L’arte digitale arriva quest’anno a Basilea: Zero 10, la sezione di Art Basel dedicata alle pratiche dell’era computazionale, occupa per la prima volta l’Event Hall della Messeplatz, nella sede più autorevole della fiera. Dopo le precedenti edizioni di Miami Beach e Hong Kong, Art Basel torna alle origini. Basilea rappresenta infatti il centro operativo e simbolico che dal 1970 continua a orientare il calendario internazionale del mercato dell’arte.
L’espansione della sezione è significativa. Con venti espositori, Zero 10 sembra aver superato la fase sperimentale che aveva caratterizzato le sue prime apparizioni. Noah Horowitz, direttore generale della fiera, ha illustrato chiaramente questa posizione osservando come la crescita del settore sia alimentata da una nuova generazione di collezionisti, abituata a muoversi tra ambienti fisici e digitali e meno interessata alle tradizionali gerarchie tra medium artistici.
Anche sul piano curatoriale, l’edizione 2026 introduce una novità: per la prima volta la direzione della sezione è condivisa da Eli Scheinman e Trevor Paglen, figure che provengono da percorsi molto differenti. Scheinman ha accompagnato Zero 10 fin dalla sua nascita ed è noto soprattutto per il suo lavoro nell’ambito del collezionismo digitale. Diversa è la traiettoria di Trevor Paglen, cresciuto in basi militari americane, porta con sé la memoria fisica e politica di quegli spazi. Laureato in geografia a Berkeley, ha messo a punto il concetto di geografia sperimentale, un approccio che combina ricerca territoriale, indagine giornalistica e pratica artistica.
La presenza di Paglen contribuisce a chiarire l’orientamento di questa edizione. Le questioni legate alle immagini digitali non vengono affrontate come problemi esclusivamente formali o tecnologici, ma come elementi inseriti in sistemi più ampi di produzione della conoscenza, controllo e costruzione delle percezioni. Non sorprende quindi che il titolo scelto per la mostra sia The Condition: progetto che si concentra sulla produzione contemporanea di immagini distribuite e trasformate a una scala senza precedenti. Che cosa accade all’idea di autorialità quando una macchina può generare in pochi secondi un numero virtualmente illimitato di varianti della stessa immagine? Che significato assume il concetto di originalità quando la copia è indistinguibile dall’originale? Secondo Paglen, molti degli artisti presenti in mostra affrontano queste domande da decenni. Uno degli obiettivi di The Condition consiste proprio nel mettere in relazione queste genealogie storiche con le pratiche più recenti.
The Condition attraversa settant’anni di pratiche computazionali e generative, proponendo una lettura che mette in relazione le sperimentazioni pionieristiche del secondo dopoguerra con le più recenti applicazioni della blockchain e dell’intelligenza artificiale. In questa prospettiva, si distingue la figura di Vera Molnár, presentata da Interface Gallery e Oniris.art attraverso il progetto When Algorithms Draw: The Vision of Vera Molnár (2026). Nata a Budapest nel 1924, ha attraversato quasi un secolo di trasformazioni tecnologiche senza mai interrompere la propria ricerca sui processi combinatori e sulle strutture geometriche. L’aspetto più interessante del suo percorso risiede forse nel fatto che il pensiero algoritmico precede l’incontro con il computer. Nel 2023, pochi mesi prima della sua scomparsa, realizza Themes and Variations, serie di opere generative sviluppate attraverso la blockchain. La sua presenza a Zero 10 agisce come elemento di continuità storica, dimostrando come molte delle questioni oggi associate all’arte digitale abbiano radici che precedono decenni di dibattito sulle tecnologie emergenti.
A rafforzare questa prospettiva contribuisce anche la mostra Vera Molnár. Possibilities, organizzata parallelamente dal Kunstmuseum Basel. La concomitanza dei due progetti trasforma Basilea in uno dei luoghi privilegiati per osservare la cultura computazionale e la sua progressiva integrazione nella storia dell’arte del Novecento e del XXI secolo. La volontà di ricostruire genealogie spesso trascurate emerge anche nella partecipazione di HEK – Haus der Elektronischen Künste. Per la prima volta, l’istituzione basilese dedicata all’arte elettronica prende parte a una sezione di Art Basel con una presentazione incentrata sulla net art degli anni Novanta e dei primi Duemila.
Molte delle pratiche artistiche sviluppatesi all’interno della rete hanno avuto un ruolo decisivo nella definizione dell’immaginario digitale contemporaneo, pur rimanendo per lungo tempo ai margini delle principali narrazioni istituzionali. Gli artisti della net art consideravano Internet non semplicemente uno strumento di distribuzione, ma il proprio medium di riferimento, esplorandone le logiche tecniche, economiche e sociali quando la rete era ancora lontana dall’assumere la centralità che possiede oggi.
Se Molnár incarna la dimensione storica della mostra, Hito Steyerl ne rappresenta una delle voci più incisive del presente. Tra le opere più attese figura infatti Green Screen (2023), lavoro che sintetizza molti dei temi affrontati dall’artista tedesca negli ultimi anni. Filmmaker, teorica e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Monaco, Steyerl occupa da tempo una posizione centrale nel dibattito internazionale sulle relazioni tra immagini, tecnologia e potere. La sua pratica attraversa cinema, installazione e scrittura critica, mantenendo costante l’attenzione verso i sistemi che regolano la produzione e la circolazione delle immagini contemporanee. L’opera mette in relazione processi biologici e sistemi computazionali, in modo da creare un dialogo tra i due ambiti. Inoltre, emerge una riflessione sulle condizioni materiali che sostengono l’economia delle immagini, spesso percepita come immateriale nonostante dipenda da reti energetiche, risorse naturali e sistemi logistici estremamente concreti.
Una riflessione analoga sulla natura dell’immagine, sviluppata però da una prospettiva differente, attraversa il lavoro di Andreas Gursky. Formatosi alla Kunstakademie di Düsseldorf sotto la guida di Bernd e Hilla Becher, l’artista tedesco ha ridefinito negli ultimi decenni il rapporto tra fotografia e costruzione dell’immagine, mettendo in discussione l’idea stessa di documento fotografico. Le sue opere nascono infatti da processi di montaggio e manipolazione che trasformano il dato visivo in una costruzione complessa. Questa pratica trova una formulazione particolarmente evidente nella serie Oceans (2009-2010), presentata a Zero 10 attraverso Ocean V con Sprüth Magers. Per realizzare questi lavori Gursky utilizza immagini satellitari ad altissima risoluzione, integrate con materiali provenienti da fonti differenti e rielaborate digitalmente. Il risultato è uno spazio che conserva l’apparenza del documento ma che, in realtà, è il prodotto di un processo di costruzione stratificato. Sebbene Gursky non venga associato all’arte digitale in senso stretto, il suo lavoro affronta da tempo alcune delle questioni centrali di questa mostra: la relazione tra realtà e simulazione, il ruolo degli strumenti tecnologici nella produzione delle immagini e la progressiva trasformazione dello sguardo contemporaneo.
Una posizione diversa emerge invece nella ricerca di Avery Singer, presente con Shit Coin Maxi (2025) per Hauser & Wirth. Da anni l’artista statunitense utilizza software di modellazione tridimensionale e rendering digitale come strumenti preparatori per la realizzazione dei propri dipinti. Le immagini che ne derivano mantengono tracce evidenti della loro origine computazionale, pur conservando una forte dimensione pittorica. L’interesse di Singer non risiede tanto nella tecnologia in sé quanto nelle forme culturali che essa produce. Anche il titolo dell’opera esposta shit coin maxi proviene infatti dal lessico delle comunità crypto e indica chi sostiene in modo quasi dogmatico una determinata criptovaluta. Singer assume questa figura come sintomo di un immaginario economico e ideologico, caratterizzato da aspettative speculative.
Tra le presenze più insolite della selezione figura DEAFBEEF, pseudonimo di Tyler DeWitt, artista e ingegnere canadese attivo tra programmazione, scultura e composizione sonora. Il suo nome deriva dalla tradizione dell‘hexspeak, il gioco linguistico che utilizza i caratteri del sistema esadecimale per costruire parole e sigle riconoscibili, riferimento diretto alla cultura informatica e hacker. La formazione di DeWitt attraversa l’ingegneria elettrica, l’animazione digitale, la preparazione musicale classica e coltiva parallelamente una pratica artigianale legata alla lavorazione dei metalli. Queste esperienze convergono in opere che uniscono programmazione, suono e scultura all’interno di un unico sistema. A Zero 10 presenta Matter and Signal (2026), progetto sviluppato con Asprey Studio e incentrato su Glitchbox, una scultura interattiva capace di registrare le azioni dei visitatori direttamente sulla blockchain. La componente tecnologica è parte integrante del processo di produzione, conservazione e memoria del lavoro stesso. Particolarmente significativa è la scelta di programmare in linguaggio C, una soluzione che riflette l’interesse dell’artista per la permanenza dei sistemi digitali. DeWitt cerca di costruire opere potenzialmente capaci di sopravvivere all’obsolescenza di piattaforme, software e infrastrutture tecnologiche.
Tra gli artisti più giovani inclusi nel programma figura invece Aziza Kadyri, presente con A Borrowed Hand (2026) attraverso la galleria milanese eastcontemporary. Nata nel 1994 in Russia, la sua ricerca si sviluppa tra installazione, tessile, performance e tecnologie creative, con una particolare attenzione ai processi di trasmissione culturale e alle forme di marginalizzazione. A Borrowed Hand prende avvio dalla tradizione del ricamo suzani, pratica artigianale tramandata per generazioni all’interno delle comunità femminili dell’Asia Centrale. Il suzani rappresenta un sistema di trasmissione della memoria e delle conoscenze. Kadyri introduce l’intelligenza artificiale all’interno di questo processo come strumento di interpretazione e trasformazione. I pattern tradizionali vengono analizzati, rielaborati e restituiti sotto forma di nuove configurazioni visive che mettono in relazione passato e presente. L’AI non sostituisce il sapere artigianale, ma diventa un dispositivo attraverso cui osservarne le possibilità di evoluzione.
Il percorso espositivo comprende inoltre numerosi altri artisti che affrontano il rapporto tra tecnologia e immagine da prospettive differenti. John Gerrard presenta simulazioni in tempo reale dedicate ai paesaggi industriali ed energetici contemporanei; Rafael Lozano-Hemmer trasforma dati biometrici e interazioni dei visitatori in ambienti immersivi; Ryoji Ikeda continua la propria indagine sulla traduzione dei dati in fenomeni sonori e luminosi. Agnieszka Kurant esplora invece le forme di valore generate dall’intelligenza collettiva e dai sistemi distribuiti, mentre Leander Herzog e Andreas Gysin riflettono sulle potenzialità e sulle fragilità dei processi generativi, sospesi tra crescita, trasformazione e collasso.
Nonostante la varietà di approcci, generazioni e provenienze geografiche, gli artisti riuniti in The Condition condividono un presupposto comune: le questioni sollevate dall’immagine digitale non costituiscono più un ambito specialistico separato dal resto della produzione artistica contemporanea. In diverse occasioni Trevor Paglen ha definito il conflitto tra mondo blockchain e sistema dell’arte tradizionale come una contrapposizione sempre meno produttiva. Da questo punto di vista, Zero 10 tenta di costruire uno spazio di confronto capace di superare categorie che negli ultimi anni hanno spesso irrigidito il dibattito.
È probabilmente questo l’aspetto più interessante della sezione. Più che celebrare una presunta novità tecnologica, The Condition prova a restituire profondità storica a pratiche che vengono spesso raccontate esclusivamente attraverso il linguaggio dell’innovazione. Se riuscirà a rendere visibile questa continuità anche a un pubblico non specializzato, la prima edizione di Zero 10 a Basilea avrà raggiunto uno dei suoi obiettivi più rilevanti: contribuire a ridefinire il modo in cui l’arte digitale viene collocata all’interno della storia dell’arte contemporanea.
