Tomaso Montanari
Tomaso Montanari a Firenze 2016

Chiese chiuse: Tomaso Montanari

Cariche di testimonianze d’arte, le antiche chiese sono come dei portali: indipendentemente dal credo di chi le frequenta, aprono varchi ad altri spazi, altri tempi, diverse dimensioni. Purtroppo noi italiani, così pronti a vantarci del nostro patrimonio, non ci pensiamo due volte a condannarlo a morte certa. Ne abbiamo discusso, in margine al suo ultimo libro Chiese chiuse (Einaudi, 2021, Euro 12.00) con Tomaso Montanari. Che non esita a pronunciarsi, con la solita franchezza, sui lavori d’arte sacra più recenti.

Chiese chiuse come case chiuse: luoghi senza legge, che non sia quella del dio denaro. 

Assistiamo a una trasformazione massiccia dei luoghi di culto in altre cose. Naturalmente bisogna valutare caso per caso. I riusi non sono tutti uguali. La domanda di fondo è se è davvero necessario riattribuire a tutti questi luoghi una ragione produttiva, o se invece essi non possano continuare ad essere – lo sono stati per secoli – delle oasi, vale a dire dei luoghi di rifugio, di distacco, di discontinuità rispetto al mondo come lo conosciamo. È chiaro che tra un auditorium, un resort di lusso o un’abitazione privata corre una bella differenza. E tuttavia ad accomunare soluzioni così diverse è sempre e comunque la rinuncia alla specialità dei luoghi sacri, allo scopo per cui sono stati creati.

Dovremmo dunque tenerci una miriade di chiese consacrate, anche quando non servono, ad esempio in quartieri spopolati?

Niente affatto. Dovremmo piuttosto immaginare quale possa essere oggi la funzione secolare, vorrei dire culturale, di questi edifici.

Come si dice in Sicilia, senza denaro non si canta messa. Da qualche parte i soldi devono pur arrivare. Tanto più che oggi, su beni un tempo esentati da ogni balzello, la Chiesa paga l’IMU. La responsabilità della conservazione su chi dovrebbe ricadere, sulla Chiesa o sullo Stato?

Su entrambi. Una delle realtà che solitamente si ignorano è che il quadro proprietario delle chiese è molto variegato. C’è lo Stato, che possiede direttamente molte delle chiese più importanti; c’è la Chiesa, parola che, in termini giuridici, non significa molto, e andrebbe piuttosto declinata in diocesi, ordini religiosi, ecc.; poi c’è il Vaticano, che non possiede tantissimo. E si potrebbe continuare: enti locali, privati, addirittura stati esteri. Per quanto riguarda la Chiesa italiana, è difficile quantificarne gli introiti annuali, che dovrebbero aggirarsi tra i cinque e i nove miliardi di euro. Il dato certo è quanto viene destinato alla manutenzione delle antiche chiese: sessantacinque milioni di euro. 

Una cifra ridicola.

Se anche gli introiti fossero solo cinque miliardi, sessantacinque milioni sarebbero comunque troppo pochi. Occorre fare di più.

Magari le tasse potrebbero essere proporzionali agli interventi effettuati. Il problema non riguarda solo le chiese, ma una miriade di dimore storiche il cui mantenimento è divenuto insostenibile.

I problemi sono tanti, e vanno affrontati uno alla volta. Ciò che possiamo affermare con certezza è che lo stato italiano negli ultimi decenni è sempre più uno stato in fuga. Spendiamo in cultura molto meno della media europea. Almeno potremmo cominciare a fare come gli altri. Sul PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ci sono duecento quarantotto miliardi; per la cultura ce ne sono sei, quasi tutti dedicati al turismo. In questo contesto un progetto che prevedesse una somma significativa, nell’ordine dei miliardi, per la conservazione e il recupero delle chiese chiuse o di prossima chiusura, sarebbe stato essenziale. In esso infatti non si dovrebbe parlare solo di infrastrutture e grandi opere, cemento su cemento, ma di società. E le chiese sono un luogo importante per la coesione sociale. Anche le chiese non consacrate, che possono comunque diventare spazi utili a quello che la Costituzione, all’articolo quattro, chiama il progresso spirituale della società. I soldi in realtà ci sono. Ci è stato ricordato tra fiumi di retorica che siamo uno dei venti grandi della terra. Se dunque, quando fa comodo, ci ritroviamo tra i potenti a gettare le monetine nella Fontana di Trevi, forse potremmo anche ricordarci che ciò che possediamo lo abbiamo ricevuto dai nostri padri, come dovremmo lasciarlo ai nostri figli. 

In passato, come nel caso della Basilica Costantiniana, si è distrutto il vecchio per fare largo al nuovo. Oggi però il nuovo latita. La Chiesa commissiona sempre meno opere d’arte. E quando lo fa il risultato non sempre è dei migliori.

C’è un tempo per tutto, dice la Scrittura, è forse questo non è più il tempo delle grandi committenze ecclesiastiche. Forse è piuttosto il tempo di dare un senso ai grandi edifici della tradizione. Un papa come l’attuale, con la giusta enfasi sulla tutela del creato e sulla sostenibilità, invece di costruire cose nuove, dovrebbe procedere a un recupero dell’esistente. Un mecenatismo intellettuale di riuso, di ripensamento del passato sarebbe una grande lezione per l’umanità. Forse la strada giusta sarebbe rivolgersi, con pochi e mirati interventi, alle periferie, ai luoghi che hanno bisogno di nuova bellezza. Credo tuttavia che, in questo momento, la Chiesa debba lavorare più sull’interiorità che sull’esteriorità. Per secoli la Chiesa cattolica è stata il più grande motore dell’arte che si vede con gli occhi; se per qualche tempo si dedicasse alla spiritualità, a me come cristiano non dispiacerebbe affatto.

Condivido. Sculture come il Monumento al Migrante di Piazza San Pietro, di nobili intenti ma modeste negli esiti, fanno a dir poco pubblicità progresso. A me quell’opera sembra uno sfregio al Colonnato di Bernini: non propriamente quello che si dice un buon esempio di “accoglienza”.

Forse è così. Meglio, molto meglio concentrarsi sulle “pietre vive” di cui si parla nel Vangelo, e cioè sulle persone in carne ed ossa.

Le chiese chiuse che così opportunamente lei ci invita a proteggere non erano, o non erano soltanto, un pistolotto morale, ma un inno di lode al Creatore. Non sarebbe il caso di riscoprire, anche attraverso lo splendore dell’antico, l’euforia del nuovo? O siamo destinati a un futuro di conservatori di reliquie?

Questo ragionamento sovente si traduce nell’intendere come cose nuove la prosecuzione delle cose vecchie, fuori contesto. Nuova è, ad esempio, la Street Art. Ma l’arte sacra di oggi è lo scimmiottamento di quella del passato, senza le capacità formali degli artisti del passato. Il risultato, se uno si ferma su certi recenti amboni, certi pulpiti, è davvero agghiacciante. Lo Spirito soffia lontano da simili sconcezze. L’ultimo papa che si sia seriamente occupato di arte sacra è stato Paolo VI, ma senza giungere a una conclusione convincente. La sezione dei Musei vaticani dedicata all’arte sacra contemporanea, per dirne una, fatta eccezione per i dipinti di Matisse, non si può proprio guardare.

Lei ha scritto più volte di preferire le chiese ai musei: per quale ragione?

Perché nelle chiese c’è un palinsesto vivo, un organismo complesso, articolato, pieno di diversità. I musei sono un insieme di testimonianze estrapolate dai loro luoghi di origine e allineate – non vorrei dirlo, ma è così – come sul tavolo di un obitorio. Oppure chiuse come animali in gabbia in uno zoo. Se noi avessimo solo i musei e non avessimo i contesti saremmo come l’America. Negli Stati Uniti i musei non mancano: manca il resto. Lo dico polemicamente perché oggi, in Italia, si è fatta una scelta di campo sbagliata: tutti i soldi, tutte le attenzioni sono destinati ai musei e non al contesto. Che è quanto di più prezioso ancora possediamo.

Quale lezione (a parte il memento mori) possiamo trarre da questi straordinari monumenti?

Un Padre della Chiesa, Sant’Ireneo di Lione, diceva che la gloria di Dio è l’uomo vivente. L’uomo vivente è l’uomo libero, capace, come si diceva nel Rinascimento, di farsi uguale agli angeli, ma anche di sprofondare nell’Inferno. Sicuri del nostro antropocentrismo, abbiamo scambiato la libertà col potere di devastare la terra. Io credo invece che essa miri a una piena realizzazione delle nostre facoltà. Piero Calamandrei diceva che il vero scopo della Costituzione è dare a ogni uomo la dignità di uomo. Le antiche chiese del nostro paese fanno altrettanto: col loro silenzio, sospendono il caos. Con la loro gratuità, contestano la nostra fede nel mercato. Con la loro apertura, ci insegnano ad accogliere il diverso. Con la loro compresenza di tempi, combattono la dittatura del presente. Possiamo lasciarle morire. Oppure possiamo riapprendere da esse il senso e il valore della nostra umanità.