Segno Abruzzo e dintorni 2026
Matteo Patrevita, Una scatola, 2026. El Mejor del Mundo, Bar Cuba Gelati Sanson, Roma, 2026. Ph. Francesca Pascarelli

EL MEJOR DEL MUNDO

La mostra El mejor del mundo, a cura di Valeria De Siero, sarà visitabile fino al 19 giugno 2026 presso gli spazi del Bar Cuba Gelati Sanson.

Nel quartiere Nomentano a Roma, dove la soglia tra spazio pubblico e consumo quotidiano si dissolve in una continuità quasi indifferente, EL MEJOR DEL MUNDO si inserisce come un dispositivo critico che rinuncia esplicitamente alla separazione modernista tra opera e contesto. Ospitata negli spazi del Bar Cuba Gelati Sanson e curata da Valeria De Siero, la mostra non tenta di sottrarsi alla condizione situata del suo ambiente, ma la assume come infrastruttura estetica e politica insieme.
Il titolo, formulato come una dichiarazione promozionale ambigua – il migliore del mondo – agisce come un cortocircuito semiotico. Non indica un valore, ma lo simula; non afferma, ma espone la fragilità stessa dell’affermazione. In questo slittamento si apre la prima soglia teorica della mostra: quella di un linguaggio che non organizza più il reale, ma lo destabilizza attraverso la sua stessa iperbole.

Il progetto riunisce venti artisti senza ricondurli a una sintesi formale o tematica. Piuttosto, la curatela sembra operare per giustapposizione critica, lasciando che le opere si comportino come unità autonome in uno spazio di coabitazione forzata. Le pratiche di Emma Brunelli, Anica Huck, Luca Di Terlizzi, Alice Papi e Samantha Passaniti si articolano lungo un asse che potremmo definire di post-naturalità critica: la materia non è mai originaria, ma sempre già mediata, già culturalizzata, già iscritta in un regime di rappresentazione.
Ferro, conchiglie, ossa, residui organici e materiali industriali non funzionano come segni di una natura perduta, ma come sintomi di una natura ormai inseparabile dalla sua costruzione epistemologica. In questa prospettiva, la distinzione tra naturale e artificiale non regge più come categoria analitica, ma si dissolve in una zona di ambiguità produttiva.

Un secondo vettore del progetto si colloca invece in una dimensione cosmologica ridotta a scala percettiva. Le opere di Giorgia Accorsi, Alessandra Cecchini, Eirene e Tetiana Mykhailina lavorano su una tensione tra macrocosmo e microdispositivo, dove cielo, tempo e memoria vengono continuamente declassati a unità manipolabili.
Il gesto non è mai contemplativo, ma operativo: l’universo non viene rappresentato, bensì ri-scritto come sistema di frammenti. Il cosmo si contrae fino a diventare oggetto, superficie, esercizio di traduzione. Ne emerge una forma di ontologia debole del visibile, in cui ciò che conta non è l’immagine del mondo, ma il suo continuo processo di riduzione e ricomposizione. Similmente, Anna Budkova e Caterina Flaminii Minuto mediante l’utilizzo di scarti di carte e di vetro vanno ad accennare dei paesaggi, degli ambienti, attraverso la tecnica del collage e dell’assemblaggio, configurandosi come idee, bozzetti, che prendono forma per mezzo della materia.

All’interno di questa grammatica diffusa, una terza costellazione si orienta verso pratiche di archivio affettivo e micro-narrazione. Le opere di Axel Gouala, Martha Micali, William Pilè e Veronica Neri articolano una riflessione sulla precarietà della memoria come dispositivo di costruzione del reale.
L’oggetto trovato, il frammento urbano, la reliquia domestica o il residuo biografico non sono mai documentati in senso neutro, ma trasfigurati in unità narrative instabili. Qui l’archivio non è ordine, bensì dispersione controllata: una forma di conoscenza che procede per scarti, interruzioni, derive.

Sul versante più dichiaratamente linguistico e processuale, le opere di Matteo Baccino, Stéphane Lambion, Alberto Montorfano, Matteo Patrevita e Yoann Van Parys introducono una riflessione sullo statuto instabile del segno nell’ecosistema contemporaneo delle immagini.
Qui il linguaggio non è trasparente, ma opaco; non comunica, ma interferisce. La scrittura si comporta come materia visiva, l’immagine come enunciato interrotto, l’oggetto come citazione deviata. Il quotidiano urbano e commerciale non viene semplicemente rappresentato, ma reingegnerizzato come repertorio formale e semiotico.
Ciò che emerge non è una critica dell’economia dello sguardo, quanto piuttosto una sua sottrazione interna: un’azione che non si oppone al sistema delle immagini, ma lo attraversa fino a renderlo instabile.

La specificità di EL MEJOR DEL MUNDO risiede tuttavia nella sua condizione situata. Il bar — con la sua grammatica di consumo, prossimità e transito — non è uno sfondo neutro, ma un ambiente epistemico attivo. L’opera non è isolata, ma esposta a una continua negoziazione con il reale: conversazioni, gesti, corpi, rumori, temporalità intermittenti.
In questo senso, la mostra si sottrae a ogni tentazione di unità formale. Non costruisce un’immagine del contemporaneo, ma ne mette in scena la discontinuità strutturale. È una costellazione più che un sistema; una giustapposizione di regimi percettivi che non convergono mai in una sintesi.
Forse è proprio qui che si apre il suo nucleo più fragile e più preciso: nell’idea che l’arte, oggi, non possa più prodursi come eccezione, ma solo come interferenza. Una presenza laterale, porosa, continuamente esposta alla sua stessa dissoluzione.
EL MEJOR DEL MUNDO, in ultima analisi, non enuncia un mondo migliore. Registra piuttosto la persistenza instabile di ciò che ancora tenta, nonostante tutto, di essere mondo.

La mostra è visitabile fino al 19 giugno 2026, presso il Bar Cuba Gelati Sanson, in Via Ignazio Giorgi 64 a Roma, aperta tutti i giorni dalle 7.30 alle 19.00, tranne la domenica.

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