L’edizione di quest’anno di Art City cattura in modo particolare l’attenzione per la scelta curatoriale di intrecciare il programma con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, non solo come cornice istituzionale ma come vera e propria matrice concettuale.
La curatrice Caterina Molteni costruisce un percorso che assume l’università come dispositivo identitario e critico: i sette luoghi coinvolti non funzionano da semplici contenitori, ma instaurano con le opere un dialogo serrato, capace di attivare nuove letture e cortocircuiti di senso.

All’ex Istituto di Zoologia, nell’Aula Alessandro Ghigi, Giulia Deval presenta PITCH. Notes on Vocal Intonation, progetto sviluppato come performance-lecture e video saggio. L’opera indaga il ruolo dell’intonazione vocale nella costruzione delle strutture di potere, muovendosi tra linguistica, etologia e antropologia. La teoria del Frequency Code di John Ohala – che associa i toni acuti alla piccolezza e quelli gravi alla grandezza e all’autorità – trova una risonanza potente in uno spazio storicamente dedicato allo studio scientifico del vivente. La scelta del luogo non è neutra: l’aula universitaria amplifica la dimensione didattica dell’opera, mentre il riferimento agli studi zoologici di Eugene S. Morton restituisce all’intonazione vocale la sua radice biologica e politica.

Un altro laboratorio diventa il teatro di un’intelligenza altra in nimia cétiï di Jeanna Sutela. Il video documenta l’interazione tra un computer e il Bacillus subtilis, batterio estremofilo osservato al microscopio. Dai movimenti microscopici nasce una scrittura indecifrabile, accompagnata da una traccia sonora che richiama un linguaggio alieno, ispirato alle pratiche di glossolalia della medium ottocentesca Hélène Smith. Inserita in un ambiente immersivo che evoca presenze extraterrestri, l’opera sembra suggerire che il laboratorio didattico stesso sia stato contaminato da forme di intelligenza non umane, aprendo una riflessione sul linguaggio, la tecnologia e i confini del sapere scientifico.

Il lavoro di Nora Turato, installato in uno spazio bibliotecario, agisce invece come un metronomo sensoriale. La performance, basata sull’improvvisazione e su un ascolto profondo dello spazio, rompe la consuetudine del silenzio e della concentrazione tipica della biblioteca. Turato trasforma vibrazioni, movimenti corporei e impulsi non verbali in suono, utilizzando un dispositivo solitamente impiegato per rilevare movimenti sismici. Il risultato è un’esperienza fisica dello spazio, che rende percepibile la sua presenza anche in assenza della performer. Il riferimento a Umberto Eco – e alla sua idea della risata come forma di conoscenza incarnata – emerge come chiave per leggere un lavoro che mette in crisi la separazione tra corpo, pensiero e istituzione.

A Palazzo Hercolani, nella Sala della Boschereccia, le strategie mimetiche di Ana Mendieta entrano in tensione con il giardino d’inverno affrescato. Questo spazio, concepito come simulazione artificiale della natura, diventa il contrappunto ideale per Flower Person, Flower Boy (1975). Nel video, la silhouette del corpo dell’artista si fonde con il paesaggio fluviale, trasformandosi in un manto di fiori che si lascia trasportare dalla corrente. Alla natura addomesticata e decorativa del giardino risponde l’approccio radicale di Mendieta, che propone una relazione di abbandono, immersione e riconnessione con la terra e con il tempo naturale.



Alla Fondazione Federico Zeri, tre sculture di Augustas Serapinas, originariamente concepite per la Biennale di Venezia del 2019, vengono riattivate come sedute per la lettura. Inserite in una biblioteca frequentata quotidianamente da studenti, le opere invitano a vivere la lettura come gesto fisico e performativo. Scalare le sedute, sedersi in posizioni inusuali, osservare lo spazio da un’altra altezza significa ripensare il rapporto tra corpo, conoscenza e istituzione, trasformando l’atto dello studio in un’esperienza consapevole e incarnata.



Uno dei momenti più intensi del percorso è la performance Rejoin di Alexandra Pirici, concepita appositamente per il Teatro Anatomico dell’Archiginnasio. In uno dei luoghi simbolo della storia universitaria bolognese, dove il corpo veniva oggettivato e dissezionato, Pirici ribalta la prospettiva: il corpo diventa soggetto, agente, capace di abitare diverse forme di vita. La performance dialoga con la memoria del luogo, evocando la Venerina di Palazzo Poggi e riflettendo sulle molteplici forme di oggettivazione – dal corpo femminile a quello delle classi marginalizzate, fino alla natura stessa. La presenza di una scultura-giardino artificiale, che si auto-organizza a contatto con l’acqua, rafforza l’idea di una materia dotata di agency.

Chiude idealmente il percorso Mike Kelley, con Day is Done, presentato in un edificio di architettura razionalista degli anni Trenta. L’opera indaga l’inconscio scolastico attraverso una serie di cortometraggi ispirati agli annuari americani, mettendo in scena le pulsioni e i desideri che sfuggono al controllo delle istituzioni educative. L’architettura, pensata per disciplinare i corpi, diventa lo sfondo ideale per una narrazione ironica e perturbante, in cui la fine della giornata scolastica coincide con la liberazione dell’individualità.
Bologna Art City 2026 si configura così come un dispositivo di ascolto e riattivazione dei luoghi: l’università non è solo tema, ma materia viva che interroga le opere e ne viene a sua volta trasformata. Un’edizione che dimostra come il dialogo tra arte e contesto possa ancora produrre senso, complessità e immaginazione critica.

