Castelbasso - Progetto Genesi
vincenzo cascone

Contro la cronaca: Vincenzo Cascone

Come ha risposto la street art alla pandemia? Con ironia, ma anche nel modo più banale. Le strade di tutto il mondo sono state intasate da donne in grembiule e mascherina, baci negati, Ultime Cene con l’aria – la distanza – tra i commensali. Persino la Girl with a pierced eardrum di Banksy, in un’inedita rivisitazione dei braghettoni di Daniele da Volterra, ha subito un ritocchino stile Covid 19. In tanta partecipazione creativa, reale e virtuale, la rassegna ragusana Bitume ha costituito una piacevole eccezione (qui una mia recensione https://segnonline.it/un-bellissimo-novembre-la-fabbrica-di-bitume-diventa-museo/). Sotto la direzione artistica di Vincenzo Cascone, già noto per aver ideato FestiWall, manifestazione di muralismo svoltasi sempre a Ragusa per quattro edizioni, oltre 30 artisti internazionali hanno lasciato il segno in una fabbrica abbandonata, realizzando, secondo Artribune, il miglior progetto di riqualificazione urbana del 2020.

Con Vincenzo Cascone, cui mi lega una lunga consuetudine, che ha reso un tantino più difficili le mie provocazioni, abbiamo discusso di Bitume, di FestiWall e in generale di quest’arte “popolare”. Davvero, come ha scritto Banksy, if graffiti changed anything, it would be illegal, Se i graffiti cambiassero qualcosa, sarebbero illegali? 

In una recente intervista a Emanuele Coen, Vincenzo Trione ha scritto che “l’arte oggi ha bisogno di diventare cronaca, rifiuta concettualismi, interviene sul presente oscillando tra testimonianza e reinvenzione”. Condividi questa definizione di street art
Non la condivido affatto. La street art è molto più di una semplice cronaca. Implica ricerca, riflessione. Sia da parte dell’artista, sia da parte di chi curi una rassegna o proponga all’artista una superficie da interpretare, si tratti di un ente o di un’associazione. La street art scaturisce sempre dall’incontro tra due ricerche: una locale e una artistica.

Trione si riferiva a manifestazioni spontanee come quelle insorte durante le proteste dei Black Lives Matter, che hanno visto le strade riempirsi di murali. 
Non metterei in sequenza cancel culture e street art. Quest’ultima è attiva ormai da quasi un secolo.

La damnatio memoriae, se è per questo, lo è da ancora di più. 
Graffitismo e pittura murale sono realtà molto diverse. E non solo perché il primo nasce spontaneamente, la seconda attraverso una mediazione. È anche una questione di durata. Il graffitismo si basa sull’estemporaneità dell’intervento, quasi al limite della fuga. Di qui l’uso di stencil, di bombolette: non hai il tempo di farti i colori, raggiungi un luogo con un’idea prestabilita, e inizi a lavorare. La pittura murale ha invece molto da spartire con la progettazione urbana. Ho conosciuto artisti che di giorno sono muralisti, di notte graffitari.

Dottor Jekyll e mister Hyde. Iniziamo dal secondo?
I graffiti sono un atto di pura insubordinazione. Scaturiscono dal bisogno di riappropriarsi di un territorio, di lasciare traccia: un gesto arcaico, antico quanto l’uomo. Non a caso il linguaggio che li contraddistingue non tende alla bellezza apollinea, ma allo “strappo”. È l’affermazione di chi, per superare i propri limiti, non esita a negare il diritto alla proprietà. In questo senso la loro presenza in città è un termometro della condizione di vita in un determinato contesto, che può basarsi ora sulla rivendicazione, ora su un disagio. Indica che al suo interno vi sono individui desiderosi di affermare le proprie posizioni ed emanciparsi dall’alienazione.

Prima di tutto dall’alienazione del contesto.
Esatto. Le loro opere sono inscindibili dai luoghi, in cui tutto prende senso. Per capirle non basta osservarle sui social. Bisogna addentrarsi nelle periferie tra vicoli, sottopassaggi, edifici abbandonati. 

Il legislatore dovrebbe tenerne conto. Trattandosi di espressioni creative, andrebbero tutelate ai sensi della Costituzione.
Fosse per me, depenalizzerei il graffito. 

In questo caso, però, verrebbe meno la sua carica eversiva. Mi sovviene un corto del nostro amico Emanuele Malloru, Arte illegale, dedicato all’opera dello sticker artist Clet Abraham (qui il link per vedere il video: https://www.youtube.com/watch?v=dfLciK61N9w). Quasi una decina di anni fa Clet ha collocato arbitrariamente su uno sperone del Ponte alle Grazie a Firenze una sua scultura in metallo e vetroresina, L’uomo comune, già rimossa e di recente rimontata. Avrebbe potuto farsi autorizzare, ma non lo ha fatto. “Se chiedo il permesso”, ha dichiarato, “finisce il senso dell’opera”. 
Sono d’accordo. Anche il Toro di Wall Street è stato installato da Arturo di Modica senza alcuna autorizzazione. 

Sì, ma sono stati i newyorkesi a volere che restasse. Non credi che anche la libertà dei cittadini – la libertà, intendo, di andare in giro senza venir bombardati da sollecitazioni visive sovente insopportabili – andrebbe preservata?
In questo caso la considerazione andrebbe estesa ai sei per tre. Sfido chiunque a dimostrare che i manifesti elettorali o le pubblicità non siano una forma di violenza. Lo scopo della street art è proprio questo: combattere contro la lottizzazione di uno spazio percettivo sempre più vincolato a logiche capitalistiche, che autorizzano le peggiori volgarità. L’alternativa è il muro grigio.

Inutile chiederti cosa pensi della “mostrificazione” alla Banksy dei murali.
Privata dal contesto, l’arte di strada diventa un’altra cosa. A meno che l’artista non intervenga direttamente, come pure è accaduto, all’interno di una galleria o di un museo.

Veniamo ad esperienze che ti riguardano da vicino: Bitume e FestiWall. Gli artisti che hai invitato come si sono relazionati alla città? Si è trattato di interventi concordati?
I muralisti sono i pensatori della città. È chiaro che prima di intervenire si sono documentati. Non sempre però l’artista desidera confrontarsi col curatore. Quest’ultimo sa in partenza, avendoli scelti, quali siano i loro tratti distintivi e in quale situazione possano esprimersi al meglio. Non ho mai chiesto a un artista lo sketch di un lavoro come forma di autorizzazione preventiva. Mi è capitato di farlo solo in occasione di un murale a terra realizzato per uno skate park. Ma si trattava di venire incontro alle pratiche esigenze degli skater, che non si limitavano a osservare la superficie dipinta a distanza: dovevano correrci sopra. La dialettica artista curatore dovrebbe avvenire sempre a monte.

Molti degli artisti con cui collabori sono stranieri, e parlano una lingua internazionale. Non finiremo per trasformare persino la città più a Sud d’Italia in una periferia di San Paolo o di New York? 
Non credo proprio. Io vedo soprattutto una eccezionale prospettiva di apertura, di arricchimento umano e culturale.

Ho fatto la domanda giusta alla persona sbagliata. Le rassegne che hai curato, a parte qualche incertezza, relativa in special modo ai primissimi muri, sono un modello di creazione condivisa. E tuttavia non riesco a togliermi di mente un monologo en artiste di Vincenzo Profeta… 
Sapevo che ci saresti arrivato! [ride]

… pubblicato il mese scorso da L’Intellettuale dissidente: La street art mi fa schifo. Ne cito uno spezzone: “La verità è che quest’arte sta deturpando, il murale è fastidioso, ingombrante, lo stencil rovina mura antichissime che chiedono di marcire, sogno una sovraintendenza nazista che blocchi tutto questo brutto, questo brutto diventerà la prima arte che vedrà il bambino della strada, e non ci sarà scampo per lui dalla bruttezza, sogno architetti e gente con le palle picchiarvi selvaggiamente, che vi costringa in celle per ore a provare il colore dell’intonaco della parrocchia”.
Profeta registra, con una punta di narcisismo, l’abuso di un linguaggio. In Sicilia, ad esempio, l’imitazione di Piero Guccione ha dato vita a una pittura di paesaggio retorica e usurata. Questo però non vuol dire che Guccione “faccia schifo”.

La contestualizzazione va applicata pure ai testi. Credo che egli si riferisca anzitutto a opere celebrative e demagogiche apparse nella sua città, Palermo.
Dovremmo chiederlo a lui. 

Sarà fatto. Sia come sia, senza una investigazione previa del contesto da parte di artisti e curatori, il conformismo, la faziosità, il “gonfiore”, la disumanità, la cosmesi, lo sradicamento e la rumorosità che Camillo Langone attribuiva alla street art in un articolo apparso sul “Foglio” ormai cinque anni fa (Contro la street art) non sono un rischio calcolato ma una pratica certezza.
Hai presente il coccodrillo che si scrive quando scompare qualcuno? Muore Kobe Bryant, e partono i murali su di lui.

Se non sbaglio, esiste persino una piattaforma con la mappa.
Il web è specializzato nell’amplificare le cose più banali. Quando Hyuro, a Ragusa, ha dipinto un omaggio a Maria Occhipinti, una donna che durante la seconda guerra mondiale si è ribellata alla chiamata alle armi iniziando una rivolta popolare – il suo libro Una donna di Ragusa, con prefazione di Carlo Levi, è un caso letterario – ne ha studiato il carattere, la posa, evitando accuratamente di cadere nell’equivoco della riconoscibilità: se il volto non si vede, l’incedere a cavallo rimanda, al tempo stesso, a un ritratto della donna e a una tradizione secolare, da Giovanna d’Arco alla statuaria eroica del Rinascimento. Non dico che non si debbano celebrare le persone eccezionali. Dico solo che non ci si può limitare a riprendere un volto famoso, come fa Jorit, o come è stato fatto nel porto di Palermo partendo da una foto di Falcone e Borsellino. 

Lasciamo stare la carta da parati. I lavori più interessanti sono quelli che non si possono, a loro volta, fotografare.
È il problema dell’inafferrabilità del punto di vista, come nella Madre col bambino (A Sicilian Mother) di Guido van Helten: un espediente perfetto per costringere l’osservatore a interrogarsi sul punto di vista, essendo collocata sul confine della città e quindi visibile da fuori, oppure a girare intorno all’opera, a fruirla fisicamente sotto il prospetto dipinto.

Accade, per contro, che l’osservatore sia reso passivo. È accaduto ad esempio in un murale di Luca Font realizzato, in una delle ultime edizioni di FestiWall, al Lanificio, un’ex fabbrica trasformata in discoteca. Quell’immagine portava infatti alla base un QR code da scannerizzare. Non ti nascondo che, dopo averla vista, ho suggerito a un amico artista di aggiungere un quick code che rimandasse a dei video anche ai suoi quadri: per costringere i fruitori delle sue opere a guardarle per interposto cellulare e non direttamente, denunciando la disumanizzazione percettiva da cui siamo attanagliati.
Era un modo per giocare con i dispositivi attraverso la realtà aumentata. L’opera che più di tutte riflette su questa tematica dei dispositivi è forse quella di Amparrito: un metro giallo gigantesco che, fotografato, è lungo pochi centimetri, una misura non distante da quella falsamente dichiarata.

Come dice la parola stessa, arte pubblica, i murali riguardano la collettività. Come hanno reagito i comuni cittadini ai lavori di FestiWall e di Bitume? Li hanno accolti con interesse? Essendo stata Ragusa la protagonista di un vero e proprio progetto pilota sulla street art in Italia, gli elementi per esprimere un giudizio non ti dovrebbero mancare.
I miei obiettivi sono sempre stati pedagogici. Ho provato a testare l’apertura della città a sguardi estranei che la hanno interrogata. Mi interessava capire come avrebbe reagito nel constatare anche solo l’esistenza di letture altre del suo patrimonio immateriale.

L’immaginario, e il linguaggio, degli artisti versus quello dei “locali”.
Un confronto estremamente delicato, che a volte, come nel caso di Clemens Behr, si è fermato prima ancora di iniziare. 

Della sua scultura astratta realizzata rimettendo in circolo materiali di scarto abbiamo parlato anche su Segno (https://www.rivistasegno.eu/open-air-conditioned-di-clemens-behr/).
In quel caso volevamo proprio scatenare una polemica, tracciare un punto di rottura. E tuttavia, pur non comprendendo, la comunità finisce prima o poi per metabolizzare il nuovo, per allargare il suo orizzonte.

Altre volte lo “scandalo” è nato da accostamenti intenzionalmente forzati.
Ad esempio, nei pressi di una scuola, l’immaginario nordeuropeo e quello russo camminano a braccetto. Da un lato, la premura esagerata di una madre che mette al bambino l’elmetto nel murale del duo olandese Telmo Miel: un lavoro tra l’iperrealistico e il surreale. Al lato opposto, il neocostruttivismo futuristico del puzzle indecifrabile di Alexey Luka. 

L’effetto è spiazzante.
A dispetto delle differenze, i due stili si rispecchiano. Li accomuna l’eccesso di cura.

Bene. Questa intervista, come sai, andrà in una rubrica dedicata al sistema d’arte, quindi quest’altra domanda devo fartela. Si dice che l’arte inizi quando c’è qualcuno disposto a pagarla. I tuoi ospiti di Bitume e FestiWall saranno stati compensati, ma penso abbiano pure realizzato delle opere venali. Che cosa ne pensi della commercializzazione di questi “derivati”? 
Oltre che muralisti e graffitari, i nostri ospiti sono anche artisti da galleria. È chiaro che desiderino diffondere la propria arte in tutti i modi. Il loro venire, per così dire, dall’esterno rispetto agli spazi tradizionali li costringe a superare ostacoli e preclusioni di ogni tipo. Ma è anche una bella marcia in più. 

Progetti per il futuro?
Sto lavorando a un progetto su Trapani: un porto di mare, particolarmente sensibile alle intersezioni culturali. Sto inoltre realizzando un volume su Bitume: un lavoro che, se dovesse rimanere legato ai luoghi, soggetti a mire speculative, sarebbe condannato a scomparire. 

Non vedo l’ora di leggerlo. A una sopravvivenza digitale, ci avete pensato?
Sì. Stiamo valutando la possibilità di tradurre in Nft tutte le opere di FestiWall inibendone, in ragione della loro destinazione pubblica, ogni possibile compravendita.

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