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Andrea Bellini
Andrea Bellini

Andrea Bellini

La conversazione con Andrea Bellini esplora il rapporto tra curatela, autonomia critica e futuro delle istituzioni, a partire dall’esperienza del Centre d’Art Contemporain Genève e dalla necessità di immaginare nuovi modelli museali, anche oltre i confini dell’edificio tradizionale.

Gli strumenti della visione cambiano, cambiano i modi di produrre e condividere conoscenza, cambia il rapporto tra pubblico e immagini. In questo scenario, l’istituzione museale è chiamata a ridefinire il proprio ruolo come spazio critico e luogo di ricerca.
Durante la ristrutturazione della sede storica, il Centre d’Art Contemporain Genève ha sviluppato una programmazione diffusa attraverso L’Arcade e altri progetti tra Ginevra e diverse geografie internazionali, tra cui la Biennale de l’Image en Mouvement e Tragicomica, mostra dedicata all’arte italiana realizzata dal MAXXI in collaborazione proprio con il Centre d’Art Contemporain Genève.

La mostra contemporanea può ancora essere uno spazio di ricerca e di produzione di conoscenza. Quali condizioni sono necessarie perché un’esposizione diventi un’esperienza realmente significativa? E quale responsabilità ha il curatore nel costruire relazioni tra artisti, opere, contesti storici e pubblico?

Una mostra deve ambire a produrre ricerca e conoscenza, altrimenti non capisco quale potrebbe essere la sua funzione. Quali sono le condizioni necessarie affinché diventi un’esperienza realmente significativa? La risposta a questa domanda richiederebbe un’intera pubblicazione.
Per essere brevi direi che tutti i curatori sanno che l’intuizione iniziale è fondamentale, ma ci sono moltissimi fattori casuali e contingenti che fanno di una mostra un qualcosa di memorabile o meno. D’altro canto, anche sbagliare completamente una mostra è impossibile, è un’ambizione troppo grande. I significati possono essere trovati ovunque, anche tra le macerie.
Per quanto riguarda la questione della responsabilità, certo i curatori ne hanno molte: soprattutto nei confronti degli artisti e del pubblico. Ma anche qui parliamo di responsabilità prive di conseguenze. Le responsabilità di chi lavora in una sala operatoria sono altre, questo fa del mestiere del curatore un’attività piuttosto alla moda.

Da alcuni anni il Centre d’Art Contemporain Genève è temporaneamente privo di una sede espositiva stabile. Che cosa le ha insegnato questa esperienza, rispetto a ciò che un museo può essere? Come cambia l’identità di un’istituzione quando non coincide più con un edificio?
Non avere più a disposizione una sede per 5 anni ci ha spinto ad inventare nuovi modi di esistere e operare, e questa è una bella cosa.
Se la nostra identità coincide con la vocazione alla sperimentazione, come dovrebbe essere, il possedere o meno un edificio è un problema relativo, anzi è piuttosto uno stimolo. L’identità di un’istituzione sperimentale, come d’altronde l’identità di ognuno di noi, si costruisce nel tempo, ogni giorno.
Per esempio, uno dei progetti ai quali sono più affezionato e che ho sviluppato con il filosofo Federico Campagna l’anno scorso non comporta avere una sede: si tratta di una scuola d’arte e filosofia online, gratuita e aperta a tutti.
Tra gli insegnanti abbiamo Hito Steyerl, Nicolas Jaar, Bifo Berardi, Hans Ulrich Obrist e molte altre personalità di grande spessore.
Ecco il nostro link: https://agora.centre.ch/
Se avessimo avuto la nostra sede storica non avrei mai potuto convincere il mio board a dirigere fondi consistenti su questo progetto.

La Biennale de l’Image en Mouvement, storicamente legata a Ginevra, inaugurerà l’edizione 2026 a Tunisi, per la prima volta fuori dalla Svizzera. Quali ragioni hanno motivato questa scelta? E quali nuove prospettive apre, sia per la Biennale sia per le geografie che oggi attraversa?

La scelta è nata da un incontro tra me e Lina Lazaar, direttrice della Fondazione Lazaar. Già qualche anno fa abbiamo presentato una selezione delle opere della BIM a Tunisi.
In vista della chiusura del nostro edificio per restauro mi sono detto che presentare una nuova edizione della Biennale a Tunisi, co-producendola con una Fondazione che opera in Tunisia, potesse essere interessante.
Non si tratta di una semplice dislocazione della Biennale: l’idea di cui abbiamo discusso a lungo con Lina è quella di creare una piattaforma di produzione dedicata all’immagine in movimento a Tunisi, sul modello della nostra biennale.

Gli algoritmi influenzano sempre più il nostro rapporto con le immagini, selezionando ciò che vediamo e rafforzando percorsi già conosciuti. Può il museo diventare oggi il luogo dell’imprevisto, della scoperta e del rischio culturale? Quale responsabilità hanno le istituzioni nel sostenere artisti e linguaggi prima del loro riconoscimento?

Un museo, o un centro d’arte contemporanea, dovrebbero (non è una questione di possibilità ma di dovere) essere il luogo dell’imprevisto e della scoperta.
Il problema è che poche direttrici e pochi direttori si assumono i rischi necessari per assolvere a questa funzione.
Parliamo di istituzioni pubbliche gestite e finanziate direttamente dalla politica, soggette quindi ai ricatti e agli umori di una classe dirigente che, a livello planetario, sembra sempre più improvvisata e degradata.
Gli spazi di libertà sono costantemente minacciati, spetta all’abilità e all’intelligenza politica dei dirigenti di queste istituzioni ritagliarseli, possibilmente senza farsi licenziare.

Il museo contemporaneo vive in equilibrio tra autonomia critica, rapporto con il mercato, aspettative del pubblico e responsabilità sociale. Quale dovrebbe essere oggi la sua priorità fondamentale?

Questa risposta richiederebbe invece non una ma due monografie. Ci provo:
La priorità fondamentale di un museo d’arte contemporanea dovrebbe essere quella di accompagnare il cambiamento di paradigma culturale, sociale e politico, difendendo le libertà individuali e l’idea che l’accoglienza e il sincretismo culturale sono l’unica vera risposta ai mali del mondo, non certo la chiusura verso l’esterno e l’affermazione che un solo modello di società, di relazione, di sessualità, siano legittimi.
Insomma, io credo che un museo d’arte contemporanea è una tecnologia della libertà, non è un edificio, o una collezione e nemmeno un programma.

Guardando ai prossimi vent’anni, immagina un museo sempre meno legato a un edificio o, al contrario, pensa che lo spazio fisico tornerà a essere centrale? E cosa vorrebbe conservare, anche dopo il rientro nella sede storica, dell’esperienza maturata in questi anni di programmazione diffusa?

Guardi, quando sento parlare di futuro, dei prossimi venti anni, mi sento veramente a disagio.
Oggi tutti sembrano interessati a fare profezie e ad emettere oracoli. Io vorrei evitare perché credo che perfino il presente sia inconoscibile, figuriamoci il futuro.
Una cosa posso dirla, ma non è una profezia, è piuttosto una speranza: io spero che lo spazio fisico, per le opere d’arte come per i nostri corpi, continui ad essere importante, se non centrale.
Ciò che ci distingue dalle macchine, così come dagli algoritmi, è il fatto che noi siamo “incarnati”, che esistiamo nel mondo in quanto corpi.
Quando rientreremo nella nostra sede storica il Centre avrà un’altra direttrice o un altro direttore, sarà a lei o a lui o a loro decidere cosa conservare di quanto stiamo facendo noi oggi.

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