di corna da cui prendono forma i sogni veritieri, l’altra d’avorio per i sogni ingannatori. Morfeo è il più potente degli Oniri “il modellatore” colui che fa prendere forma al sogno e permette la manifestazione degli esseri umani all’interno dei sogni. Il Sognatore o Figura che sogna lo immaginiamo in uno spazio avvolto dal silenzio in limine tra la sua esistenza e un mondo a un passo dalla potenziale estinzione dell’umanità e della sua storia millenaria. Posando lo sguardo senza peso sul gesto preciso, concentrato e consecutivo, potremo notare il tocco dinamico della scrittura di materia guidata dal corpo di chi crea e in grado di mettere in moto l’intera anima di chi osserva. Questa “piccola poesia” in alluminio è il risultato di un tempo d’azione in cui convergono l’attività evidente svolta per creare, quella occulta custode del proprio senso, e i pensieri affioranti dalla coscienza e dalla memoria di ognuno.
La dimensione orizzontale si ripropone in Studio per figura reclinata (2026) la seconda opera in alluminio ancorata alla storia e impegnata a rivelarsi con leggerezza. Un plauso anche all’allestimento: la visione facilitata dalla perfetta altezza scelta per la sua esposizione, permette di usare corpo, mente e anima durante il tempo in cui la “circondiamo d’attenzione”. La ricerca di F. Branchetti è umanistica e conscia del pensiero morale della scultura. Lo studio delle
antiche tecniche permettono di ottenere forme originarie e intrinseche al materiale “principio vitale del suo espandersi e farsi spazio, figura”. In Studio per figura reclinata vi è coscienza della continuità tra spazio e tempo. La materia possiede una storia che ne modella la forma ed è parte del mondo nell’eterno divenire della realtà naturale; in questo contesto le forme vuote hanno lo stesso valore plastico delle piene, poiché “sono sostanze di densità diversa che si muovono l’una sull’altra senza mescolarsi”. Un concetto ampiamente sviluppato da Henry Moore (Castelford, Regno Unito, 30 Luglio 1898 – Perry Green, Regno Unito, 31 Agosto 1986) che recupera l’originaria unità dell’umanità con la terra. Nel tema plastico della figura sdraiata la tensione della materia è nel processo di graduale evoluzione attraverso cui giungerà a configurazione finale. Nell’apparente semplicità di questa affermazione vi è la fondamentale considerazione del continuo come crescita dell’organico nell’indissolubile legame tra essere umano e natura, nella relazione ciclica di cose e spazio da cui la forma si protende per liberarsi dalla terra con cui è ancora fisicamente avvinta.
Fabio Iemmi è attento conoscitore dei materiali con cui crea opere di coinvolgimento visivo e tattile. L’immaginazione si attiva anzitutto dalle loro caratteristiche naturali, successivamente trasformate attraverso meticolosi processi di lavorazione. Sono sostanze che si amalgamano profondamente con la spiritualità, quale forza interna indispensabile all’atto creativo, e con la manualità necessaria alla trasformazione con cui giungere all’opera nella sua prima definizione. I lavori, eseguiti con attenzione e con la memoria rivolta a operazioni antiche, guardano al potere della loro comunicazione fatta di segni e simboli in continua evoluzione, perché il linguaggio muta. F. Iemmi ha potuto constatare in molti luoghi del mondo le differenze delle caratteristiche dei materiali nella storia, e la differenza dei significati e dei codici a loro attribuiti. Proprio in riferimento a questo è bene tener presente che per intraprendere un’analisi critica che codifichi correttamente un’opera del passato, sia necessaria anche la conoscenza di come invecchino i materiali.
La ricerca di F. Iemmi è dinamica e colta, sia nella selezione della materia che nel percorso di trasformazione. Le superfici esposte presentano l’utilizzo di terre naturali, pigmenti minerali su tela e damascati, lacche su carta giapponese, intonaci graffiti. Sulle composizioni l’occhio si perde a indagare le evidenti connessioni con il tempo e lo spazio, ottenute nella consapevolezza di un atto creativo fatto di materiali da quel momento in mutazione. La fascinazione è il “dire” sulla scia di illuminazioni dall’antico; l’opera è una scrittura di collegamento con il “petto della terra” da cui ricavare nettare, vivo e ricco di sostanze da lavorare, trasformare, per creare luoghi in cui tuffarsi all’interno. In esse non sono rappresentate creature ma sembrerà possibile poter udire mormorii di fondo immaginando provengano da questi spazi densi di storie da proteggere.
F. Iemmi è un maestro dallo stile raffinato, attento a percepire ciò che trascende la materia incontrata durante i viaggi, siano essi stati percorsi culturali o sentimentali. Il suo lavoro è un continuo esercizio corrispondente all’ascesi: dal vedere come atto semplice, alla percezione di ciò che si fa espressione di questo mondo. Le caratteristiche delle opere testimoniano il lungo cammino di stratificazione come unione sapiente di materia, umile o preziosa, ridestata nel processo di “nascondimento epifanico” dell’artista, nell’atto creativo corrente, vivo, per una rigenerazione cosmica e personale. Una ricerca che ottiene superfici in vibrazione che si elevano e crescono nel tempo d’azione attraverso la gestualità generatrice. Quei materiali distesi divengono luogo di trasformazione: il processo inevitabile, dovuto al loro essere materia viva, li arricchisce di una tensione invisibile. In questa traiettoria, i successivi mutamenti indipendenti della superficie, agendo dall’interno, le attribuiranno nuove esistenze. E’ questo il motivo per cui dalla conclusione dell’opera il loro mutare è condizione di privilegio in essenza, che accade e si integra come nuovo segnale del dinamismo in fieri sulla carta, la tela, l’intonaco: custodi di opere per sempre in cammino.

cm 179,8×182


tela e damascati, cm 130×150
Ma c’è ancora qualcosa da raccontare.
F. Iemmi inserisce a conclusione del suo percorso espositivo un’installazione intitolata Codici, realizzata tra il 2023 e il 2025, e costituita da una sovrapposizione di opere tessili, di medio e grande formato, tessute con filati di lana, lino e lurex, ispirate da alcuni dettagli delle opere create sulle superfici. Le tessiture sono state eseguite per mezzo di antichi telai utilizzati per la creazione degli arazzi Gobelins: un tessuto operato e realizzato con un Telaio Jacquard dotato da diversi subbi di ordito e diverse navette per la trama. La Manifattura dei Gobelins, dal XVII Secolo, produsse a Parigi arazzi straordinari. I diversi orditi e trame, dai colori differenti combinati con le possibilità date dal Telaio Jacquard, sono in grado di riprodurre disegni molto complessi e dettagliati con possibili effetti in rilievo, dando corpo ad un tessuto molto appariscente di consistenza pesante, resistente all’usura. F. Iemmi decide di percorrere un’altra strada impervia: quella dell’arazzo (tessuto sin dal Rinascimento) con un telaio creato nel 1801 da Joseph Marie Jacquard (Lione, Francia, 7 Luglio 1752 – Oullins, Francia, 7 Agosto 1834) che rivoluzionò la produzione tessile del XIX Secolo. La composizione dell’installazione, ottenuta dall’accostamento creativo di opere tessili produce grande sensazione. L’intensità materica della tessitura, l’effetto cromatico, la contemporaneità del segno, l’esecuzione di una tecnica antica su un telaio del passato, raccolgono l’eredità di un tempo sospeso con il suo portato d’incanti e policrome risonanze.
Federico Branchetti è nato a Reggio Emilia nel 1994. Ha studiato Scultura dagli artisti Davide Rivalta, Antonio Violetta e Massimo Bartolini presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 2023 ha partecipato come finalista alla 62a edizione del Premio Faenza. Articoli sul suo lavoro e sulla sua poetica sono pubblicati su Exibart (222 artisti su cui investire, 2024), Artribune (Gli artisti e la ceramica, a cura di Irene Biolchini) e Parola d’Artista.
Fabio Iemmi è nato a Montecchio Emilia nel 1952. Ha preso parte a progetti di studio e sviluppo culturale in Italia e all’estero, collaborando fra gli altri con il Museo della Storia dello Shaanxi e il Mausoleo Han Yang Ling in Cina. Al suo attivo numerose esposizioni e allestimenti artistici in spazi pubblici e privati. Ha realizzato interventi site-specific per BPER Banca presso le sedi di Palazzo Martinengo Cesaresco a Brescia (2021), nel complesso Diamantino (2023) e BPER Private Banking a Milano (2024). Ha collaborato con diverse aziende tra le quali Poltrona Frau e Max Mara Group.

