Achille Bonito Oliva con il cartello di Gino De Dominicis, alla mostra VII Biennale de Paris. Manifestation Biennale et internationale des jeunes artistes, Parc Floral, Bois de Vincennes, Parigi, 24 settembre - 1 novembre 1971 Foto © Massimo Piersanti, courtesy Archivio Massimo Piersanti

Achille Bonito Oliva. Erratico/Auratico Attentatore dell’Episteme

Scrittore epifanico, inesausto produttore di paradossi, Achille Bonito Oliva (Caggiano 1939) pone già nel titolo della sua mostra/evento un lapidario aut aut: L’Arte o la Vita, che suona – e suona anche foneticamente – come un aut Caesar, aut nihil, come un tertium non datur.

Poste due situazioni in cui l’una esclude l’altra, vien subito da pensare quale alternativa abbia scelto l’autore: ipotizzabile è quella, di coloritura fluxus, della Vita come Arte. Resta il fatto, tuttavia, che davanti a una figura che ha genialmente teorizzato, in seno all’arte del Manierismo, l’Ideologia del Traditore, ci si possa aspettare che la sua scelta non contempli il suo assunto, rivolto piuttosto a una platea, visto che ha personalmente invitato il pubblico al suo A.B.O. Theatron.

Su tre livelli, il primo, connotato espositivamente, comprende alcune ineludibili opere di mostre comprese tra il 1966 e il 2019, argomenta il critico con l’intervistatore svizzero Hans-Ulrich Obrist; il secondo livello, connotato enciclopedicamente, si articola nel corpus della sua vasta produzione saggistico/teorica in libri, cataloghi, articoli, video, trasmissioni radiofoniche; la componente comportamentale è infine alla base del terzo livello, di esplicito carattere performativo. 

Accanto al megaprogetto del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea del 2019, dedicato al curatore elvetico Harald Szeemann, in collaborazione con il Getty Research Institute di Los Angeles, si pone ora, autorevolmente, la mostra-evento di questa figura cardine di curatore d’arte contemporanea del Ventesimo e Ventunesimo secolo. Un Theatron – il cui concept, messo in opera da Achille Bonito Oliva stesso e da Carolyn Christov-Bakargiev, coordinato a livello curatoriale da Andrea Viliani – evoca, nella sua tecnica scritturale-sperimentale, fantasmi beckettiani e joyciani, opere e artisti così presenti nell’Immaginario collettivo da aver acquisito l’immobilità di una visione greca, l’uscita da una condizione cronologica per entrare in una condizione cairologica.

Veduta di allestimento della mostra A.B.O. THEATRON. L’Arte o la Vita
con manifesti e con opere di Giuseppe Chiari, Nam June Paik, Marcel Duchamp, Georges Hugnet 
Foto © Antonio Maniscalco
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino

Transitando di sala in sala, ascoltando e rileggendo i noti aforismi bonitoliviani, lasciandosi cogliere dallo scambio visual/concettuale dello scenario esibitivo, l’osservatore non può non percepire il fluire dello Zeigeist, di quello spirito del tempo che transita, di decennio in decennio, dal Dadaismo dei primi anni del Novecento – ready-made testimoniale, è in mostra perfinoil Fountain duchampianodel 1917 – al Situazionismo, dei tardi anni Cinquanta. La messa in scena di un’esperienza, che fa un uso situazionista dell’arte e della critica, non fa che delineare, spettacolarmente, la mappa di un détournement psicogeografico di opere e artisti alla deriva, slittanti verso territori altri. Ecco delinearsi, di stanza in stanza, su questo secondo piano del Castello, la cartografia, di grande respiro esibitivo, di oltre un secolo di storia dell’arte, che accompagna il passaggio dallo Strutturalismo al Postmoderno, dalla creazione auratica dell’opera alla citazione seriale ricorsiva. Mutato, con Duchamp, lo statuto dell’opera d’arte e dell’artista, mutato l’approccio critico, che la costruisce decostruendola derridianamente, l’iter della mostra dà modo di rilevare il passaggio di ordine foucaultiano da dispositivi genealogici di sapere e potere, da pratiche discorsive di scrittura, da eterotopie in cui si riflettono realtà e finzione, verso una progressiva concezione rizomatico-nomadica deleuziana, con affioramenti dal profondo guattariani, con ext(eriorité-int)imité lacaniane, in cui pulsione/emozione, pathos/perturbante si rispecchiano reciprocamente. 

Questo tessuto di relazioni e scambi, questo laboratorio seminale di un’immagine che muta impercettibilmente la sua pelle sotto i nostri occhi ce l’avevano anticipato, dal 1980 al 1993, con la sezione Aperto della Biennale di Venezia, proprio il nostro mitico duo Szeemann/Bonito Oliva, che Il Castello di Rivoli ci propone in ineludibile successione oggi. I Punti Cardinali dell’arte, XLV Biennale a cura di Bonito Oliva del 1993, insieme a dAPERTuttO, XLVIII Biennale del 1999 insieme a Platea dell’Umanità, XLIX Biennale di Venezia del 2001 a cura, entrambe, di Harald Szeemann, sono già espressione corale di quella diffusione interstiziale e rizomatica dell’arte, del pensiero, del comportamento, che rappresenta non più un teatro degli stili, ma un flusso di ricerca, nei modi ora della riflessione ora della provocazione. Al fine di preservare l’eterogeneità dall’omologazione dilagante, si coglie, nei progetti estetici di queste due grandi Icone del Curatore, una progressiva presa di distanza dalle strutture gerarchiche arborescenti dell’apparato del potere verso quelle macchine-di-cattura nomadica che Gilles Deleuze e Félix Guattari hanno teorizzato nell’opera Mille Plateaux  del 1980.

Veduta di allestimento della mostra A.B.O. THEATRON. L’Arte o la Vita
con opere di Lawrence Weiner, Ugo Mulas, Joseph Beuys, Vettor Pisani, Luciano Fabro 
Foto © Antonio Maniscalco
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino

Bonito Oliva,  nella sua intensa storia di primi amori/primi inciampi, ha ideato l’icona del Trans dell’Arte italiana, a partire dalla seconda Avanguardia, denominandola appunto Transavanguardia, praticando tuttavia, con gli strumenti affilati di una sua critica sintonica, esperienze coeve dell’ambito dell’arte del Gruppo Zero, Fluxus, Conceptual, Povera, Narrative, Land, Minimal, Body/performativa, Video, linguistica, scrittural/asemantica.  

In mostra le tautologie scritturali in neon di Kosuth, il grande Libro dimenticato a memoria di Vincenzo Agnetti, 1970, l’installazione Luna, 1968, di Fabio Mauri, la poeticamente dolente Colonna verbaledi Nanni Balestrini, familiarizzano con le azioni di pittura eversivo/inversiva di un’Avanguardia divenuta TRANS, in quel movimento di destituzione del predominio dell’Idea sull’Aisthesis, ideato/teorizzato/diffuso internazionalmente dal critico Bonito Oliva con il nome di Transavanguardia – teorizzata ufficialmente con il testo dell’ottobre del 1979 «che costituisce – come scrive Carolyn Christov-Bakagiev – il quarto movimento artistico italiano dopo Futurismo, Metafisica, Arte Povera. […] Ancora oggi sono percepibili prosegue il direttore del Castello di Rivoli – queste affermazioni della vitalità fisica e intellettiva di fronte a uno scenario contraddistinto dalla crescente pressione dell’episteme digitale»… tanto più di fronte a un Bonito Oliva che ha ideato, teorizzato, creato, formalizzato l’archetipo del radicamento ambientale del Genius Loci, rilasciandone il passaporto internazionale agli esponenti del movimento. Un movimento nato in parallelo al Nuovo Espressionismo germanico, detto anche corrente dei Neuen Wilden/Nuovi Selvaggi.

Veduta di allestimento della mostra A.B.O. THEATRON. L’Arte o la Vita
con l’opera La poesia fa male, 2004 di Nanni Balestrini
Foto © Antonio Maniscalco
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino

Capolavori esposti? Molti, tra questi Primo piano labbra (1965) di Pino Pascali presente nella prima mostra del curatore alla Libreria-Galleria Guida a Napoli nel 1966; Lo Spirato (1968-73) di Luciano Fabro presente in Contemporanea nel 1973; della Transavanguardia Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro (1977) di Mimmo Paladino, Cani con la lingua a spasso (1980) di Enzo Cucchi, Sinfonia incompiuta (1980) di Sandro Chia, Il cerchio di Milarepa (1982) di Francesco Clemente e Testa dell’artista cosmico a Torino (1984-85) di Nicola De Maria. E ancora La Luna (1968) di Fabio Mauri esposto in Vitalità del negativo,1970; Metrocubo d’Infinito (1966) di Michelangelo Pistoletto, Articolazione totale (1962) di Francesco Lo Savio, esposti in Minimalia nel 1997-99, nonché TV-Buddha Duchamp-Beuys (1989) di Nam June Paik, presente nella mostra Tribù dell’Arte, 2001.

Anche da un accostamento metonimico di entità materiali/immateriali di provenienza e appartenenza differente, scaturisce quella enérgheia, quella dynamis, che trova un corrispettivo, nel tempo, nell’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg, che trova una ridenominazione critica nell’Immagine insepolta di Georges Didi-Huberman. L’alta temperatura di questo evento espositivo che è, al tempo stesso, titanico mnemonicamente e impercettibile fenomenologicamente, viene attivata dal risonare di nove titoli come Amore mio (1970), Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960/70 (1970), Contemporanea (1973), Aperto ’80 (1980)  Avanguardia Transavanguardia (1982), Ubi Fluxus ibi motus 1990-1962 (1990), la XLV Biennale di Venezia (1993), Minimalia. Da Giacomo Balla a… (1997 e 1998), Le Tribù dell’Arte (2001). 

Regista contemporaneo della mise en scène di «opere che non sono più opere», come sostiene nel 1949 Theodor Adorno, Bonito Oliva è quel curatore che ridefinisce i termini della ricerca estetica reinventando il linguaggio dell’approccio critico all’opera d’arte, fertilizzandolo di aforismi – detti ad hoc «aborismi» – ponendosi creativamente e democraticamente al fianco dell’artista, considerato compagno di strada. Innovativa, di alto valore testimoniale, alla luce della scelta di rendere visibile e accessibile all’osservatore il monumento di un patrimonio documentale di ordine materiale/immateriale, pubblico/privato, intimo/mediatico,la mostra-evento  A.B.O. THEATRON. L’Arte o la Vita si avvale altresì di un Comitato scientifico formato da Marcella Beccaria (Capo Curatore e Curatore Regione Piemonte-Città di Torino-Città di Rivoli-Fondazione CRT delle Collezioni del Museo), Cecilia Casorati, Laura Cherubini, Stefano Chiodi, Paola Marino, storici dell’arte che ritroviamo con saggi inediti nel maxicatalogo bilingue (italiano/inglese) Skira, edito dal Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, introdotto da Carolyn Christov-Bakargiev, dal maratoneta dell’intervista Hans-Ulrich Obrist ad Achille Bonito Oliva, da Andrea Viliani, Clarissa Ricci, Stefano Chiodi, Andrea Cortellessa, Carlo Falciani.

Veduta di allestimento della mostra A.B.O. THEATRON. L’Arte o la Vita
con opere di Giuseppe Ducrot, Enzo Cucchi, Giulio Paolini, Mimmo Paladino, Jan Fabre, teca in legno e vetro con documenti e riproduzione della scrivania di Achille Bonito Oliva
Foto © Antonio Maniscalco
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino

In occasione della mostra, annuncia solenne Andrea Viliani, curatore del Centro Ricerche Rivoli, Achille Bonito Oliva dona al CRRI il patrimonio intellettuale del proprio archivio personale, costruito in sessant’anni di attività critico-curatoriale. Nei due anni di dedizione e scoperta di questo immane deposito di sapere, Viliani stesso ne coglie la dinamica interna di Biblioteca mobile e labirintica, riflettente lo spirito di un Jorge Luis Borges, lo scrittore argentino che Bonito Oliva ha incontrato nel suo cammino. Sul terreno delle realtà parallele e degli slittamenti temporali quest’ultimo, sollecitato da Hans-Ulrich Obrist – il curatore che ha esordito giovanissimo con una mostra di fotografie di Gerhard Richter, 1992, nella casa svizzera di Sils-Maria, in cui Nietzsche ha scritto Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen/Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, 1883-1885 – si dice intento a un progetto tematico intitolato I portatori del tempo, articolato sulle cinque modalità: il Comico in Nietzsche, l’Interiore in Freud, l’Inclinato in Einstein, il Pieno in Bergson, l’ Aperto in Ludwig Wittgenstein. volumi introdotti, per ora, rispettivamente, da Cacciari, Rella, Giorello, Virno.

La calda voce mediterranea di Bonito Oliva risuona, di sala in sala, nel Castello disseminato di monitor accesi come in una Video Jungle di Nam June Paik – artista presente in mostra con una storica installazione – mentre, vestiti degli abiti verde-salvia, ideati da Alessandro Michele, direttore creativo della Maison GUCCI, main sponsor della rassegna, sciamano Les Jardiniers du Théàtre, legittimati a salire sul palco della mostra a partire dal suo stesso titolo.

È ancora Hans-Ulrich Obrist, attivatore notturno di un suo Archivio illimitato, che chiede – come è solito fare nelle sue interviste – se Bonito Oliva abbia un progetto irrealizzato. Eccone la risposta: «Volevo fare un’asta con le mie idee, intendo venderle all’asta. Cioè fare un’asta con i direttori dei musei e i galleristi e vendere le mie idee. Non l’ho mai realizzata, ma ogni tanto ci penso». 

Brillante e lampante – per usare uno dei suoi rilucenti aggettivi  – anche sul piano mediatico, Achille Bonito Oliva tiene testa alla pop-rock star britannica Harry Styles, nella conversazione ideata per Gucci Fest  e riportata nel testo di Carolyn Christov-Bakargiev, quando interrogato sulla musica dichiara «la musica è un massaggio del muscolo atrofizzato della sensibilità collettiva». Successivamente, alla definizione dell’artista e dello stilista di Alta Moda del cantautore «come di colui che mette al mondo ciò che vorresti vedere, ma non hai ancora visto» A.B.O. risponde che, per lui, in quanto critico d’arte, «la Moda veste l’Umanità, l’Arte la mette a Nudo!».

Veduta di allestimento della mostra A.B.O. THEATRON. L’Arte o la Vita
con opere di Mimmo Germanà, Gian Marco Montesano, Miltos Manetas, Renato Mambor, Aldo Mondino, Tano Festa, Nunzio, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Sandro Chia, Michelangelo Pistoletto. Video: Fuori Quadro, A.B.O. Le arti della critica. Ritratto di Achille Bonito Oliva, e un’opera video per la regia di Gus Van Sant e Alessandro Michele, Courtesy of Gucci
Foto © Antonio Maniscalco
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino

Achille Bonito Oliva, poeta sperimentale/comportamentale/visuale, attivatore del cortocircuito tra parola e immagine – nell’intervista con Obrist,  ritrova, come esponente del Gruppo 63, un suo mentore nella figura di Emilio Villa – ideatore del passaggio dal principio di invenzione a quello di citazione – nel volume Ideologia del traditore, del 1976 Feltrinelli edizioni – teorico della messa in opera dell’opera e dei suoi dispositivi costruttivo/decostruttivi, ideatore dell’abo/aforisma lapidario –  sono noti : «L’artista crea/il critico riflette, il gallerista espone/il collezionista tesaurizza, il museo storicizza/i media celebrano: il pubblico contempla» – è figura  lucidamente consapevole del passaggio che dall’individuale al collettivo rifluisce nella rete espansa del connettivo, dando origine a quanto egli stesso definisce la Superarte. 

Indubbio emancipatore della figura del critico d’arte, con la mostra-evento al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea Theatron. L’Arte o la Vita oggi Achille Bonito Oliva si è messo duchampianamente a nudo come insostituibile ready-made di se stesso.

A.B.O. THEATRON. L’Arte o la Vita
Coordinamento e sviluppo curatoriale: Andrea Viliani
Concept: Carolyn Christov-Bakargiev e Achille Bonito Oliva
25 giugno 2021 – 9 gennaio 2022
Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea