Roberto Sala: Al MicHub di Pescara, nello Spazio Arte Povera e oltre, insieme alle opere permanenti da te donate alla Fondazione Pescarabruzzo, saranno esposte temporaneamente sculture e disegni di Michelangelo Pistoletto. Ci racconti un po’ la tua storia a partire da questa mostra?
Mario Pieroni: I lavori in mostra erano quelli che avevamo esposto in Galleria a Roma con Michelangelo negli anni Ottanta. Però l’attualizzazione della mostra è importante, come si evince da questo testo, che Michelangelo ha scritto durante l’allestimento per inserirlo nella mostra, che dà un senso preciso al perché sono esposti oggi questi lavori: “Dal 1985 al 1989 ho dedicato quattro anni alla realizzazione di volumi cupi e ingombranti, prodotti con materiale anonimo, essi occupavano l’ambiente negativamente come fossero dei buchi neri che risucchiavano lo spazio luminoso dell’ambiente circostante. Era una visione oscura che legava queste opere alla condizione di vita durante la guerra fredda mondiale, che ci teneva sospesi nel terrore della catastrofe atomica. Oggi, nel 2025, questi volumi oscuri sono esposti sia come documenti storici che come testimoni di una pregnante attualità” – Michelangelo Pistoletto, Pescara, novembre 2025.
Quindi, come vedi, c’è un perché questa mostra è stata realizzata. Ha una sua attualità, e avviene in questo luogo, grazie anche all’impegno che il Presidente Mattoscio della Fondazione Pescarabruzzo dedica all’arte contemporanea a Pescara. Io ho iniziato a Pescara già negli anni ‘70 con le mostre al Bagno Borbonico di Luciano Fabro, Mario Merz, Jannis Kounellis, Ettore Spalletti, Francesco Lo Savio e Vettor Pisani. Ma ero partito ancora prima nell’azienda di famiglia Coen e Pieroni nei primi anni del 1970, con il rifacimento dei mobili di Giacomo Balla e degli arazzi che avevamo realizzato a Penne con l’Arazzeria Pennese di Fernando De Nicola. Era stato poi creato Il Mondo delle Idee su idea di Getulio Alviani e la partecipazione di artisti come Mario Ceroli che veramente fu molto generoso nel supportarmi. Io allora non avevo nessun rapporto con l’arte contemporanea, in quanto la mia era un’azienda di arredamento. Proprio grazie al rapporto diretto con questi artisti, conobbi Ettore Spalletti – presentatomi dalla mia amica Franca Verlengia – il quale insegnava all’epoca al Liceo artistico di Pescara e diventò mio fondamentale consulente nei rifacimenti delle opere, al punto tale che ci confrontavamo a lungo quasi tutte le sere.
RS: Quindi, poi però negli anni questa rotta, diciamo, si è un po’ invertita. Intendo dire che poi sei diventato tu il promotore delle loro opere.
MP: Diciamo che io sono nato così, appunto come dicevo, semplicemente con una grande curiosità che avevo già allora, ma non ero assolutamente dentro quel mondo però, ci sono entrato solo grazie all’impegno e al rapporto con gli artisti. Questo perché gli artisti ti danno gli indirizzi, ti danno le loro idee, poi sei tu che devi cercare di amalgamare le diverse visioni che essi hanno, perché ogni artista è diverso dall’altro. E questa è la straordinarietà di questo mondo. La loro diversità ti allarga la testa, no? Perché, quando sei curioso, vuoi capire perché quel lavoro viene fatto da quell’artista e così entri nel merito della conoscenza dell’arte. A Pescara, tornando a Il Mondo delle Idee, progetto di Getulio Alviani, c’era il coinvolgimento degli artisti che dovevano fare delle opere che entravano nell’habitat quotidiano, non era il quadro feticcio da mettere sul muro, ma erano opere come il salotto di Ceroli sul quale ti sedevi o il tappeto di Alviani in acciaio che magari potevi svirgolare con il tacco. Però erano sculture. Abbiamo prodotto il tavolo basso di Spalletti che inizialmente lo chiamava “Formica” (titolo che poi fu cambiato), che era sia una scultura che un tavolo basso da mettere davanti al divano. Il salotto di Ceroli era fatto di legno grezzo che magari poteva sfilare le calze delle signore. Il divano di Scheggi in gommapiuma era interessante perché aveva come una forma a C in cui ti sedevi. La lampada di Laura Grisi era una scultura che illuminava lo spazio. Il progetto nasceva come un allargamento della mia azienda, avevo antiquariato, stoffe, tappeti e tutto il resto, però questo inserimento dell’arte contemporanea era qualcosa in più, anche se non era ancora una galleria. In quel periodo fu molto importante per me Lucrezia Di Domizio, mia amica di famiglia: la catturai quando mi passò a salutare e le dissi “aiutami a portare avanti questo progetto sull’arte, perché io sono impegnato e non posso dedicarmi dodici ore al giorno qui”. Quindi lei, mi ricordo doveva andare in Africa, cambiò progetto e rimase, e diventò la direttrice di questo Mondo delle Idee. Alviani, Spalletti, etc., andavano la sera spesso a cena da lei. Io avevo preso una casa per lei in viale dei Pini dove cominciò a prendere i contatti e a entrare un po’ nel mondo dell’arte contemporanea. Ero preso anche dall’idea di coinvolgere ne Il Mondo delle Idee Michelangelo Pistoletto e lo andai a trovare mentre presentava la sua mostra alla Galleria Ariete di Milano e gli dissi “Guarda, ci sono degli amici artisti che sono coinvolti in questo progetto Il Mondo delle Idee, e mi sarebbe tanto piaciuto che tu partecipassi con un lavoro”. E Michelangelo mi rispose “assolutamente non mi interessa”. Questo fu il mio primo rapporto con lui e parliamo del ’71, oltre cinquant’anni fa. Gli dissi allora: “va bene ti capisco, tu sei un grandissimo artista e non mancheranno occasioni per cui potremo riuscire a lavorare e a collaborare insieme”. E infatti poi le occasioni si sono create e con Michelangelo abbiamo fatto tante cose insieme, tante mostre.
RS: Invece, rispetto alle opere che abbiamo a Pescara, nel MicHub, le opere di Arte povera e oltre, ci racconti un pò le peculiarità di questi lavori?
MP: Negli anni ‘70, dopo essere stato incaricato di gestire a Pescara lo spazio al Bagno Borbonico dall’allora presidente De Cecco, che era il presidente della Camera di Commercio, mi staccavo dall’azienda Coen-Pieroni e iniziavo l’attività di esposizione dell’arte. Il primo artista che esposi fu Luciano Fabro con Allestimento teatrale e poi Jannis Kounellis che avevo già coinvolto nella prima fase del Mondo delle Idee. Kounellis, in quella circostanza, aveva progettato un lavoro che non c’entrava con l’arredamento, dicendomi “non rientra nelle mie corde, però ti faccio un lavoro” e realizzò il Monumento al borghese coraggioso,che era una piccola scultura dove tirando una cordicella all’esterno di un vaso, il sacchetto di cianuro inserito all’interno finiva nell’acqua producendo un’esalazione mortale; quindi, è un omaggio Al Borghese Coraggioso, titolo dell’opera, che in fondo avrei dovuto essere io. In seguito, ho realizzato – anche grazie al prezioso contributo di Duccio Gammelli per la costruzione delle porte e del bassorilievo – l’installazione in piombo di Kounellis per il Bagno Borbonico di Pescara che era ispirata alle carceri.
Pescara in quel momento vedeva un grande coinvolgimento di artisti e più in generale di persone interessate a nuove forme d’arte.
Lucrezia aveva cominciato una sua attività molto interessante, unendo artisti di diverso indirizzo, come gli artisti della Transavanguardia e Joseph Beuys, insomma c’era molto fermento. Il lavoro di Vettor Pisani che è installato qui al MicHub, era praticamente di riflesso al lavoro di Beuys che esponeva Lucrezia a dieci metri dal Bagno Borbonico. Quindi in questa piccola stradina c’erano degli artisti internazionali che si interfacciavano, e questo era il clima a Pescara. Era diventata un luogo di incontro e di scambio di idee.
Io ero più portato verso il movimento dell’Arte Povera. Da me poteva venire Boetti o poteva venire Calzolari, si stava insieme per confrontarsi poi eventualmente poteva nascere una mostra. Veramente devo dire è stato un periodo molto felice e quindi ci tenevo molto a che questi lavori, nati a Pescara oltre cinquant’anni fa, rimanessero in città e grazie all’ospitalità e all’attenzione del Presidente Mattoscio, questo desiderio si è avverato. È bello che queste opere siano qui, in questo luogo dove ci sono giovani studenti – nei piani superiori – che possono partecipare e comprendere di essere in uno spazio artistico.
RS: E l’installazione di Ettore Spalletti al MicHub?
MP: Purtroppo, si tratta dell’unica nota dolente di questo bel progetto.
Nell’ambito della mostra “Imago Museum/Arte Povera e oltre” realizzata dalla Fondazione Pescarabruzzo in collaborazione con la Fondazione No Man’s Land, volevamo proporre una ricostruzione storica dell’installazione di Ettore Spalletti “e porgere, chissà da quale tempo, quanto rimane vivo” del 1976, ricreando una immaginaria cella carceraria con la pavimentazione ricostruita appositamente sul modello di quello delle carceri del Bagno Borbonico, nella quale inserire i due calchi di allora come documentato nelle fotografie di Giorgio Colombo dell’epoca che immortalano Spalletti al lavoro su detti calchi.
Tuttavia, siamo stati praticamente forzati prima a coprire con le foto dell’epoca di Giorgio Colombo i calchi inseriti nel pavimento e poi a rimuovere l’istallazione, perché la vedova di Ettore Spalletti ci ha diffidato, tramite i suoi legali, dall’esporla presso il MicHub, sostenendo che il lavoro non potesse essere considerato un’istallazione attribuibile al marito, trattandosi di un’opera “effimera e performativa” dal carattere transitorio, non replicabile nel tempo. Il che a mio avviso non corrisponde a verità ma si è trattato soltanto di una carenza informativa della sig.ra Spalletti, anche perché all’epoca dell’esposizione del 1976 era ancora una bambina.
In realtà, come ben ricordano tutti coloro che hanno partecipato nel 1976 all’allestimento dell’installazione, Ettore Spalletti aveva ideato e creato, sempre nella bottega di Duccio Gammelli, due calchi di gesso rosa e azzurro tenue, inserendoli poi nel pavimento del Bagno Borbonico come se fossero due pietre di esso per “portare bellezza in un luogo intriso di sofferenza attraverso il colore”. Compiuta l’installazione, essa veniva fotografata da Giorgio Colombo e dopo i due mesi di mostra, i calchi venivano dalla mia società venduti a Lucrezia De Domizio, la quale me li ritrasferì qualche anno dopo su sollecito mio e soprattutto di Ettore che riteneva “meglio forse riprendersi questa opera perché magari Lucrezia è più dedita ad altri artisti”. Ho riacquistato i calchi nel 1979 e li ho conservati per quasi cinquant’anni.
Quando nel 2019 si voleva realizzare una mostra permanente che ricordasse – dopo oltre 40 anni – la storia del Bagno Borbonico 1975-1978 (progetto purtroppo che non si è riuscito a portare a termine per ragioni extra-artistiche) presso lo stabilimento Ex Fea, di fronte al mare, Spalletti, ancora in vita, nel corso del sopralluogo fatto insieme, mi aveva detto “mettiamo questi due calchi in una teca” insieme alle foto di Giorgio Colombo, e l’architetto che seguiva l’intero progetto, Tommaso Di Biase, aveva prontamente proposto di posizionare la teca con le foto all’ingresso dello spazio interno.
Insomma, non si può davvero definirla un’opera effimera e performativa!
Ho preferito però evitare alla Fondazione Pescarabruzzo, donataria dell’opera, qualsiasi problema e di conseguenza l’abbiamo rimossa e abbiamo fatto una permuta con un‘opera degli anni ‘80 di Ettore Spalletti che avevo nella mia collezione.
RS: Ma una volta terminato e assodato tutto l’iter burocratico e legale, verrà poi ri-esposta la ricreazione dell’istallazione per il Bagno Borbonico?
MP: In realtà non vi è alcun iter burocratico e legale sospeso. Io ho ripreso l’istallazione dalla Fondazione Pescarabruzzo e ho donato un’altra opera di Spalletti sempre tramite la Fondazione No Man’s Land.
Volevo raccontarti l’accaduto e chiarirlo pubblicamente perché oltre al rammarico personale, questa assurda vicenda ha arrecato un gravissimo danno di immagine a me, che con tutto il rispetto per la vedova di Ettore Spalletti, mi considero uno dei massimi conoscitori viventi del lavoro del Maestro, e un altrettanto gravissimo danno alla collettività, che è stata privata della conoscenza diretta di un lavoro unico.
Sono stato accusato come se quest’istallazione di Spalletti fosse stata una mia “invenzione”, mentre i dati reali sono quelli che ho appena descritto. È una questione che mi tocca molto perché ci sono stati tanti anni di storie di vita in comune con Spalletti, tante mostre fatte insieme nel mondo, prima con me poi ancora con mia moglie Dora. Le mostre in America, in Germania, in Francia, e via dicendo, tutte esposizioni che abbiamo pensato e organizzato noi, perché era la nostra attività e la nostra passione. Abbiamo creduto in questa visione. Per cui è per me fondamentale ristabilire la verità.
Ieri sera (24 novembre ndr) a Pescara ho risentito l’atmosfera di tanti anni fa. Tu che hai partecipato, hai visto com’era piacevole. Questa è una città che, come diceva il Presidente Mattoscio, non ha rughe, è sempre fresca. Anche con Michelangelo Pistoletto ieri sera in macchina dicevamo che è rinverdita, no? Palazzi tutti tenuti bene, le vetrine illuminate la notte. Insomma, c’è un’energia in questa città che difficilmente ritrovi in altri luoghi. Era questa esuberanza, quella che poi in fondo piaceva allora agli artisti e che vedo anche agli artisti oggi.
RS: Quindi diciamo che lo spazio Arte povera e oltre vive di queste opere da te donate, dell’arte povera e anche oltre appunto come dice il nome, ma c’è questa sezione, questo lato espositivo, dove ci sono mostre temporanee come quella che abbiamo adesso.
MP: Si, che segue quella che abbiamo fatto con una collettiva di lavori di Levini, di Karamustafa, di H.H.Lim, di Jimmie Durham, di Fabrice Hyber, Donatella Spaziani, Alberto Garutti, Leonid Tishkov, lavori che sono stati tenuti per quasi un anno e che poi hanno permesso anche alle persone di potersi documentare, vedere. E’ anche interessante che c’è quest’attività didattica vicino, la scuola di scenografia, di cinema, c’è quindi una vicinanza con dei giovani che possono dialogare con opere di artisti contemporanei.
RS: Tu hai partecipato anche alla produzione del documentario di Ferdinando Vicentini Orgnani?
MP: Con Catartis? Si, certo. E prossimamente lo faremo vedere a Pescara. Sono interviste con gli artisti che lui ha incontrato in gran parte attraverso noi, Alviani, Kounellis, Ontani, Accardi, tutti artisti vicini a noi, incontrati in vent’anni e più. Catartis è un po’ un autoritratto di Ferdinando, la sua storia con gli artisti, le persone, i luoghi.
RS: Al MAXXI di Roma si è appena conclusa la mostra sull’archivio Pieroni, in aprile, sempre a Roma, sarà la volta dell’archivio della rivista Segno. Credo sia molto importante, per la cultura italiana, il lavoro che il MAXXI sta facendo con gli archivi. A Pescara invece, grazie alla collaborazione con la Fondazione Pescarabruzzo, stiamo lavorando per la fruizione della nostra biblioteca dove abbiamo circa 26.000 cataloghi di arte contemporanea e 3.000 riviste di settore.
MP: È importantissimo che ci sia una documentazione, e la tua rivista ha una storia, ha una sua realtà, ma non è un “amarcord”. Tu continui quella storia iniziata tanti anni fa dai tuoi genitori, da Lucia e da Umberto, che erano stati appunto antesignani di questo progetto. Quindi è importante non perdere le origini, ma portare avanti quello che oggi è la visione del mondo, perché anche quello tranquillizza i giovani. C’è una storia a cui si aggancia e che va avanti portando una visione. La tua rivista è fondamentale, ho visto il numero della Spagna ed è fantastico, ci sono interventi di prim’ordine, quindi complimenti. E poi appunto, in questa città nascono così autonomamente delle situazioni che creano spunto anche ad altri a farle, a creare stimoli, questo è interessante, è un’apertura che dà possibilità agli altri di entrare, di aprire e non di chiudere.
RS: Con un mentore come Mario Pieroni questo è facile!


