Distopie

Distopie, distonie e nevrastenie

Inaugurata il 12 luglio al Santamarina Bistrot di Palermo la mostra “Distopie” del collettivo Rosy Crew, a cura di Mosè Previti.

Questa è la prima recensione che scrivo dopo il cosiddetto lockdown. E per uno come me, che odia le coincidenze, la coerenza, la correttezza, e altre cose con la “c” che è meglio non annotare, ricominciare a scrivere su una mostra intitolata “Distopie”, in un momento storico che sto odiando più di me stesso, dimostra che gli eventi (almeno per il sottoscritto) accadono per ironia. Anzi, se un giorno per pura idiozia dovessi tatuarmi qualcosa, credo che mi farei inchiostrare il braccio con questa frase di Cleante o Seneca, che lessi per la prima volta in Spengler quando ancora appartenevo al mondo dei teenager e la vita mi sembrava vita, forse gioiosa come la sorpresa in un pacchetto di patatine, o comunque accettabile: «Ducunt volentem fata, nolentem trahunt» (la frase, tradotta in italiano, viene a significare più o meno che è bene rassegnarsi. Rassegnarsi a tutto).

Esagero. Sarà che quando scrivo ascolto Goa Gil, i Massive Attack, i Mano Negra, Gloria Gaynor, i Cocteau Twins, Damien Saez, Gianni Celeste ecc., i quali influenzano il mio stato intellettivo e fisico. Sarà questo. Ma dalle suddette prime righe desumo, a dispetto dei mesi passati a casa, che nulla di me è cambiato (non è vero, scherzo!). Un po’ come nulla è cambiato nel mondo adesso che è arrivata l’estate, e il Covid l’abbiamo rinchiuso in una scatolina come le foto del partner che c’ha messo le corna. Le mie recensioni (uh, se fossero davvero mie!) sono sempre le solite: parlo di suggestioni personali, di quisquilie che – all’apparenza – non hanno attinenza con la mostra; e infine di tanta, ma tanta perdizione morale. Be’, Mosè Previti, il curatore di “Distopie”, che conosco, che apprezzo, e che reputo uno di quei pochi curatori siciliani impegnati (che non pubblica foto di sé ogni secondo della sua esistenza), spero mi capirà: in fondo anche lui conosce abbastanza approfonditamente il mio stile poco canonico, e giudicherà queste righe scarsamente professionali per quello che sono: la serissima farsa di un serissimo impostore. Molti artisti in mostra, invece, non sanno chi io sia e non gli importa affatto. Per loro sono una mosca, una macchia sulla parete, l’ultima goccia di vino nel calice o un nevrotico qualunque da gettare nell’indifferenziata (e quindi il problema non si pone; oh yeah!). 

Ovviamente non mi capiranno i recensori di regime, e tutta quella “buoncostume” dell’arte contemporanea che, forte della moda del momento, ciondola nel politically correct per non offendere nessuno; e ammuffisce la libertà d’espressione per non intaccare le riviste, la scienza dell’arte, la sensibilità della zia novantenne debole di cuore. Forse costoro credono di trovarsi ancora in un mondo logicamente retto, che ascolta i nostri schematici racconti. Da parte loro nessun sentimento di rabbia, di distruzione, nessun sentimento di “fine” che ovatti, nel suo caldo petto, l’acre profumo dell’onestà. E invece, ancora la semplice malinconia declinata in tutte quelle attività umane senza umanità, che prende il posto della volgarità eretta a verità, della dichiarazione di un fallimento sotto allucinazioni. Perché continuiamo ancora a evitare ciò? Perché sogniamo? E mi pongo queste domande con “distopico” timore, non con dubbio. 

Ecco, ecco: andiamo subito al nucleo della recensione: la distopia. Non so voi, perché non so cosa o come vivete, che idee avete, chi amate falsamente, da chi falsamente vi fate amare, in che modo fantasticate sulla realtà che condividiamo all’incirca democraticamente, ma… ma non avete paura? Eh, sì, paura? Ebbene, torniamo po’ indietro, a quando il lockdown aveva subito un leggero allentamento. Se lo ricordate, il web s’era riempito di post che indirizzavano ad articoli di eminenti psicologi madrileni. Da essi compresi che la chiusura in casa aveva costituito, per molti esseri umani (circa un milione di soggetti solo in Italia), l’insorgenza di una sindrome definita “della capanna”. Tale sindrome, a differenza della nociva dittatura del “think positive”, che immediatamente propose diagnosi e cura, personalmente l’ho vista molto simile a una riposta, più che a un disagio. Non vorrei essere frainteso, e dunque preferisco spiegarmi bene. 

Non sto dicendo (ripeto: non sto dicendo!) che prendo sottogamba la terribile sofferenza che l’ansia può causare. Lo evidenzio bene, che non lo sto dicendo, perché so che i malpensanti sono ovunque, sempre pronti da vedere il marcio – che è in loro – negli altri. Se è chiaro, che non sto dicendo questo, andrei avanti. Andrei avanti dicendo che lo sviluppo di una tale sindrome è, a mio avviso, una piccola confessione: la confessione che le anime più fragili di questo sporchissimo pianeta ci offrono. E dunque, una sindrome nata dopo un ritiro forzato dall’abitudine di vivere in un meccanismo di cui nessuno ha finora intravisto la malvagità (oh, che frase lunga!) ha quasi un sapore ontologico. Se questa “fobia solubile” s’è manifestata, un motivo ci sarà; e sarà un motivo chiarificatore, no? Boh, vedila un po’ come ti aggrada. Io c’ho provato.

Sono sincero: non c’era (soltanto) paura in quelle “Distopie” di domenica scorsa, malgrado la paura fosse il tema principale. O almeno questo ho inteso. Al contrario c’era – per gli artisti e per i fruitori – il tenero desiderio di rappresentare le immagini del mondo perduto. Le azioni dei presenti, e le opere di Daniela Balsamo, Antonio Curcio, Giusi Di Liberto, Danilo Maniscalco, Antonio Fester Nuccio, MoMò Calascibetta, Alessandra Di Paola, Maryna Ignatieva, Martina Pecoraino, Alessandra Tudisco e Freaklab hanno fatto da eco a queste parole annotate nel testo critico di Previti, il quale sciamanicamente afferma che il panico: «non può essere totale, soverchiante, non può annichilire la mente dell’artista. Il creativo avanza tutta la vita su una lastra sottile, la sua volontà di creare è un filo sospeso sulla follia. Il futuro è per lui sempre un invito, nonostante tutto. Questa mania sacra fiorisce tra questi artisti come il sorriso sulle labbra del matto sapiente, con lo scherzo caricaturale di chi non ha paura e nell’azione, nella creazione, sfotte l’oppressione della tecnica, la paura della morte». 

Mmm… In realtà di paura della morte ce n’è poca, in giro. Di ossessione a vivere, invece, quella sì che è eccessiva (ma è un mia illazione). E al fondo di una recensione che non è una recensione, buttata giù dal meno adatto a redigerla, vorrei lasciare una testimonianza, due riflessioni et des conneries illimitées. Spero che le muse ci spieghino, ovunque esse stiano passando la pandemia, che tutte le lotte morali che per ora stiamo mettendo in campo, o che seguiamo, o che appoggiamo anche se non ci appartengono, sono soltanto un modo per scaricare la frustrazione accumulata: una sorta di divertimento istituzionalizzato, per dirla elegamentente; o, forse, quel liberatorio appagamento sperimentato con l’esecuzione di un tic nervoso. Insomma, non sono nulla di vero. E a nulla porteranno, se non a ucciderci l’un l’altro, a instaurare una nuova forma di dittatura, invisibile, chic, che lentamente sta per passare dal linguaggio e dai comportamenti, e non dalle domande profonde. Il processo imperialista delle distopie è in atto. E ci siamo dentro, in questa “capanna” ansiogena, con il nostro corpo pesante, inerme, con la nostra felicità travestita da spensieratezza, e con la sacra paura (però) eclissata dall’ombra della speranza. 

Che sia necessario, quindi, prendersi un anno, due anni di tempo, in queste dilaganti distopie? Magari di fronte a una birra, a un brutto tramonto, a una sentenza, ai panni stesi che profumano di monotonia? Che sia necessario abbandonare, ricostruire la propria libertà, contare le nuvole, rileggere romanzi, unificare i frammenti infrangibili che in questo momento crediamo separati? Che sia necessario chiedere perdono? E che sia necessario perché, credo, solo perdonando il bene c’ascolta? Chissà se ci si chiede queste cose solo quando gli occhi sono pesanti come il cielo durante il temporale. I sorrisi di quegli artisti, guardandoli all’angolo della sala espositiva, tuttavia m’hanno fatto tremolare con una frase che suona così: «Ducunt volentem fata, nolentem trahunt». 


Rosy Crew: Distopie 
Santamarina Bistrot, Piazza Pietro Speciale, Palermo
Dal 12 fino al 19 luglio, tutti i giorni tranne il lunedì
Dalle 12 alle 00.00
Per info: 3477689468

Dario Orphee La Mendola

Dario Orphée La Mendola, si laurea in Filosofia, con una tesi sul sentimento, presso l'Università degli studi di Palermo. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione all'Accademia di Belle Arti di Agrigento, e Progettazione delle professionalità all'Accademia di Belle Arti di Catania. Curatore indipendente, si occupa di ecologia e filosofia dell'agricoltura. Per Segnonline scrive soprattutto contributi di opinione e riflessione su diversi argomenti che riguardano l’arte con particolare attenzione alle problematiche estetiche ed etiche.