Degno di nota

Degno di Nota – 7 note per 7 artisti

Dal 21 giugno al 31 luglio, il Museo Irpino ospita la mostra “Degno di Nota. 7 note per 7 artisti”, un omaggio al Maestro Mario Cesa.

Il progetto espositivo, a cura di Rosanna De Cicco e presentato in collaborazione con DADART, è immerso in luogo affascinante che trasuda di storia: il complesso monumentale del Carcere Borbonico di Avellino, uno dei simboli culturali più importanti e rappresentativi del capoluogo irpino, che dal 1840 al 1987, ha assolto attivamente la sua funzione, per poi diventare, oggi, un importante polo museale.

Agli artisti – Alessandra Carloni, Maria D’Anna, Milot, Edoardo Rossi, Liu Ruowang, Stefania Sabatino e Michele Stanzione – è stato affidato il compito di interpretare, secondo il proprio peculiare stile, la musica di Mario Cesa, realizzando un’opera pittorica in relazione a uno dei suoi spartiti. Le “7 note” personali dei “7 artisti” si posano vibranti sulla ricerca interartistica del Maestro, generando una crasi iconografica inedita, leggera e sospesa sulla tastiera del tempo.

“Le sette opere che compongono questa esposizione sono nate da una “suggestione” – commenta la critica d’arte Alessandra Aufiero–  riuscire a dare agli spartiti musicali del Maestro Mario Cesa una lettura “altra”, posta al limite tra linguaggi artistici diversi, leggendoli nella loro imponenza grafica. Ogni pittore ha inteso l’opera del maestro come momento di riflessione estetica che si è inserita all’interno delle singole ricerche artistiche.”

L’arte e la musica si ispirano reciprocamente e si svelano, attraverso pennellate e note, esplorano lo spazio delle celle – ognuna dedicata a un artista – invitando a ballare sulla sinfonia della vita. “La mostra – spiega Rosanna De Cicco – è volutamente posta al visitatore con la porta chiusa, si guarda l’opera dallo spioncino perché ancora oggi l’arte e la cultura in genere sono recluse, poste in situazioni di isolamento. Resta la speranza per cui vorremmo che quelle porte fossero spalancate e che ognuno di noi possa godere di tutta la bellezza.”

Alessandra Carloni colloca con grazia la sua viandante su un Totem maestoso che risuona come un’arpa in uno scenario desolato. Il suo tocco, lieve e delicato, fa scrollare le corde, dando seguito a una melodia malinconica e solitaria che implora il ritorno del “sentire” umano, come custode di speranza.

Stefania Sabatino intreccia le note come fili preziosi sulla tela. Il richiamo mitologico alla musa Euterpe, custode della musica, della danza e del flauto, si fonde con maestria sulla diagonale che diventa sedimento di un suono avvolgente, immerso nell’armonia che sfiora l’infinito.

Maria D’Anna evoca dal vaso di Pandora il male che affligge il mondo, lo divide in tagli verticali e lo proietta in squarci che solo la musica può risanare. Lo spartito rappresenta una panacea per la tela su cui si materializza la corporeità della sofferenza: note che portano con sé una dolente soavità intrisa di redenzione.

Edoardo Rossi collega le sfumature dell’antico e del contemporaneo, rivitalizzando la memoria intesa come deposito di ricordi dell’esperienza umana. Le note, sorrette sulla tela, si trasformano in tratti grafici che raccontano la profonda connessione semiotica con gli spartiti: la dimensione visiva svela il legame intimo tra suono e traccia.

Michele Stanzione adagia e plasma le note come carezze sensuali che celano sensazioni sussurrate e intime. Il corpo femminile, luminoso e sublime, irradia il suo splendore, mentre lo spartito, in una stretta osmotica, si impossessa della superficie morbida e accogliente, sede di emozioni e desideri. 

Milot trasmuta la sua “chiave” sulla tela con una forza che dimora nei gesti e nei colori adoperati. L’assenza di forme, in ribellione con l’approccio figurativo, apre all’espressione del segno e si delinea così una cartina geografica in cui le note trovano rifugio sbarcando su una terra inesplorata.

Liu Ruowang con un’azione che rasenta il parossismo, raggiunge l’acme in una pennellata carica di furia. Si modella una creatura, scaturita dalla mente del pittore, che percorre la tela con una velocità vertiginosa, inebriata dalla musica che invade il suo spirito e che, complice segreta, si diffonde in totale abbandono all’estasi artistica.