Il progetto espositivo ULTRA FLAT di Alberto Maggini è figlio di una più ampia ricerca iniziata con il sostegno della Direzione Generale per la Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura Italiano, nel programma dell’Italian Council (2023), grazie al bando che ha decretato l’esperienza svolta dall’artista tra le città di Atene e di Roma. Nasce, infatti, da un libro d’artista Adore che ha le sembianze e, unitamente, de-struttura una rivista di moda e bellezza, realizzata grazie al medesimo bando.
Il parallelo, creato dall’artista, si districa tra gli ornamenti delle maschere di sepoltura micenee, appartenenti alla collezione del Museo Nazionale dell’Archeologia, e gli scarti del mercato di bellezza, in parte reperiti dal mercato di Eleonas, ad Atene. Maggini sceglie di impiegare principalmente oggetti legati all’industria della bellezza, sollecitando temi intorno al termine “waste” non appartenente al mondo eteronormativo.
Con gli stessi oggetti raccolti, Alberto Maggini ha dato vita alla rivista con pubblicità che si è tradotta, in una seconda fase, nella concretizzazione dell’esposizione, che simula un centro estetico dotato di quattro ambienti corrispondenti ad altrettanti trattamenti estetici aventi la finalità di regalare al cliente-visitatore un miglioramento “a tempo” fisico-psichico e storico sociale.
È la costruzione di un vero e proprio tempio high-tech dell’epidermide a rievocare l’analisi formulata da Salvatore Settis nel suo saggio Futuro del classico, secondo cui le costruzioni post-moderne, che riprendono i vecchi templi con elementi classici, generano una forte decontestualizzazione architettonico-stilistica, avviando una riflessione critica sulla storia, sul citazionismo della nostra epoca, e sul legame con il passato e il concetto di bellezza come costrutto culturale stratificato. Ed è Gianlorenzo Chiaraluce ad esplicitare, nel testo critico, il valore dell’ingresso nel tempio sacro della bellezza, ricreato dall’artista con maestria tecnica nella lavorazione dei materiali, in primis della ceramica, e con intelligenza divergente.
Chiaraluce afferma, infatti, nella prima parentesi testuale, inerente al primo ambiente, e dal titolo Trattamento 1: “Da Johann Joachim Winckelmann in poi, la faccenda sembrava chiara: bellezza uguale verità, levigatezza fisica e morale, una semplicità tanto nobile quanto quieta ne era la grandezza. … E ora quella della Verità, di Bocca, dice le bugie e monetizza erogando servizi. Una maschera che ingoia mani quasi fosse un fornetto UV, polimerizza e smalta indurisce e garantisce. … Il mito classico viene rovesciato con una certa nonchalance, parla come un’assistente vocale, accompagnato dal coro delle fedelissime ancelle. Winckelmann, qui, verrebbe probabilmente accompagnato all’uscita con garbo. Perché la verità non passa più dalla forma, passa dal filtro.”
In effetti, la prima sala include una reception con un vero e proprio personaggio oracolare. Il rituale della Bocca della Verità trasmuta nel rituale di bellezza delle unghie, tramite l’immagine di un mascherone che svolge la funzione di fornetto per la manicure. Il dispositivo di controllo culturale, legato alla Bocca della Verità, mutua in nuovo dispositivo di controllo relativo alla sfera della bellezza.


ph. Carlo Romano
Un concetto di bellezza che viene, di volta in volta, sovvertito senza mai arrivare a una definizione definitiva che è, altresì, solamente percepita come “determinata” in maniera distinta nelle singole epoche. Ordunque, l’ironia del presentare le ciglia, suddivise per lunghezza all’interno di un piccolo scrigno con aura sacra, rivela un messaggio tanto criptato quanto lucido, quello della definizione della bellezza attraverso la lunghezza calcolata in centimetri. Le stesse ciglia finte, che dovrebbero esser simbolo di fortuna, guardano, all’interno dell’opera, al parallelo storico con il simbolo dell’Occhio di Horus, attivando ulteriori livelli di lettura. Così, nella seconda sala, è la complessità di una capigliatura a dettare i medesimi paradigmi. Mentre, nella terza sala, “il lettino diviene il luogo di un qualcosa che somiglia a un risveglio; karmico, certo, ma senza misticismi futili” – afferma Chiaraluce.
L’individuo si avvia verso l’incontro con l’idea del divino, tramite il corpo che viene rivestito prima di pece e poi di piume per volare. Il trattamento del viso chiude la terza fase espositiva, per mezzo dell’opera video, con la metafora visiva tra machera di bellezza e maschera da indossare nella società, dietro cui l’individuo cela sé stesso. Nella quarta sala, infine, si evince il raggiungimento del massimo livello del karma, quello della purificazione.
L’uomo, adempiendo a una piattissima superficie, metamorfizza in una divinità senza tempo che accoglie i suoi accoliti in un eden surreale, mentre fuori scorrono inesorabilmente la vita delle rughe non corrette e le crisi planetarie che investono i diversi campi del sapere.

ph. Carlo Romano


ph. Carlo Romano


ULTRA FLAT
Alberto Maggini
A cura di Gianlorenzo Chiaraluce
Fondazione Pastificio Cerere – Via degli Ausoni 7 – Roma
Visitabile fino al 10 luglio 2026
Tel.: +390645422960
Mail.: info@pastificiocerere.it | press@pastificiocerere.it
Sito web: www.pastificiocerere.it

