L’artista trasfigura la realtà: la fotografia, anziché fissare l’istante, lo dilata, lo rende mobile, incerto, inafferrabile. I corpi appaiono mossi, evanescenti, come se appartenessero più alla memoria che alla cronaca. Ombre luminose attraversano il presente per restituire vita a gesti e atmosfere di un passato condiviso.
Un’opera corale
I personaggi ritratti non sono semplici comparse estetiche: gli attori della sfilata del Palio ’900 si presentano come custodi di una tradizione comunitaria. L’intera produzione sartoriale è stata affidata alle sarte di Montefano, che hanno ricostruito con fedeltà abiti della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento. Gli abiti sono opera di Teresa Marasca, autrice dell’ideazione, della creazione dei cartamodelli e del taglio, mentre l’esecuzione, vale a dire la cucitura, è stata curata da quattro o cinque sarte d’arte di Montefano, operanti sotto la sua diretta guida. Si tratta di una rievocazione storica condotta attraverso un rigoroso lavoro di ricerca e ricostruzione stilistica, in cui tessuti, linee e fogge rimandano a quanto si potrebbe rintracciare in una cartolina d’epoca, conservata nei cassettoni di un palazzo nobiliare o borghese della cittadina marchigiana.
Ogni abito, cucito con attenzione filologica, diventa frammento di identità, filo che ricuce il legame fra le generazioni. Così, nel procedere dei cortei, Montefano si riconosce specchiato: le sue pietre antiche si trasformano in quinte teatrali per una rappresentazione che fonde rito, arte e memoria.
Tra pittura e sogno fotografico
Le opere di Marasca restituiscono scene di danza al chiaro di luna, conversazioni eleganti tra dame e gentiluomini, passeggiate sotto ombrelli trasparenti che lasciano filtrare una luce dorata. L’effetto pittorico, volutamente sfocato e instabile, richiama l’impressionismo e la fotografia onirica, traducendo la realtà storica in sentimento visivo.
La scrittura, che affiora in alcuni lavori sotto forma di segni grafici e calligrafie, agisce come un’eco segreta, un sussurro che accompagna le figure. Essa costruisce un ponte fra parola e immagine, come un diario silenzioso che amplifica la dimensione evocativa delle opere.
Nella seconda sala, la sequenza – probabilmente pensata dalla stessa pittrice – rimanda alla pittura del tardo Rinascimento, dove l’ingresso nel racconto avviene attraverso un personaggio mediatore. In questo caso è una donna che, con lo sguardo, invita lo spettatore a seguirla lungo la passeggiata per il corso di Montefano, fino alla chiesa di San Donato e al Teatro La Rondinella: due luoghi simbolici della vita sociale, frequentati dalle dame che, in abiti pesanti ed elegantissimi, venivano accompagnate dai loro mariti.



L’elemento contemporaneo
Accanto alle visioni più sognanti, in cui il passato riaffiora come memoria condivisa, Marasca introduce in alcune tele un elemento radicalmente altro: geometrie pure – quadrati, cerchi, triangoli dai colori pieni – che si sovrappongono ai cortei ottocenteschi. La loro presenza, netta e inconciliabile con la fluidità evanescente dei corpi, produce un cortocircuito visivo: il flusso della memoria si interrompe e si misura con la forma assoluta, con l’ordine astratto.
Queste figure elementari, assimilabili a un alfabeto primordiale dell’arte, richiamano la stagione delle avanguardie storiche, da Kandinskij a Malevič, fino alla lezione razionale del Bauhaus. È come se Marasca, dopo aver restituito la vitalità di un passato comunitario, lo sottoponesse a una verifica critica, per per garantirgli sopravvivenza e rinnovato significato.
Il dialogo fra figurazione storica e astrazione novecentesca non si configura come semplice gioco formale, ma come gesto concettuale. I cortei di Montefano, con i loro abiti d’epoca e le atmosfere borghesi, vengono posti a confronto con l’utopia modernista di un’arte universale, svincolata dal tempo e dalle contingenze. Da un lato il radicamento nella memoria comunitaria, dall’altro l’aspirazione a un linguaggio capace di oltrepassare ogni confine culturale e cronologico.
In questo equilibrio dialettico, l’arte di Marasca non si limita a rievocare, ma interroga il senso stesso del ricordare: il passato può essere conservato come immagine fragile e mutevole, oppure tradotto in forme assolute, capaci di dialogare con il presente e di esprimersi in un linguaggio senza tempo.



Una comunità in cammino
La mostra non si presenta soltanto come percorso espositivo, ma come atto di appartenenza. Montefano non è lo sfondo, bensì il protagonista silenzioso che accoglie la processione dei suoi personaggi. Le strade del borgo, percorse da uomini e donne in abiti ottocenteschi, diventano spazio di incontro fra arte e vita, fra fedeltà storica e trasfigurazione poetica.
L’arte di Marasca si fa rito collettivo: ogni figura che sfila riafferma la continuità della memoria e, al tempo stesso, invita a non smarrire la bellezza della tradizione.
