ArtVerona 2026
Giorgio Cutini, Bianco, 2022-2023

Diario visivo. Paesaggi marchigiani e abruzzesi di Giorgio Cutini

La Mole Vanvitelliana di Ancona ospita, fino al 30 settembre, Giorgio Cutini. Canto delle Stagioni. Curata da Gabriele Perretta, la mostra presenta oltre 200 opere fotografiche, molte delle quali inedite.

Nell’opera fotografica di Giorgio Cutini, il paesaggio non è mai semplice scenario, ma luogo di risonanza interiore, specchio di una geografia dell’anima che si costruisce nella tensione tra luce e ombra, fra il silenzio minerale delle cime e il respiro lento delle nuvole.
Nelle opere realizzate tra il 1997 e il 2023, esposte alla Mole Vanvitelliana di Ancona, l’artista compone un racconto visivo che attraversa tonalità assolute – il bianco e il nero – per svelare la memoria segreta del mondo nelle loro infinite sfumature.

La materia e il respiro
Nella produzione del fotografo perugino, il paesaggio si manifesta come luogo di risonanza interiore, in cui il silenzio delle cime dialoga con il respiro delle nuvole e la luce si confronta costantemente con l’ombra.
Le immagini, esposte alla Mole di Ancona, sono il risultato di oltre venticinque anni di lavoro, compongono un itinerario visivo che si muove tra bianco e nero, luce e ombra, svelando la memoria segreta del mondo.  La parte più rilevante dell’allestimento è senz’altro l’apertura con il trittico, un lavoro ispirato ai sentimenti più intimi e al vissuto del fotografo. La scansione del nero, seguita dal bianco, culmina in una fotografia quasi serigrafica in cui si distingue il volto dei genitori; un’immagine che assume un valore simbolico, poiché ricollega l’artista ai ricordi dell’infanzia. La scelta dei soggetti naturali fotografati, rappresentati in chiave onirica, ha una funzione iconica poiché rimanda alla fanciullezza e all’intimità della vita domestica dell’artista.

Le montagne si offrono dapprima in una visione raccolta, come nel Grigio (2022–2023), dove il vertice roccioso emerge dall’oscurità del cielo con la nettezza di una piramide di pietra e neve, figura archetipica dell’ascesa. L’ombra, lungi dall’essere negazione della luce, ne è condizione e custodia. Poi, all’improvviso, in Sibilla errante (2022–2023), la scena si apre in un abbaglio di bianco: le cime si dissolvono nella nebbia e lo sguardo scivola in un orizzonte senza appigli, luogo di smarrimento e di ricerca, simile a quel procedere antico in cui solo la traccia interiore guida il passo.

Il viaggio nel mondo interiore di Cutini prosegue con Bianco (2022–2023), dove un sentiero inciso nella neve conduce lo sguardo verso un rifugio isolato, quasi inghiottito dal candore. La presenza umana, appena percettibile, non infrange il silenzio, ma ne diventa misura, mentre la meta si carica del valore di un simbolo più che della concretezza di un luogo reale. Tornando indietro nel tempo, in Segni (1997) l’attenzione si posa sulla materia primordiale: rocce scolpite dai millenni, che si offrono come alfabeti geologici, calligrafie minerali svelate dalla luce radente nelle loro pieghe più segrete. Infine, in Nero (2022–2023), cielo e notte si sfiorano in un equilibrio fragile, attraversati da una lama luminosa che incide l’oscurità come segno di passaggio. Ma la narrazione non si esaurisce nella potenza minerale. Nei lavori Egl’io lontananza ed Egl’io desiderio (2018–2022), l’orizzonte si popola di alberi solitari: figure sospese tra cielo e terra e simboli dell’individuo di fronte all’infinito. Lontananza e desiderio si trasformano in vibrazioni emotive. È un respiro poetico che rende il paesaggio interlocutore dell’anima. È così che, attraverso queste immagini, Cutini tesse un diario visivo fatto di roccia, neve, vento e cielo, in cui il paesaggio non è cornice, ma corpo vivo e protagonista assoluto dell’evento.

Nel suo bianco e nero, che appare assoluto e senza compromessi, non incontriamo l’assenza del colore, ma la sua origine: la matrice da cui ogni percezione prende forma. In questo dialogo continuo tra materia e luce, si compie la trasformazione dello sguardo in metafora dell’esistenza, dove ogni immagine diventa tappa di un percorso interiore, sospeso tra contemplazione e rivelazione.

Il respiro dell’albero, il passo dell’uomo
Cutini ha indagato, inoltre, la dialettica tra la solidità minerale e l’evanescenza atmosferica, sviluppando uno sguardo sempre più intimo, capace di cogliere l’incontro tra elementi naturali e presenza umana. In Egl’io (2018–2022) l’albero solitario emerge quale asse del mondo, punto di equilibrio tra cielo e terra: figura arcaica, quasi mitologica, che, nella sfocatura intenzionale, assume la consistenza di un ricordo, come se il tempo stesso ne avesse velato i contorni per preservarne l’essenza.

Accanto a questa centralità dell’elemento vegetale, l’artista introduce un altro simbolo, quello della leggerezza, affidato a immagini di piume sospese, ombre proiettate e sovrapposte, giochi di pesi impercettibili che raccontano la fragilità dell’esistenza e, al contempo, la sua capacità di elevarsi. In L’Ombra del vento (2003) tale leggerezza si traduce in una fotografia sospesa tra realtà e riflesso, tra ciò che è tangibile e ciò che resta affidato all’immaginazione.

Da questa riflessione sull’aria e sul volo si passa a un’immagine dominata dalla terra e dalla nebbia: Il Viandante (2018). Una figura avanza stringendo un ombrello, mentre il sentiero, lentamente, si dissolve inghiottito dall’oscurità e la luce si riduce a un alone lattiginoso. L’andare, privo di una meta visibile, si configura come un atto di resistenza: è un proseguire ostinato nonostante la cecità del mondo.

Il passo incerto del viandante introduce la successiva declinazione della serie Egl’io, con Vanità e Ambizione (2018–2022), dove l’albero si staglia contro lo spazio aperto, talvolta distante e inattingibile, talaltra dominante al centro dell’inquadratura. La vanità è quella dell’esserci, di imporsi come segno; l’ambizione, invece, è la tensione a elevarsi sopra le altre forme di vita, in un moto verticale che unisce orgoglio e vulnerabilità.

Il percorso trova infine la sua chiusura in Desiderio (2018–2022), in cui l’albero, radicato su un terreno roccioso, si volge verso un cielo carico di nubi leggere. Qui il desiderio non è assenza, ma energia vitale, connessione profonda tra le radici e il vento, tra la stasi e il viaggio.

Nel loro insieme, queste immagini compongono una parabola interiore: dall’oggetto naturale al simbolo, dal simbolo al gesto umano, dal gesto umano alla condizione esistenziale. Alberi, piume, viandante nella nebbia non sono soltanto soggetti fotografici, ma tappe di un itinerario di consapevolezza, in cui lo spettatore è invitato a sostare, respirare e riconoscersi.

Andrea Carnevali

Andrea Carnevali è critico e giornalista. Tra i suoi interessi figurano l'arte, il cinema, la letteratura italiana e il teatro contemporaneo.

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