ArtVerona 2026

Dialoghi #7 | Marco Poma – Achille Perilli

La mostra Dialoghi #7 | Marco Poma – Achille Perilli, curata da Ivan D’Alberto, è stata inaugurata sabato 26 febbraio presso la YAG/garage e ha aperto la nuova stagione espositiva della galleria pescarese.

L’inaugurazione della mostra è stata preceduta da una conferenza che ha visto gli interventi di Marco Di Capua, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e Fenomenologia delle Arti Contemporanee e Coordinatore dell’Istituto di Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e Ivan D’Alberto, storico dell’arte e direttore della YAG/garage.

Il progetto espositivo Dialoghi, che pone ambiziosamente a confronto un grande nome dell’arte contemporanea con un giovane artista emergente, partendo dall’opera del primo per analizzare la poetica del secondo, è diventato ormai un marchio di fabbrica dell’attività della galleria. 

In questo caso a confronto sono posti il romano Achille Perilli, fra i maggiori esponenti dell’astrattismo italiano e il giovane artista torinese Marco Poma.

Achille Perilli, uno dei fondatori del gruppo Forma 1, è noto per le sue geometrie impossibili che hanno radici nelle avanguardie storiche e nel costruttivismo russo e in cui segno e colore si intersecano fino a portare la forma ad esiti nuovi, al di là di ogni possibile razionalità. Il ricorso alle figure geometriche piane crea costruzioni ambigue, spazi irreali e illusori che risultano inverosimili allo spettatore. 

Marco Poma, classe 1992, è specializzato in tecniche dell’incisione tradizionali e sperimentali presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e ha frequentato nel 2019 il corso annuale di specializzazione presso la Fondazione Il Bisonte – Scuola Internazionale per lo studio dell’arte grafica a Firenze. Nel 2021 è diventato Assistente di Laboratorio presso la Scuola della Fondazione Il Bisonte, in cui è docente da settembre 2021. È vincitore del XI Premio Atlante (Coruña, ES). La sua ricerca artistica è tutta orientata a un rigore formale espresso attraverso il potere comunicativo e poetico del segno.

Le architetture impossibili di Marco Poma, realizzate con le tecniche calcografiche, si presentano apparentemente estranee all’opera di Perilli non solo sul mero piano formale – agli sgargianti e violenti colori di Perilli Poma preferisce la bicromia bianco – nero – ma anche a livello di influenze: se in Perilli è vivo l’eco di artisti come Paul Klee, Georges Vantongerloo ma anche dei russi Tatlin e Lissitskij, in Poma sembrano rivivere le atmosfere metafisiche, stranianti e sospese di Giorgio De Chirico e Carlo Carrà contaminate però da richiami al brutalismo degli anni Cinquanta e alle superfici di Alberto Burri.

Nonostante un legame diretto fra il lavoro del giovane artista torinese e il maestro romano sia apparentemente negato, a uno sguardo più attento risulta lampante come le architetture di Poma risultino estranee ad ogni legge fisica ed inserite in una dimensione straniante in cui è impossibile ogni spiraglio di razionalità. La figura umana è estromessa nei lavori di entrambi gli artisti, a sottolineare lo straniamento dello spettatore di fronte a costruzioni impossibili e, nel caso di Poma, arrivando a esprimere dolorosamente l’inesorabile solitudine della condizione umana, raffigurando echi di architetture forse abitate in un tempo lontano ma abbandonate, vuote, ormai quasi spettrali. Ad accrescere la sensazione di straniamento concorre il magistrale uso della luce che assume un valore plastico scolpendo spazi tridimensionali che si dilatano davanti allo spettatore.  Le superfici delle architetture presentano crepe e lesioni a testimonianza non solo dei segni dell’inevitabile scorrere del tempo ma anche e forse soprattutto della vulnerabilità e fragilità di ogni costruzione umana e pertanto dell’umanità stessa. 

Ancora una volta la YAG/garage ha accettato una sfida difficile; quella, in questo caso, di ricostruire un fil rouge dall’astrattismo degli anni Cinquanta fino alle espressioni più recenti e ancora una volta è stato delineato un quadro inedito e interessante sugli inattesi legami di due artisti apparentemente lontani fra loro sia sul piano cronologico sia nella resa formale dei rispettivi lavori accomunati però dalla medesima ricerca di forma oltre i limiti fisici e razionali, perseguita attraverso il potere plastico del segno. 

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