Il tempo non scorre in linea retta, ma si accumula in trasparenze sottili, come veli di seta distesi l’uno sull’altro fino a formare un corpo denso di memorie. Nella sede dello Jus Museum, all’interno della cornice di Palazzo Calabritto a Napoli, si percepisce che il confine tra ciò che è stato e ciò che diviene è svanito. La mostra personale di Davide Bramante Pupidda mia, curata da Marcello Palminteri con un contributo critico di Alessandra Troncone, si offre allo sguardo come un archivio dell’anima, un luogo dove la Sicilia ancestrale e la metropoli contemporanea si fondono in un unico, ininterrotto respiro visivo. L’esposizione, aperta fino al 20 aprile, segna un momento di profonda maturità per l’artista siracusano, capace di far dialogare la ricerca fotografica con l’inedita plasticità della ceramica.
Nelle opere esposte, il rigore del pensiero concettuale incontra una lirica della visione che rifugge l’immediatezza del consumo digitale. Bramante non ricorre alla manipolazione post-prodotta o a software di fotoritocco; la sfida viene lanciata direttamente nel ventre della macchina fotografica. L’intero ciclo fotografico è contraddistinto dal titolo My own rave, un concetto che suggerisce un’esperienza sensoriale frenetica e solitaria, dove la realtà viene frammentata e ricomposta. Attraverso la tecnica delle esposizioni multiple — da due a nove scatti — l’artista imprime sulla medesima porzione di pellicola analogica, rigorosamente in fase di ripresa, istanti cronologicamente distanti. Architetture barocche e bagliori notturni convivono in un palinsesto visivo impresso su grandi lastre di plexiglass, la cui brillantezza esalta la profondità delle sovrapposizioni.

In questa densità di sguardi, il lavoro Napoli (Blu e verde) si erge come un maestoso crocevia di atmosfere. L’opera è un’immersione cromatica in cui Piazza del Plebiscito perde la sua fissità monumentale per farsi apparizione. Il celebre colonnato di San Francesco di Paola si dissolve in un blu cobalto che evoca le profondità del mare, intrecciandosi a tonalità smeraldo che sanno di vegetazione mediterranea. La piazza diventa un’entità liquida che sembra galleggiare su un orizzonte onirico, in un gioco di riflessi che annulla le distanze geografiche. Questa ricerca di sintesi si spinge fino all’omaggio esplicito con «Napoli (Gennarì grazie)», un atto di gratitudine visiva che condensa l’energia del capoluogo in una stratigrafia di luci e di fedi calcistiche e religiose.
Accanto alle immagini, la materia si fa presenza tangibile attraverso la scultura. I pupi siciliani diventano icone di una memoria che non accetta di essere dimenticata. In «Ritrovamenti ritrovati», la ricerca plastica raggiunge un vertice di intensità quasi archeologica: l’opera si presenta come una scultura in terracotta stratificata, dove l’alternanza tra il rosso naturale dell’argilla e il bianco candido dei depositi segna fisicamente il passaggio delle ere. La figura del “pupiddu” emerge da questa sovrapposizione di livelli materici come un reperto riaffiorato dal sottosuolo della storia. In «Pupiddu guarda Medardo Rosso», il dialogo si fa colto: la plasticità della terracotta sembra assorbire la lezione della luce impressionista, in un gioco di sguardi che attraversa la storia dell’arte.


Il culmine di questa ricerca plastica è rappresentato dall’opera corale Pupi e pupidde (Sicily), un lavoro in terracotta smaltata dove la materia si accende di cromatismi vibranti. In questa installazione, le figure si dispongono fino a ricalcare con precisione il profilo geografico della Sicilia, o meglio Trinacria, trasformando l’isola stessa in un corpo vivo fatto di volti e tradizioni. La lucentezza dello smalto dialoga con la fluidità della luce catturata dall’obiettivo nelle opere fotografiche, creando un rimando continuo tra la solidità della terracotta e l’evanescenza dell’immagine. L’incontro tra Napoli e la Sicilia non è casuale: Palazzo Calabritto diventa il teatro di una fusione tra culture, dove la stratificazione millenaria della città accoglie le visioni di Bramante. Non vi è frattura, ma una continuità che permette allo sguardo di perdersi tra le pieghe di una geografia dell’anima.



Entrare nel mondo di Bramante significa accettare la sfida della complessità. La bellezza dei lavori risiede nella capacità di mantenere un equilibrio perfetto tra l’astrazione e il reale, tra la terra stratificata e la luce impressa sulla pellicola. Le sovrapposizioni non generano caos, ma una nuova forma di ordine che parla di viaggi verso l’ignoto. «Pupidda mia» è un cammino sentimentale attraverso i resti e i sogni di una civiltà che continua a rigenerarsi.


