La Traffic Gallery presenta a Bergamo Impalcature affettive, uso domestico, prima personale in città dell’artista Federica Balconi, a cura di Sara Parolini. Attiva da anni nel campo della scultura e dell’installazione contemporanea, la galleria conferma l’attenzione rivolta a ricerche emergenti, che mostrano una definita coerenza linguistica già nelle fasi iniziali del proprio sviluppo. Le opere riunite in mostra sono in larga parte di nuova produzione e dialogano con alcune recenti declinazioni della pratica dell’artista. L’esposizione si articola attorno a un insieme di manufatti che derivano da repertori formali riconoscibili: architettura, meccanica, decorazione classica e cultura materiale domestica. Tali elementi vengono rielaborati e sottratti al loro contesto d’origine, attivando trasformazioni che ne ridefiniscono funzione e significato.


In Toc Toc (2026), due arieti militari vengono sottratti alla logica offensiva che ne determina tradizionalmente l’impiego. Disposti l’uno di fronte all’altro, si arrestano nell’istante che precede l’impatto. L’oggetto concepito per l’abbattimento viene così riconfigurato come dispositivo relazionale, mentre l’energia distruttiva lascia il posto a una dinamica di avvicinamento. Una simile operazione interessa anche la serie Capitello 01 (gialla), Capitello 02 (rosa) e Capitello 03 (verde) (2026). In questo caso il capitello ionico, elemento canonico della tradizione architettonica occidentale, viene assimilato alla morfologia di una stampante domestica. Dalla parte superiore emergono fogli bianchi che si incurvano senza lasciare traccia di scrittura. La citazione archetipica e il riferimento tecnologico convivono all’interno di una struttura che rinuncia sia alla funzione costruttiva sia a quella comunicativa. L’apparato si attiva solo in apparenza: il processo che dovrebbe generare contenuto resta sospeso.



Con La noia e La gelosia (2026), Balconi interviene invece sul fregio classico, isolandone alcuni frammenti e collocandoli su leggere strutture da cantiere in alluminio. Tradizionalmente deputato alla narrazione di episodi eroici, mitologici o celebrativi, il fregio viene qui associato a stati emotivi ordinari e privati. L’operazione produce uno scarto tra la monumentalità del riferimento storico e la dimensione psicologica evocata dai titoli. Le impalcature non assumono una funzione conservativa, ma agiscono come strutture provvisorie di sostegno, alludendo a qualcosa che non ha ancora raggiunto una forma definitiva. La stessa logica attraversa NOTE 02 (2024), dove una lastra marmorea viene trattata come un promemoria temporaneo, fissato alla parete mediante un fermacarte in acciaio. Il contrasto tra permanenza e provvisorietà, tra il valore storico del materiale e la banalità dell’uso quotidiano, genera un ulteriore cortocircuito percettivo.
In La piccola battaglia (2026), una sequenza di figure combattenti viene inscritta su un supporto di dimensioni ridotte, assimilando l’iconografia dello scontro a quella di un esercizio grafico ripetitivo e quasi domestico.
Chiude il percorso Autoritratto (2026), costituito da una lunga striscia verticale di carta attraversata da un andamento lineare continuo. L’identità non viene qui restituita attraverso la rappresentazione figurativa, ma attraverso la reiterazione di un segno che registra la persistenza dell’azione. Il corpo emerge indirettamente, come traccia sedimentata di una pratica.



Per comprendere le matrici di questa ricerca è utile considerare il contesto formativo dell’artista. Cresciuta in una famiglia di ingegneri e a stretto contatto con ambienti di officina, Balconi sviluppa fin dall’infanzia una certa familiarità con componenti meccaniche e sistemi costruttivi. Bulloni, raccordi, giunti e dispositivi industriali costituiscono un repertorio visivo e materiale che viene in seguito rielaborato all’interno della pratica artistica, assumendo nuove valenze e possibilità di combinazione.
Da questa prossimità deriva un interesse costante per quelle che l’artista definisce “macchine impossibili”: strutture che conservano l’apparenza della funzionalità pur sottraendosi alla sua effettiva realizzazione. In queste configurazioni, l’eventuale malfunzionamento non si configura come un’anomalia, ma piuttosto come una condizione intrinseca dell’opera stessa. Gli arieti non colpiscono, i capitelli non sostengono, le stampanti non producono. Eppure questi dispositivi non si esauriscono nella loro inoperatività. La loro efficacia si misura infatti su un altro piano, quello della produzione di relazioni, associazioni e slittamenti che eccedono la funzione originaria. È in questo scarto tra forma e funzione che si apre lo spazio di lavoro dell’artista.
Ciò che conferisce coesione all’esposizione non è tanto un tema dichiarato, quanto una specifica modalità operativa che attraversa l’intero progetto. Nel testo curatoriale, Sara Parolini individua nello scontro la «condizione primaria della relazione», una formulazione che permette di leggere l’insieme delle opere attraverso una costellazione di attriti ricorrenti: tra funzione e disfunzione, tra repertorio classico e cultura materiale contemporanea, tra solidità strutturale e precarietà costruttiva. In nessuno di questi casi tali contrasti si risolvono in una frattura netta, al contrario, attivano zone di contatto in cui si contaminano.
In questa prospettiva, il titolo della mostra assume un valore particolarmente significativo. Le impalcature presenti in alcune opere diventano una segno ricorrente nell’intera ricerca;, pensate non per stabilizzare, ma per sostenere processi in corso. L’espressione “uso domestico” non riduce i riferimenti evocati dall’artista, ma li sposta verso una dimensione più quotidiana e legata all’esperienza dell’abitare. Elementi provenienti dall’architettura, dalla meccanica e dalla tradizione ornamentale vengono così ricollocati in un contesto di funzione, uso e familiarità.
Impalcature affettive, uso domestico costruisce un sistema di corrispondenze tra ambiti solo apparentemente distanti. Attraverso operazioni di traslazione e ricontestualizzazione, emerge una ricerca formalmente rigorosa, in cui l’ironia configura come strumento sottile di ridefinizione del significato. Il risultato è un campo di lavoro in cui le forme non si limitano a rappresentare, ma continuano a produrre relazioni, mantenendo aperta la possibilità di nuove letture e di ulteriori slittamenti di senso.
Impalcature affettive, uso domestico
Federica Balconi
Traffic Gallery, Via San Tomaso 92, Bergamo
a cura di Sara Parolini
Dall’11 aprile al 20 giugno 2026
La documentazione fotografica di Ivano Triolo Studio.
