«I take care of you». «I create with you».
Nel cuore di Londra, a pochi passi dalla vivace Soho, varcando la soglia della Fitzrovia Chapel tutto sembra acquietarsi, si entra in un’aura intima e contemplativa dove il valore della parola si fa corpo. Questa piccola e straordinaria chiesa vittoriana di ispirazione bizantina, costruita alla fine del XIX secolo come fulcro spirituale di un vasto complesso ospedaliero, tra memoria della cura e senso del sacro, diviene spazio di attivazione di un rituale contemporaneo. In questo luogo prescelto, sospeso e spirituale, carico di risonanze e stratificazioni simboliche, dove echi storici e pratiche contemporanee si intrecciano, la Rosenfeld Gallery ha presentato, in occasione del London Gallery Weekend, Nuptiae Mysticae: la performance-manifesto ideata dall’artista performer di riconoscimento internazionale Marta Jovanović e dal curatore, scrittore e manager culturale Cristiano Leone.
Il ‘matrimonio mistico’ incarnato da Jovanović e Leone, concepito specificamente per la Chapel londinese, è una sacra dichiarazione di intenti che non si esaurisce nel tempo performativo, è un’azione radicale che ridefinisce manifestamente il rapporto tra artista e curatore. L’opera interroga una delle tensioni strutturali del sistema dell’arte: chi crea e chi sostiene la creazione e soprattutto, quali forme di cura rendono possibile l’atto creativo?
Al centro, una domanda essenziale attraversa tutto il lavoro: come si costruisce oggi una pratica artistica fondata sulla responsabilità reciproca?
L’azione performativa è ideata come rituale contemporaneo incentrato sulla relazione tra artista e curatore che, nella consapevolezza di un impegno condiviso, trasformano lo spazio sacro in dispositivo relazionale e processuale che suggella la solennità morale in un unum corpus intenzionale. Nuptiae Mysticae sovverte la tradizionale asimmetria dei ruoli. L’artista non è più solo esposizione di vulnerabilità, il curatore non è più solo mediazione e distanza critica: entrambi attraversano il territorio dell’altro. L’unione mistica diventa così un dispositivo critico, in cui le funzioni si sospendono e si ridefiniscono attraverso l’esperienza condivisa del rischio, della presenza e dell’esposizione. Nello scambio si aziona un corpo simbolico capace di interrogare la natura delle relazioni, dei processi creativi e delle dinamiche identitarie. L’evento non si esaurisce nella rappresentazione di un legame, ma ne produce l’esperienza concreta.
La performance usa il matrimonio come struttura emblematica per riflettere sul patrimonio culturale, inteso come rete di impegni che permette all’arte di sopravvivere ai suoi autori. In questo passaggio dal Matrimonium al Patrimonium, il rito di unione diventa una riflessione sulla trasmissione culturale. Ogni eredità artistica emerge da una rete di legami che precede e supera i singoli individui. Si sviluppa in tal modo una pratica relazionale che mette in scena il percorso comune della creazione artistica, trasformando la collaborazione in atto simbolico e performativo.
Il concept rituale attiene la ricca tradizione allegorica delle Nuptiae Mysticae che attraversa la mistica cristiana, l’immaginario medievale, la pittura rinascimentale e il pensiero alchemico, si fa metafora che restituisce l’idea di un’unione non solo simbolica ma profondamente operativa. L’azione performativa richiama la tradizione della coniunctio spirituale riletta in chiave contemporanea, spostando il centro dal rapporto tra umano e divino a quello tra artista e curatore. La loro relazione diventa strumento operativo: non rappresenta la creazione, ma la rende possibile come esperienza condivisa. Una tradizione simbolica complessa e stratificata che allude a un processo di trasformazione reciproca che non è soltanto concettuale, ma esperienziale: un processo di mutazione condivisa che evoca un’unione che trascende la dimensione contrattuale per situarsi in quella etica e poetica della responsabilità reciproca in cui fiducia, vulnerabilità e attenzione diventano elementi costitutivi della pratica creativa. In questo scambio, la cura non è sfondo ma materia viva dell’opera. Al centro dell’azione vi è la ripetizione: i novantanove voti, incisi su ostie e pronunciati fino al limite della voce, sono articolati in sequenze di scambi che restituiscono le infinite sfumature dell’animo umano rivelando come solo nell’incontro e nella reciprocità possa generarsi un’unicità condivisa. Si fa tangibile ciò che normalmente resta invisibile: affidamento, responsabilità, apertura all’altro. Il gesto di offrire e consumare il voto trasforma l’etica relazionale in azione incarnata. La reiterazione non accumula, ma intensifica: il linguaggio diventa ritmo, e il ritmo è rito condiviso. La progressiva perdita della voce dei performer, consumata dalla ripetizione rituale, rende visibile il costo della creazione come atto di esposizione e sottrazione.






CL: I vow to recognise fragility as a form of knowledge.
MJ: I vow to create from the wound without worshipping it.
CL: I vow to remain vulnerable.
MJ: I vow to recognise exposure as a form of courage.
CL: I vow to treat listening as a form of love.
MJ: I vow to listen for what is trembling beneath certainty.
CL: I vow to carry my dead with me.
MJ: I vow to keep the darkness despite the light.
CL: I vow to stand beside the living.
MJ: I vow to let grief expand rather than diminish my capacity for love.
CL: I vow to die unfinished.
MJ: I vow to begin again.
Senza officiante e senza autorità esterna, il rituale si genera solo nella reciprocità: artista e curatore diventano l’una per l’altro guida e ascolto. La legittimazione non è istituzionale, ma relazionale. In questo senso, la performance non si limita a osservare il sistema dell’arte, ma lo rielabora dall’interno; lo spazio sacro di Fitzrovia Chapel, frammento sopravvissuto di una delle principali istituzioni mediche di Londra, dilata questa riflessione tra cura e memoria, un amplificatore rituale che rende visibile il passaggio dalla relazione privata alla forma pubblica della fiducia.


Nuptiae Mysticae è dunque performance e manifesto: agisce ciò che afferma. È manifesto perché afferma una posizione nel dibattito sull’autorialità e sulla curatela; è performance perché questa posizione viene incarnata. Non descrive un’idea di relazione, ma la mette in atto, una pratica di resistenza poetica che riporta al centro la vulnerabilità come condizione della creazione. In un sistema dell’arte dominato da frammentazione e velocità, l’opera riafferma il valore della durata, della cura e della coerenza relazionale. Artista e curatore non sono poli opposti, ma presenze interdipendenti: visione e custodia, azione e interpretazione, corpo e pensiero. L’azione incarnata e la dichiarazione teorica di Jovanović e Leone apre una riflessione sull’etica della relazione, una revisione del paradigma relazionale contemporaneo: non più il pubblico come unico orizzonte dell’opera, ma la relazione fondativa tra coloro che la rendono possibile. L’opera incisa diventa pratica di resistenza poetica: contro la logica dell’effimero, essa riafferma la necessità del legame, della continuità e della vulnerabilità come condizioni della creazione.
La performance si configura altresì come un manifesto di appartenenza all’arte stessa: un’affermazione della necessità di custodire il dialogo tra chi crea e chi accompagna la creazione, riconoscendo nella relazione il primo spazio in cui l’opera prende forma. Più che celebrare un’unione, Nuptia Mysticae rende visibile una condizione essenziale del fare artistico: la consapevolezza che ogni autentico processo creativo nasce dall’incontro tra visioni che scelgono di condividere il proprio percorso. L’opera si condensa in una doppia dichiarazione — «Mi prendo cura di te». «Creo con te». — che afferma l’identità tra cura e creazione. Il gesto ritualmente con_sacrato da Jovanović e Leone si estende oltre la cappella: i performer proseguono insieme verso uno spazio privato, dove una linea tatuata sulle loro mani ritrova la continuità di un segno relazionale solo nell’essere insieme (tenersi per mano), così come la cura acquista valore solo quando viene messa in atto.
Il manifesto performativo di Marta Jovanović e Cristiano Leone riflette sul divenire della pratica artistica in un sistema che misura il valore in termini di visibilità e produttività. In opposizione a questa logica, l’opera rivendica l’importanza delle strutture invisibili — fiducia, fragilità e reciprocità — che rendono possibile ogni forma di durata culturale. Artista e curatore emergono come corresponsabili di un medesimo campo etico, fondato sull’interdipendenza come pratica concreta. Nuptiae Mysticae amplia questa prospettiva: ogni opera nasce da una responsabilità condivisa e ogni eredità culturale inizia come un atto di cura. L’unione mistica contemporanea non è dunque celebrazione, ma struttura critica della relazione, non rappresenta un’idea dell’arte, la mette in atto. L’azione-manifesta di cura e creazione rammenta che ogni opera nasce da un incontro, e che la qualità di quell’incontro determina la profondità del suo possibile avvenire.


«I take care of you». «I create with you».
Nuptiae Mysticae. Performance – manifesto by Marta Jovanovic e Cristiano Leone
Presentata da Rosenfeld Gallery – Organizzazione e coordinamento Riccardo Freddo
5 giugno 2026. Fitzrovia Chapel – 2 Pearson Square, London W1T 3BF

