Alessio Ancillai, "Il turno di notte", installation view Cosmo, Roma, ph. Sebastiano Luciano

Alessio Ancillai. Nella voce, l’immagine.

Il turno di notte è l’esposizione personale di Alessio Ancillai, con la cura e il testo critico di Davide Silvioli, conclusasi il 21 aprile, presso Cosmo, a Roma.
In dialogo con Alessio Ancillai…

LC. In “Il turno di notte”, la linea è pensiero, involucro come placenta di un princeps creativo, rivelazione come periodo, in cui le parole di un vissuto esistenziale si insinuano nella loro stessa trasmutazione in vibrazione sonora, scalfendo gli abissi, fino a tradurre l’incorporeo in immagine astratta. Wassily Kandinsky, in Punto, linea, superficie, parla della relazione Esterno-Interno, e afferma: … si apre la porta: si esce dall’isolamento, ci si immerge in questa entità, vi si diventa attivi e si partecipa a questo pulsare della vita con tutti i propri sensi. Le altezze e i ritmi e i suoni in continuo mutamento avvolgono gli uomini, salgono turbinosamente all’improvviso paralizzati. Allo stesso modo i movimenti avvolgono gli uomini, li circondano – un gioco di tratti e di linee orizzontali, verticali, che attraverso il movimento si volgono in direzioni diverse … . … abbiamo la possibilità di entrare nell’opera, di divenirne parte attiva e di vivere con tutti i sensi e la sua pulsazione…

AA. La linea è sempre stata presente nella mia esistenza, sin dall’età preadolescenziale, quando scrivevo pensieri e poesie per i primi amori.
Percepisco la scrittura come una composizione di segni; piccoli segni che messi insieme fanno una linea, una linea che è linea di pensiero, una linea di pensiero che può essere poetica se il suono interno al linguaggio, alla scrittura, parla di un senso, di un senso profondo. Se è dotata di senso, ha anche un suono, non udibile ma che, allo stesso tempo, si “sente”. Dunque, il linguaggio – se poetico – coglie il senso profondo che è principio compositivo. Composizione tra le parole, tra le singole lettere, le virgole, i punti, tra il suono e il silenzio. Silenzio che non va mai confuso con l’assenza di suono, con il vuoto.
La stesura di una poesia o di un pensiero scritto è sempre inizio progettuale, come in “Il turno di notte”, in cui la prima opera, realizzata site, è stata un Lettering in terracotta narrante: “Pensavo a come, nella diversità espressiva, l’artista possa trovare quel coraggio di tuffarsi ogni volta da altezze diverse non sapendo sotto, giù in fondo, cosa lo aspetta.
Questa iniziatica linea di pensiero è stata essenziale per tutto il complesso di opere esposte.
Sin dagli esordi del mio lavoro pittorico, l’elemento della linea è stato ricorrente: dipingevo linee curve, dritte, tese, morbide. Linee che, talvolta, componevano anche stilizzazioni di volti.
Nel 1998, andai a un convegno a Palau, in cui l’argomento focalizzante era proprio l’immagine della linea. Lì ascoltai il Professor Massimo Fagioli che, per la prima volta, esplicitò come la linea non esista in natura ma è l’essere umano che ha la capacità di immaginarla.
Approfondendo nel tempo, appresi che la linea è un elemento che separa e, contemporaneamente, può anche unire, dar vita ai pensieri; può dirigersi dal disegno alla scrittura, e arrivare fino ad esperienze formali diverse.


Negli anni la mia linea si è trasformata: da pittura è diventata filo. Fili tesi o morbidi, apposti proprio sulla tela, distanziati dalla pittura e dalla tela, ma presenti nella composizione pittorica. Si è manifestato un filo conduttore fra composizione pittorica e la linea come elemento principe dell’espressione umana.
L’idea di linea infatti si forma nei primi mesi di vita dell’individuo. Inizialmente l’infante, ha una visione nebulosa del mondo circostante, senza contorni e definizioni; coglie il senso di ciò che ha intorno,  l’immagine non retinica che gli permette di “intuire” l’esistenza della linea di separazione, che successivamente riuscirà  a immaginare e “vedere” chiaramente. Intorno agli anni 2000, in occasione di convegni tenuti presso l’Università di Roma “La Sapienza” per approfondire la teorizzazione ‘fagioliana’, si pensava che la capacità di immaginare la linea coincidesse con il periodo dello svezzamento – quando si va incontro alla seconda fondamentale separazione della vita umana –  periodo in cui l’apparato visivo comincia a definire i contorni: i seni della madre vengono visti come due semicerchi e collegati ai suoi occhi.
Successivamente, nel 2015, in occasione del convegno scientifico internazionale sui quarant’anni dell’Analisi collettiva, tenutosi nell’aula magna della Sapienza, il Professore Gianfranco De Simone – in dialogo col Professor Fagioli – affermò che, quando il bambino si riconosce allo specchio, non essendosi mai visto prima, definisce il suo primo “io sono”, tracciando idealmente questa linea intorno al volto e ricreando così l’immagine della linea alla nascita.
Questo discorso della linea mi ha sempre affascinato e mi accompagna come un qualcosa di profondo, di poetico. E’ complicato, non so spiegarlo bene, però mi piaceva questa cosa, che solo l’essere umano ha la capacità di immaginare la linea perché non esiste natura.

LC. Sul piano tangibile dei lavori si affaccia una dualità ossimorica che è sistema irregolare di forme. In Odio ripetere, i due elementi si estrinsecano tramite l’immagine della finestra, così come avviene in altri lavori con l’impiego trasversale di materia e forma.
Appare come un ricorso inconscio di una significazione latente che esige di manifestarsi nell’impianto visivo dell’osservatore. Del resto, la parola ossimoro deriva dall’unione di due parole greche: ὀξύς, “acuto” e μωρός, folle…

AA. Mi hai stimolato a pensare a un aspetto, a cui non avevo mai posto attenzione, dandomi la possibilità di riflettere sul ricorso di una duplice visione, spesso contrapposta, come un ossimoro, un doppio che non è un vero e proprio doppio. Grazie per avermi sottoposto al pensiero di questo binomio-ossimoro.
Nella videoinstallazione “Odio ripetere”, le due finestre che si vedono nel campo lungo sono le stesse due finestre site nel lato est del mio studio, al Pigneto. Sono rettangolari, una più grande e una più piccola. Ho inserito quest’immagine all’interno del video, in un momento privo di audio. Quando lavoro a un video, compongo un’immagine. È istintivo, non pensi al perché, lo fai e basta! Quest’osservazione mi ha fatto pensare a due occhi asimmetrici.
Ugualmente, in altri miei lavori incorniciati, ci sono due pezzi di carta vetrata dipinta; uno più lungo e più stretto e l’altro più corto e più largo…
L’analisi mi spinge ad un parallelismo con il concetto di uguaglianza fra esseri umani, argomento che ho affrontato in altre interviste, in cui il fulcro erano “le condizioni di lavoro”, secondo cui il lavoratore-schiavo non è degno di essere tutelato: essendo schiavo – il più delle volte dalla nascita, in quanto figlio di schiavo – non è considerato come essere umano. Viene “disumanizzato” e non ha diritto ad alcuna tutela. E anche se nella maggior parte dei Paesi del mondo la schiavitù è stata formalmente abolita, in realtà le condizioni in cui spesso versano effettivamente i lavoratori ci riportano indietro a quel concetto, quel pensiero sottostante nascosto per cui trattare in maniera disumana il lavoratore è tollerato perché in fondo non gli si riconosce la stessa umanità del datore di lavoro.

Arriviamo al punto. Nell’idea del lavoratore-schiavo si perde questo concetto di uguaglianza sin dalla nascita degli esseri umani che sono uguali ma anche diversi.
Dunque, alla nascita siamo tutti uguali e diversi. Questi due elementi sono finestre simili, ma anche diverse. Diverse nella dimensione e nella forma, ma sono entrambe finestre, occhi.
Nell’opera “Fenice”, esposta da Franz Paludetto al Castello di Rivara, e in una rassegna organizzata da Albumarte, sono presenti due telai di porta-finestra uniti da due vele, una di seta bianca e una di seta rossa porpora scurissima. Questi due elementi sono apparentemente uguali ma, in realtà, sono diversi.

È vero, cara Laura, quest’aspetto ricorre nella mia pratica che, oltretutto tende verso la diversità, verso ciò che più è diverso, proprio come i due elementi, così apparentemente simili e altrettanto diversi che, dialogando, stanno insieme in armonia.

LC.  Fantasia e fantasticheria sono due termini con un avvicinamento omofono e analoga radice etimologica, quasi tesi a formare una paronomasia, un vero e proprio gioco di parole che, il più delle volte, è adottato in modo indistinto. Non è il caso dell’esposizione di Cosmo, in cui è ben chiara l’origine del pensiero e un livello del reale…

AA. In arte, il termine fantasia è abusato e usato in termini generali per parlare di tutto ciò che ruota intorno all’espressione “artistica”. Qualche anno fa, notai che nella mia pittura le linee di colore tendono spontaneamente verso il basso e verso il contatto con la terra, con la realtà, come se il quadro emergesse dal basso.
Il pensiero parte dal corpo, da un sentire viscerale invisibile, oltreché dalle sensazioni fisiche del mondo sensibile. Quel sentire viene trasformato in un pensiero e poi in linguaggio pittorico. Questa traslazione ha a che fare con la fantasia.

La fantasticheria è, invece, un vero e proprio distacco dalla realtà, in quanto non si nutre di alcun rapporto con la realtà. La fantasticheria, non prendendo spunto dalla realtà, non parte dal corpo. È un pensiero scisso dal corpo, ovvero astratto. Insomma, mi piace pensare che nei miei lavori sia la fantasia a dimorarvi, per il passaggio e il contatto con la realtà.

LC. Tessuto come pelle che è confine recettivo tra il mondo esterno e interno.
Il Led è in rapporto con il tessuto, con la tela dipinta o col muro. Si distingue nel suo essere sempre relazione.
È l’intangibile che tocca la realtà fisica e forma una potenziale terza immagine…

AA. Tutt’ora, ma soprattutto negli anni passati, ho utilizzato nelle mie opere dei tessuti in velluto o seta che rispondevano a un’immagine più fluida e morbida. Usare i tessuti è come raccontare ciò che avevo studiato in Medicina: la pelle come confine tra il mondo esterno e interno.
La pelle ha una sensibilità strettamente legata al sentire interno e ad una recettività, in quanto reagisce al mondo esterno. Ha a che fare con il mondo più interno, più intimo e con il pensiero-memoria.
Durante la formazione dell’embrione si strutturano i primi i tre foglietti germinativi: il mesoderma, l’endoderma e l’ectoderma. Al centro del mio interesse c’è l’ectoderma che, in termini generali, è quel foglietto embrionale che successivamente darà origine all’epidermide e ai sistemi nervosi. La pelle, così sensibile e visibile, nonché così esposta all’esterno, è originariamente legata anche a ciò che è più interno, nascosto e profondo in noi.
Mi ricordo l’opera installativa di 3×6 metri del 2015, in cui un’enorme “pelle di seta” nascondeva una scritta LED che si accendeva solo se i sensori avvertivano la presenza di un corpo. La esposi al Museo Nazionale del Molise nella mostra “L’albero della cuccagna. Nutrimenti per l’arte”, a cura di Achille Bonito Oliva.
I sensori dell’opera, quando captavano la presenza di un corpo, facevano vibrare quest’enorme seta e contestualmente si accendeva la frase “Abandoning Reason Generates Fantasy”, rovesciamento della frase che Goya scrisse nella quarantatreesima incisione dei “Los Caprichos”, nel tardo illuminismo spagnolo: “Il sonno della ragione genera mostri”, di buona memoria Socratica.

Il rovesciamento di quella frase è l’espressione di come, sotto quella pelle che ha a che fare con ciò che è più profondo in noi, ci sia un’idea di fantasia originaria, in cui c’è assenza di mostri nel nostro profondo. Nel sonno, infatti, non si generano i mostri; quando la ragione è sopita nel dormiente, escono fuori le immagini, le immagini dell’essere umano che sono immagini narranti un vissuto esperienziale, della stessa fantasia che troviamo nei bambini. Osservando mio figlio Romeo, di pochi mesi, notavo come a volte facesse gesti inconsapevoli nel sonno mimando la ciucciata e mi sono chiesto se stesse, trasformando “l’esperienza vissuta durante la veglia nel rapporto al seno della madre, sperimentandola in tutt’altro modo, con la sua fantasia.

Spesso insieme ai tessuti, univo il LED.
Il LED è in rapporto o col tessuto, o con la tela dipinta, o col muro, e cerca sempre una relazione; il momento dell’interazione, e ciò che accade tra i due elementi fisici, è di mio stretto interesse. 
La luce, come realtà fisica e non materiale, non avendo il fotone la massa, quando interagisce con la realtà fisica materiale, come il tessuto, la tela o altro, forma una terza immagine che, altrimenti, non esisterebbe. Esiste, infatti, solo nell’incontro tra queste due diverse realtà, una materiale ed una immateriale. Nella loro fusione nasce un altro contesto, un’altra immagine.

LC. Una duttilità del tessuto che intercede con la tensione del LED…

AA. Sì, la morbidezza dei tessuti è sostituita, talvolta, dalla solidità di elementi pittorici, o dalla linea dritta e tesa del LED, o di altri materiali. Ricorre la presenza di una linea netta che o separa o divide.
In realtà non divide, ma è un punto di congiunzione, e anche a livello formale assume il significato di equilibrare, di mettere un equilibrio nella composizione. Certe volte basta una linea, spesso diagonale, che evoca movimento e dà un equilibrio a tutta la composizione pittorica composta dai quattro elementi fondamentali: luce, linea, colore e forma, elencati in quest’ordine, ossia secondo quella che mi piace chiamare “Immagine pittorica”.

LC. Nel suono di “Odio ripetere” si distingue un proponimento verso un credo che è abbandono di una ripetizione che, come epidemia, assorbe il fare del nostro secolo. Sembra che la forma sia più importante della stessa potenza in atto, come se fosse utile subirla passivamente in una sua sterile moltiplicazione…
Come si ode dall’opera “Vita tua vita mea”, l’opera può detenere delle affermazioni, porre domande; e l’inutilità dell’arte è un piacere rispetto al servire…

AA. La video installazione “Odio ripetere” nasce da uno scherzo di qualche anno fa, quando andavo in barca a vela, insieme a un amico. Andavamo sempre in posti nuovi e il bello era che ci svegliavamo tutti i giorni in un luogo diverso, e ripetevamo insieme “odio ripetere odio ripetere odio ripetere…”. C’è, quindi, questa nota autobiografica. L’opera è stata eseguita site per la mostra “Il turno di notte”, ossia il momento in cui l’artista lavora, durante la notte. Sono le otto ore notturne. Durante il sonno si verifica, infatti, l’elaborazione delle immagini. L’artista lavora mentre sogna. L’opera, inoltre, è il continuo ripetersi della frase “odio ripetere odio ripetere odio ripetere…”; intesa come quella pratica molto italiana, e in via d’estinzione, dell’artista vittima delle logiche di mercato che lo inducono e lo invogliano, in modo mellifluo, a ripetere la stessa opera nelle infinite varianti, per una riconoscibilità apparente. Ma la riconoscibilità è anche dovuta alla fusione fra il corpo e il pensiero, trasposta a livello espositivo. Corpo e pensiero devono essere fusi, come succede fin dalla nascita. Nella video-installazione è presente l’attrice Alessia Berardi, con la quale ho tenuto lo scambio dialogico sull’odio ripetere, ripetuto a loop. È stato poi proiettato su dei tessuti lasciati morbidi che permettono anche una deformazione dei volti, per cui è visibile un occhio più grande e un occhio più piccolo, una bocca storta e un orecchio più alto e un orecchio più basso, secondo un movimento interpretativo.

LC. Potremo tornare a quanto sopra affermato sugli ossimori, per introdurre le frequenze del sonoro con rombo silenzioso, espressione di Eugenio Montale, in Ossi di seppia.
Lo straniante diviene ingresso all’ascolto minuzioso dello scorrere vitale e interno all’individuo, sincronicamente, abitante del circostante.
Nel percorso espositivo si coglie l’intera evoluzione del sonoro nell’arte, sin dalla posa della prima pietra di Max Neuhaus, pioniere dell’installazione sonora.
E il doppio torna in Vita tua vita mia

Sette anni fa circa, ho fondato il b_motion collective, un collettivo che si occupa di installazioni sonore, in cui sono l’unico artista che si occupa della parte visiva. Luca Marrucci, Alexandra Von Roepke ed Elle si occupano del sonoro. Mi affascina l’idea di come il suono del linguaggio sia come un’impronta digitale. Noi siamo un suono sempre diverso, da persona a persona e nei diversi momenti emotivi. In “Il turno di notte” c’è un’installazione sonora in cui all’esterno dello spazio espositivo vi è un microfono ambientale che capta i suoni circostanti di conversazioni o suoni della città. L’opera si intitola “Vita tua vita mia” ed è dotata di due postazioni in cuffia. In una cuffia si sente l’audio che il microfono ambientale esterno cattura, e nell’altra si ode un mio flusso di pensieri sull’arte, sullo spazio e sul tempo, sull’intelligenza artificiale, sull’uso della tecnologia in arte. L’artista lavora anche quando si muove nella città, nella ricerca di pensieri, in relazione al mondo circostante. Il suono intorno a me, in qualche modo, mi stimola a un dialogo. L’opera unisce questo mondo esterno, fatto di suoni, di conversazioni e di sonorità varie, vissuto di milioni di suoni esterni captati tramite il microfono esterno, al mondo dell’artista, fatto di pensieri e linguaggio non verbale.

LC. Nel rapporto tra curatore e artista nasce una germinazione di senso che affiora nel percorso espositivo e continua a consolidarsi nel quotidiano, fino a portare a una nuova percezione della realtà. Il nucleo installativo è, inoltre, figlio di una sincera osmosi d’intenti, le cui propaggini sono parimenti partecipi…

AA. Quando Cosmo-Trastevere, nella persona del direttore artistico Zaelia Bishop, mi invitò a pensare ad un’esposizione nei loro spazi, la prima frase che mi è balenata, parlando con un amico – curatore è stata quella del Lettering di cui abbiamo parlato sopra. “Così quando pensavo ad un curatore per questa mostra, ho ricordato il dialogo con Davide, sempre frequente e stimolante. È un rapporto di dialogo e di confronto costruttivo. C’è stata la possibilità di confrontarsi continuamente. Una mia opera che ha ormai diversi anni, recita: “Non so quel che faccio, ma so ciò che ho fatto”, trasformando le sensazioni in immagini, in pensiero verbale e alla fine in linguaggio articolato, cosa fondamentale per un curatore a differenza dell’artista che fa più difficoltà. Quando stavamo costruendo la mostra Davide mi ha spiegato ciò che stavo facendo o che avevo appena fatto; quindi, portando a conoscenza il senso tramite l’interpretazione delle immagini , mi ha dato la possibilità di andare più a fondo. Il rapporto con Davide sicuramente è stato determinante.


ALESSIO ANCILLAI | IL TURNO DI NOTTE
curata da Davide Silvioli
4 – 21 aprile 2024
COSMO, Piazza Sant’Apollonia, 13 – Trastevere, Roma
Visitabile su appuntamento, ore 17.00-21.00 (lunedì chiuso)
e-mail: cosmo@officineimpresa.it
www.cosmotrastevere.it