ArtVerona 2026
photo Ela Bialkowska OKNO studio

Antony Gormley, NiKhil Chopra

Dedicata a Antony Gormley, scultore di fama internazionale, è la grande mostra allestita da Galleria Continua nello spazio dell’ex cinema-teatro a San Gimignano.

Dedicata a Antony Gormley, scultore di fama internazionale, è la grande mostra allestita da Galleria Continua nello spazio dell’ex cinema-teatro a San Gimignano. Dal titolo What Hold Us la personale dell’artista britannico esplora e rende visibile, attraverso opere realizzate con alcune delle materie a lui consuete e al contempo nuove, quali pietra, argilla, ferro, cemento e cartone, ciò che collega la condizione dell’individuo allo spazio urbano, il suo essere corpo, perché, come egli afferma, “la possibilità di un mondo inizia con la possibilità di un corpo: voglio re-immaginare entrambi”.

Alla base dell’invenzione delle attuali forme scultoree vi è una profonda meditazione sulla condizione dell’uomo e più in generale una teorizzazione sull’arte, come emerge nella conversazione inaugurale con il filosofo Emanuele Coccia, che in anni recenti ha elaborato una vasta e significativa analisi della sua opera.

Gormley (Londra, 1950) nella propria ricerca, oltre a porsi degli interrogativi, di cui il principale è relativo al sentire cosa si prova dimorando in un corpo,  sostiene che il corpo appunto è un luogo piuttosto che un oggetto e invita il visitatore ad abbandonare quella “distanza di decoro tra il soggetto osservante e l’oggetto d’arte” , riconnettendosi come spazio “in un mondo fatto di spazi”.

Questa intuizione, sviluppata e approfondita nel corso degli anni, lo conduce a ribadire che ‘noi’, come animali umani, siamo immersi nello spazio, siamo fatti di uno spazio che è veicolo di relazione fra gli uni e gli altri e che è alla base del vivere civile.

L’architettura, dunque, a detta di Gormley, “pelle protettiva del nostro essere, dimensione spirituale e talora musica dello spazio materializzata”, è la grande protagonista assieme al corpo della creazione.

Questo rapporto è ben esplicato nella sorprendente installazione site-specific, dal titolo Innercity del 2026 collocata nella platea dell’ex cinema-teatro.

È costituita da quindici imponenti edifici corporei di cartone, quello stesso utilizzato da Amazon per le spedizioni, scelto come metafora del nostro tempo, ed è un labirinto esperienziale ed evocativo di inusitati itinerari similmente urbani:  percorrerlo e immergersi in esso è ritrovare quella curiosità, quel gioco, quel piacere infantile che ognuno di noi conserva in uno spazio del proprio essere e scoprire inimmaginabili relazioni spaziali del nostro corpo con l’ambiente. Al contempo Innercity affronta la riflessione sullo spazio delle città e rimanda allo spazio stesso di San Gimignano, alle strette vie che si intrecciano, apparendo come una sorta di maquette di esso e del suo tessuto urbano. 

Le sculture di materia grezza poste all’ingresso della galleria, tre forme vulcaniche costituite da blocchi di basalto, materia terrestre affiorata in superficie e impilata basilarmente, trasmettono, invece, un senso di incertezza e di vulnerabilità ed hanno invertito la funzione della cariatide diventando quasi parte integrante delle pareti a cui si appoggiano: sono opere che “non rappresentano, non idealizzano né narrano il corpo”, afferma Gormley.

Ogni scultura nell’iter espositivo esplicita oltre alla forma il linguaggio della materia, di materie semplici e primarie, di materie da costruzione che sono portatrici di significato. Vi sono opere quali Together del 2025 in argilla, caratterizzata da un’ impaginatura spaziale che si distende orizzontalmente e in verticale e che evidenzia pieni e vuoti al suo interno; vi è anche Skew II del 2026 riconducibile all’idea del vuoto: è una struttura in cemento posta al centro della torre verticalmente, il cui foro, corrispondente alla bocca di un corpo, permette di esplorarne l’interno e di immergersi visivamente nel contesto oscuro della forma.

L’esposizione  personale dal titolo Embers/Braci  dell’artista indiano NiKhil Chopra (Kolkata, 1974),  allestita nello spazio dell’Arco de’ Becci, aperta anch’essa fino al 13 settembre,  esordisce nella giornata inaugurale con una performance della durata di tre ore, messa in scena dall’artista insieme al compositore e batterista Uriel Barthélémi.

Chopra per essa  ha tracciato con tutto se stesso dei paesaggi su ampi pannelli, accompagnato dal suono ritmato dei tamburi, in un agire prima lento e poi via via sempre più concitato nell’intenso rapporto fra disegno e percussione.

L’opera finita, che rimane nello spazio espositivo dopo la performance, parla di un’immedesimazione totale di Chopra nel fare e in sinergia con gli echi sonori: nell’evento conta il percorso compiuto dall’inizio alla fine. Altri aspetti connotano l’opera durante la realizzazione e a sua volta conclusa:  il disegno come elemento portante, la memoria, personale e collettiva, che affiora nei soggetti paesaggistici, nonché l’immagine della terra e del fuoco considerato quest’ultimo come primo elemento di trasformazione e di purezza, nell’intersecarsi di mondi diversi, il terreno e l’ancestrale. La narrazione che emerge dall’incontro con l’opera stessa rileva l’esperienza immersiva operata dall’artista assieme al variare dei flussi interiori e delle emozioni, che rimangono come segni ben evidenti del processo creativo.

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