DonnaPaola Arts Farm

DonnaPaola Arts Farm

Quasi trecento ettari di terra sull’Alta Murgia pugliese, con una ricca vegetazione che alterna boschi e distese steppiche: parte da qui un’operazione di rilancio di questi territori “marginali” attraverso la cultura e l’arte contemporanea, “con l’ambizione di costruire una nuova narrazione… che parta dall’identità sedimentata ma si proietti oltre”. È la mission di Donna Paola Arts Farm, innovativo progetto promosso dall’azienda agricola Donnapaola in sussidiarietà con la Regione Puglia, che mette in relazione l’antico attrattore naturale con il recente attrattore culturale, in procinto di iniziare le sue attività. Ne parliamo con i responsabili della sezione artistica, Antonella Marino (direzione artistica) e Marco Scotini (curatore).

Partiamo dagli inizi. Come nasce l’idea di DonnaPaola Arts Farm?

A.M. Il progetto nasce da un’intuizione dell’ingegner Vito Labarile, collezionista d’arte di origini materane residente a Bari, che ora ama qualificarsi anche come “contadino”. Qualche anno fa ha scommesso sull’urgenza di un ritorno alla “terra”, come antidoto agli squilibri ambientali. Dopo aver acquisito oltre 270 ettari tra i territori di Altamura, Cassano, Grumo, ha ideato un progetto agricolo pilota, basato sulla valorizzazione di queste terre sempre più a rischio desertificazione, con il ripristino della biodiversità attraverso il pascolo. Alle attività primarie dell’azienda, legate all’attività zootecnica e alla lavorazione del latte e delle erbe officinali, con un approccio integrato ha affiancato una serie di attività connesse: accoglienza  turistica, con il recupero di antichi jazzi, e la realizzazione del polo culturale Donnapaola Arts farm. Avrà sede in un edificio di circa 3000 mq attualmente in costruzione, che sarà inaugurato nella primavera/estate 2023. 

Quali sono le funzioni dell’attrattore culturale?

A.M. L’Arts Farm vuole essere innanzitutto una struttura didattica e di ricerca, articolata su tre aree tematiche distinte ma interconnesse: antropologia, cibo, arte. La sezione antropologica, “Archivia”, curata da Laura Marchetti, prevede da un lato la messa in connessione degli archivi pubblici e privati del territorio. Dall’altro, la creazione in progress di un nuovo archivio dei saperi dell’Alta Murgia, che parte con un momento di progettazione collettiva e partecipata insieme a giovani studiosi, Sissytia, dal 17 al 22 luglio. 

La sezione “alimentare” ruota invece intorno all’istituzione di Aice, Accademia internazionale di culture enogastronomiche, diretta da Nick Difino, che debutta con un ciclo di incontri sempre a luglio. L’idea è di mettere insieme più esperienze disciplinari per creare un nuovo modello di enogastronomia, promuovendo seminari e residenze in loco.

Un ruolo centrale ha poi la sezione artistica, che il prossimo anno vedrà la nascita di un “Centro per l’arte e la biodiversità ambientale” incentrato sui rapporti tra arte contemporanea, agricoltura, ecosistemi. Una struttura di alta formazione basata su metodi didattici laboratoriali (workshops e residenze) che coinvolgeranno artisti ospiti e giovani artisti nella costruzione di percorsi di conoscenza condivisa, attraverso indagini sulla realtà sociale, economica e paesaggistica dell’Alta Murgia, in rapporto con esperienze artistiche di sostenibilità ambientale in altri contesti geo-politici.

Quali sono gli obiettivi di questo nuovo Centro?

M.S. Donnapaola Arts farm aspira a diventare un modello di intervento ambientale ed ecosostenibile in cui recuperare saperi rurali rimossi e nuove modalità e pratiche artistiche a carattere sia produttivo che conservativo. Sebbene radicato nel territorio murgese, il progetto non è sostenuto da una prospettiva localistica, come emerge anche dalla composizione del comitato scientifico, costituito da Ravi Agarwal (artista e curatore, Mumbai); Zheng Bo (artista, Cina); Wapke Feenstra (co-fondatrice di Myvillages, Olanda); Fernando Garcia Dory (fondatore collettivo Inland, Spagna); Vito Labarile (collezionista, Bari); Gediminas Urbonas (direttore MIT program in Art, Culture, Technology, Boston); Tiziana Villani (filosofa, Università La Sapienza di Roma); Kathryn Weir (direttrice del Museo Madre di Napoli). Fondamentale è infatti il confronto e l’intreccio con altre culture, altre pratiche, altri saperi, nella prospettiva di una riruralizzazione del mondo. L’intento è di mobilitare nuovi immaginari e nuove produzioni contro la minaccia ambientale.

Come sarà sviluppato il programma?

A.M. La prima fase delle attività sarà inaugurata con un Seminario internazionale aperto al pubblico che si terrà il 29 e 30 giugno 2022 e che metterà a confronto i membri del comitato scientifico e una rete nazionale e locale di artisti e studiosi. L’iniziativa vuole essere un importante momento di brainstorming sulle tematiche agro-ecologiche del progetto, anche per tracciare le sue linee future. Costituisce inoltre l’occasione per avviare i primi interventi artistici calati nella dimensione paesaggistica e produttiva dell’azienda. Tra fine agosto e fine ottobre saranno presentate le produzioni di Nico Angiuli, Luigi Coppola, Garcia Dory e Myvillages. Angiuli con Emanuela Ascari coordinerà inoltre a luglio una doppia residenza in Romania e da Donnapaola con un gruppo di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bari, partner del progetto insieme alla Fondazione Southeritage di Matera e a Casa delle Agriculture di Castiglione d’Otranto. Nella seconda fase, dalla primavera/estate del 2023, con l’apertura della nuova struttura architettonica s’inizierà a sperimentare il palinsesto della Palestra agricola, impostato su moduli residenziali di artisti di spessore internazionale e giovani artisti selezionati attraverso open call. Durante i periodi di permanenza sul posto, verranno attivati processi di ricerca, con periodiche restituzioni pubbliche. 

È possibile avere qualche anticipazione sui contenuti del convegno di fine giugno?

M.S. Il seminario s’intitola “Ecologie del margine” e nasce da un interrogativo: è possibile assumere il margine come punto di partenza per una riflessione più ampia sugli ecosistemi e come risposta alla loro crisi attuale? Come ha suggerito l’artista inglese Nils Norman, i margini possono essere considerati il segno della moltiplicazione delle bio-diversità. Sono infatti realtà interstiziali, di transizione, di migrazione, dove differenti ecosistemi si incontrano, si sovrappongono, si fondono, mai ancorati ad una sola postazione. Quando una specificità territoriale finisce in un’altra, ecco allora che diversi ecosistemi si relazionano e si stratificano, funzionando come garanti di biodiversità. Seguendo Felix Guattari, che declina la parola ecologia al plurale (comprensiva del sociale, del mentale e dell’ambientale), la cornice del seminario da Donnapaola, si articola attraverso una serie di casi studio, riflessioni teoriche e azioni performative che intendono investigare le contraddizioni dei sistemi dualistici che hanno accompagnato l’ascesa della modernità e del capitalismo che li ha posti come limiti alla realizzazione di un mondo ecologico.

Come saranno organizzate le due giornate di studio? 

M.S. Abbiamo individuato due sezioni. La prima, “Per un’agenda rurale”, si concentra sulla costruzione di nuovi immaginari e nuove pratiche ecosostenibili basate sul recupero di saperi rurali spesso rimossi e su rapporti di cooperazione tra uomo e ambiente. ll riconoscimento della complessità e del valore della sapienza e creatività contadine pone l’Agroecologia come quadro scientifico di un nuovo paradigma pluridisciplinare, promuovendo la partecipazione e l’auto-gestione delle comunità, fondendo le metodologie delle scienze sociali e naturali a favore dello sviluppo rurale endogeno. Il secondo panel, “Politiche dell’abbandono”, parte proprio dall’ “abbandono” dell’idea classica del controllo sulla natura per proporre un’altra etica della coesistenza tesa a privilegiare il potenziale di tutte le forme di vita, con un intervento minimo che parte dal riconoscimento della mutua interdipendenza tra ecosistemi, La tipologia dell’artista come agro-ecologista, indagata nel primo panel, verrà sostituita in questo caso dall’artista come “guardiano” delle relazioni intercorrenti tra naturale, culturale, materiale e immateriale, viste come forma di tecnologia primordiale in grado di supportare progetti multidisciplinari di integrazione e convivenza.